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 Home page > Tribuna Libera > Nel nome della cinica legalità: storia di una donna condannata

Nel nome della cinica legalità: storia di una donna condannata

Non bisognerebbe mai sentirsi portatori della morale verso gli altri, mai infondere certezze, ma seminare tanti dubbi. Il punto interrogativo fa muovere il mondo e aiuta la coscienza critica. Mai, dico mai, giudicare chi non rispetta la legge e, lo dico con forza, mai giudicare nemmeno coloro che fanno da manovalanza per le spietate organizzazioni mafiose. Tenetevi lontani dalla savianizzazione del pensiero, e ancor di più dal linguaggio povero di un Travaglio e i suoi infiniti replicanti.

Facile predicare quando si ha una posizione in sicurezza, senza aver trovato difficoltà materiali nella vita, senza aver avuto mancanza di sicurezza familiare, necessità di lavoro, senza essere vissuti in un ambiente ostile. Io, come molti di voi, sono stato fortunato: nonostante le difficoltà non sono cresciuto nelle periferie come Secondigliano o di un quartiere periferico romano come San Basilio e quindi, nonostante i periodi difficili, non sono caduto nel vortice della delinquenza: ma quanti, plasmati dall'ambiente povero e dalla criminalità pronta ad attingere manovalanza, sono caduti in questa spirale? Ricordiamocelo sempre: se noi siamo come siamo è puramente una casualità. Ma ci sono anche casi di condanne verso persone in gamba, intelligenti e dotate di grandi umanità che hanno commesso dei reati nonostante provenissero da ambienti e condizioni familiari genuine.

 
"Dov'è un tribunale è l'iniquità"
Lev Tolstoj
 
Racconto qui una storia vera. Non specificherò il luogo e adotterò un nome di fantasia per il rispetto della sua persona. È la storia di Lucia.
 
Lucia era (e lo è tuttora) una ragazza in gamba, intelligente e determinata a realizzare la sua vita. Era circondata da un ambiente familiare genuino che nei periodi di difficoltà le infondeva coraggio per attraversare la quotidianità, spesso tortuosa, della vita. 
 
Lucia decise di voler subito essere indipendente e partecipò ad un concorso per vigili urbani, un posto fisso che almeno le poteva garantire una sicurezza che il capitalismo moderno non riesce a dare più; il posto era riservato solamente a due persone: arrivò prima senza alcuna raccomandazione e fu motivo di orgoglio. Ma lei è una persona umilissima e non ne faceva un vanto. Non era vanitosa, non rientrava nella classica civetteria di molte sue coetanee: era una ragazza sensibile, di grande umanità. E in questo mondo sempre più liquido dove abbonda la quantità e l’apparenza più spietata, possedere queste qualità porta inevitabilmente a produrre delle crepe: le debolezze dell’anima che si legano al proprio corpo, esattamente alla propria fisicità. 
 
D'altronde, come scrisse Kundera, è l'epoca in cui l'«io» comincia dovunque a essere sfuggente, dove tutti i volti appaiono «penosamente simili», e l'epoca in cui abbiamo imparato a capire che gli uomini agiscono imitandosi l'un con l'altro, come in un gregge, per cui «i loro atteggiamenti sono statisticamente calcolabili, le loro opinioni manipolabili». Ed è proprio con la questione del corpo (la parte esteriore della nostra identità) che Lucia dovette fare i conti: è bella, ma ciò non ha importanza quando subentrano dei fattori che determinano dei conflitti e intaccano la propria identità.
 
Cartesio ci spiegava che la caratteristica principale dell’identità è il proprio pensiero, ma è troppo riduttivo e per nulla veritiero: il corpo non è mai separato dall'anima (che poi sarebbe la propria coscienza, il proprio io), ma è strettamente legato e ne risponde sempre. Forse ci si avvicinò di più Aristotele, il quale sosteneva che le due entità (anima – corpo) non sono separate ma costituiscono elementi separabili da un'unica sostanza: il corpo è la materia intesa come potenzialità, quella che offre possibilità di sviluppo, l'anima è la forma. In parole più chiare egli intendeva dire che il corpo è un semplice strumento dell'anima: ma non uno strumento inerte e senza alcun coinvolgimento.
 
