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Se l’Italia è in mano ai Gasparri

Può un solo nome condensare in sé il gap culturale e politico del nostro paese? Forse sì. Questo nome, o meglio cognome, corrisponde simbolicamente a quello di Gasparri. Basta leggere alcune notizie balzate agli onori delle cronache nazionali per farsene un’idea.

Chi è uno dei protagonisti indiscussi della spartizione del Cda della Rai, fulcro dell’attuale scontro politico in Parlamento? Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato. Chi è quel generale dei Carabinieri che, a seguito delle sue dichiariazioni (pronunciate e non smentite durante una lezione della scuola Ufficiali di Roma: "Ammettere di essere gay, magari facendolo su un social network, non è pertinente allo status di Carabiniere"), è stato oggetto di una lettera aperta, molto discussa, di un finanziere omosessuale, pubblicata sul Fatto Quotidiano? Clemente Gasparri, vice Comandante dell’Arma e fratello del Senatore pidiellino. Due cognomi uguali, collegati a due argomenti scottanti e di stretta attualità. Coincidenza? Forse sì. Molto probabilmente no.

Marcello Strati, 49 anni, in servizio alla dogana di Como, ha scritto rivolgendosi al suo superiore:

"Non so se sono io il “graduato” della Guardia di Finanza a cui si riferisce nel suo discorso, e che ha “ammesso” (come se si trattasse di una colpa) di essere gay. Forse sì o forse no, chissà. In ogni caso, caro Generale, eccomi qua, appuntato scelto della Guardia di Finanza, Strati Marcello in servizio nel Corpo da 26 anni, attualmente a Como, al gruppo di Ponte Chiasso, fiero di appartenere alle Fiamme Gialle. Servo il mio Paese con onestà e senso del dovere. Ah, dimenticavo, sono omosessuale (...) Il suo 'consiglio' (e noi militari sappiamo benissimo cosa significa questo termine quando proviene da un superiore) a non palesare il proprio orientamento sessuale è un macigno che cade in testa a quei militari che, magari dopo tanta fatica e sofferenza interiore, avevano deciso di uscire alla luce del sole. Sperando di essere giudicati non per chi si portano a letto o per chi amano, ma solo in quanto buoni militari".

Ci sono dei beni pubblici (per esempio il servizio pubblico radio televisivo) e dei diritti civili (il diritto a manifestare e vivere liberamente il proprio orientamento sessuale) che sono ancora un tabù nell’Italia retrograda ed arretrata del post-berlusconismo. C’è una certa Italia, infatti che non accetta di avere una televisione pubblica libera, non condizionata dall’ingerenza dei partiti, e quella stessa Italia non ritiene simmetricamente opportuni alcuni atteggiamenti sessuali (ma a volte anche scelte politiche o sociali) giudicati “non pertinenti”.

Quelli che oggi si battono per mettere un proprio “uomo” nel Cda della Rai sono gli stessi che chiedono ed hanno chiesto alla Rai di bloccare le fiction o programmi con tematiche “sconvenienti”, sono gli stessi che esigono ed esigeranno l’allontanamento dei giornalisti non “allineati” e sono quelli che tramite il controllo della tv pubblica vorrebbero “normalizzare” i messaggi politici, sociali e mediatici che vengono veicolati dalla tv di Stato.

C’è indubbiamente un filo rosso che collega l’ostinanzione di alcune forze politice a non volere un Cda della Rai nominato in base a criteri di merito e competenza, a quella parte del paese (per fortuna minoritaria) che si ostina a non riconoscere i molti diritti (dei gay, delle lesbiche, degli immigrati, dei detenuti) che vengono quotidianamente calpestati.

Se l’Italia vuole veramente ripartire ed essere qualcosa di nuovo, dentro di sé e nel mondo prima di tutto deve contrastare (come può) quella mentalità che da oggi si potrebbe definire a buon ragione “alla Gasparri”.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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