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Diminuisce il welfare e prevale l’ideologia carcerocentrica della società

Essere di sinistra, per definizione, vuol dire mirare alla riduzione della strafottenza del potere, ai suoi abusi, alle disuguaglianze prodotte dal capitalismo e in particolare l’abuso del potere giudiziario e poliziesco. La sinistra, da molti anni, grazie all’antiberlusconismo a senso unico, ha ridotto all’osso la sua cultura giuridica egualitaria perché ha difeso la magistratura dagli attacchi, molto spesso strumentali, riducendone di conseguenza la critica.

 
Per questo motivo, durante questi anni, la cultura progressista ha perso la sua componente libertaria, quella che negli anni ’70 incorporò alla propria lotta i movimenti delle prigioni, e la cooptazione portò ad eccessi talmente romantici che si arrivò a considerare i carcerati come l'avanguardia della rivoluzione. Le lotte operaie e studentesche esplosero all’interno del carcere e, come scrisse lo studioso Brossat, “militanti politici, colpiti dalla repressione hanno scoperto l’universo penitenziario, si sono avvicinati ai detenuti comuni e hanno provocato l’apparizione fuori dal carcere di uno spazio pubblico nel quale in primo piano è posto all’attenzione proprio l’ordine penitenziario”. Misero in difficoltà perfino le gerarchie mafiose all’interno del carcere che garantivano ordine e disciplina. Sì, quell’ordine e disciplina che i legalitari di sinistra (ossimoro oramai diventato realtà) odierni pretendono in nome di una certa antimafia.
 
Il carcere, per la sinistra, rappresentava un luogo da combattere perché era (e lo è tuttora) l’esatta rappresentazione del potere che si basa sul controllo sociale. Sempre in quegli anni scoppiarono numerose rivolte in qualsiasi latitudine del globo: è il caso della rivolta carceraria del ’69 alle “Nuove” di Torino, città operaia in cui qualche mese prima era avvenuta la prima occupazione universitaria, di quella nel penitenziario di Attica (Stato di New York) che fu repressa con la morte di decine di detenuti, o della rivolta a Toul, come non se ne vedevano dal diciannovesimo secolo: un’intera prigione si ribellò. In quegli anni il filosofo Michel Foucault si trasferì a Tunisi dove ottenne una cattedra all’Università, e lì iniziò a coltivare un particolare interesse per l’istituzione-carcere che ispirerà molti suoi libri, come il celebre Sorvegliare e punire.
 
Oggi la realtà è completamente diversa, la base di sinistra ha messo da parte le sue battaglie per riformare il carcere e ha come portavoce uomini che sono contro ogni principio libertario come un Flores D’Arcais o Travaglio. Una sinistra che si oppone all’indulto, amnistia e con il passar del tempo ha inserito nel suo lessico parole che non rientravano nella sua cultura; al posto di parole come “giustizia sociale” sono entrati termini brutti e opachi come”pregiudicato”, “fedina penale”, “prescritto”; e invece di “certezza del pane”, ora usa termini come “certezza della pena”. La spiegazione sta nel fatto che le politiche neoliberiste degli ultimi decenni hanno distrutto il Welfare State, destinando le sue risorse economiche alla sicurezza e quindi agli strumenti per preservarla. Mentre si consuma lo smantellamento dei sistemi Welfare, parallelamente o con uno scarto di pochi anni, i sistemi penali manifestano un movimento inverso e di espansione continua. Tra i segnali più evidenti c’è lo spaventoso squilibrio tra le risorse destinate all’azione repressiva e quelle destinate alle politiche di inclusione sociale. Emergenzialismo, proibizionismo, stato di eccezione sono i paradigmi in base ai quali gli Stati danno risposte securitarie alle domande, alle pulsioni, alle insicurezze sociali: la sicurezza sociale è stata fagocitata dal penale, dall’onnivora riduzione ad ordine pubblico permanente.

Il carcere moderno, come sempre, rappresenta l’attuale società “esterna” con tutte le sue frammentazioni e, in mancanza di lotte organizzate (esattamente come “fuori”), i detenuti hanno come unica “arma” quella dell’autolesionismo, di bruciarsi e, spesso, di impiccarsi. Un tempo il carcere aveva bisogno di un’architettura carceraria simile al famoso Panopticon di Bentham ove i detenuti si sentivano sorvegliati 24 ore su 24 da un secondino che non potevano vedere, oggi invece il potere carcerario si basa all’auto-distruzione come forma di visibilità: la stessa visibilità che la società “esterna” rincorre e che porta a dire “intercettateci tutti” come quel famoso slogan populista figlio dell’antiberlusconismo. 

In pratica il potere si rafforza grazie alla servitù volontaria, poi poco importa che in questa maniera si alimenti lo Stato “paternalistico” penale che porta a rinchiudere nelle carceri gli individui resi superflui dall’attuale assetto economico e sociale. Tutto questo accade perché il populismo penale ha tratto in inganno tutti: ha fatto credere che le leggi carcerocentriche e repressive servissero per far condannare i potenti (e non sarebbe comunque giusto sostituire la lotta politica a quella giudiziaria), mentre in realtà non fanno altro che schiacciare i più deboli. Per tutti questi motivi la sinistra deve riscoprire il garantismo come atto di resistenza.
 
 
Foto: Rennet Stowe/Flickr

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