Qual è stato l’elemento scatenante quando Lucia ad un certo punto della sua vita si guardava allo specchio e non riusciva più a conciliare il suo corpo con la sua anima? L’amore. O meglio ancora, quello che immaginava fosse tale. Il suo corpo non lo riconosceva più e sprofondò nell'anoressia. 
 
Lucia si era innamorata di un ragazzo più giovane, e da quel momento la sua identità andò in subbuglio: era un amore malato, illusorio, non veritiero. Come accade a molte donne, ci si innamora dell’uomo forte (ma che nasconde immense debolezze) e si finisce con il diventarne succube. Lucia si era “innamorata troppo” di un ragazzo che tra l’altro aveva già una relazione e le si era innescato quel meccanismo che porta a non amare affatto, perché in realtà aveva paura: paura di restare sola, paura di non essere degna d’amore, paura di essere abbandonata o ignorata. E amare con paura significa soprattutto che ci si attacca morbosamente a qualcuno perché lo si ritiene indispensabile per la propria esistenza: amare con paura comporta la messa in atto di tutta una serie di meccanismi di controllo per tenere l’altro nell'area del proprio possesso.
 
Quando questo accade, nulla valgono i consigli dei propri cari, di chi le vuole bene: i familiari di Lucia si sentirono impotenti perché lei non dava ascolto a nessuno. Sono relazioni pericolose perché ci si sente tormentati, infelici e si possono commettere stupidaggini senza rendersene conto.
 
Il ragazzo di Lucia le chiese un favore e lei, ottenebrata dalla sua condizione di sudditanza non rifiutò. Doveva fungere da basista per rubare le pistole d’ordinanza dei vigili urbani, suoi colleghi, all'interno della sua caserma: Lucia per questo verrà inquisita e condannata in Cassazione per più di cinque anni di galera, il suo ragazzo (per fortuna ex) un po’ di più e nell'interrogatorio avrebbe dichiarato anche il falso, mettendo ancor di più in difficoltà Lucia. 
 
Contro di lei si costituì parte civile il suo Comune e la caserma dei vigili urbani: la legge non ammette ignoranza si dice spesso, ma si dimentica di aggiungere che non ammette nemmeno la pietas umana. Il Pm si accanì spietatamente contro Lucia, chiedendo perfino otto anni e aggiungendo, come fanno di solito, reati mai commessi come un burocrate che non vede la persona, ma un numero da far condannare.
 
La sua prima detenzione fu uno shock, sia per lei che per la famiglia, ed è soprattutto a quest’ultima che deve la sua sopravvivenza: aveva pensato al suicidio (la detenzione porta a questo) mentre era rinchiusa nel carcere, ma pensando al dolore della famiglia si convinse di lottare e resistere.
 
Oggi ha quasi finito di scontare gli anni, le manca poco per riottenere la libertà e attualmente lavora, come alternativa alla pena, in una cooperativa di servizi ed è stimata per il suo lavoro che svolge in maniera diligente (lei è così di carattere, da sempre) ed è una donna in rinascita. Lucia non doveva essere condannata (i cinici giustizialisti e legalitari che dicono “chi sbaglia deve pagare” non lo comprenderebbero mai) e nemmeno rieducata (da cosa poi?): lei doveva essere salvata.
 
Lucia ha vinto, l’affetto dalla quale è circondata le ha dato forza: altre persone che hanno avuto una storia simile, abbandonate a se stesse e condannate perché hanno commesso atti illegali, non ce l’hanno fatta.

 

Foto: Pixabay

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