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Sbarco americano in Sicilia: ordinaria atrocità della guerra

 

La nuova edizione di un libro di Andrea Augello (Uccidi gli italiani - Gela 1943 - La battaglia dimenticata, Mursia, Milano, 20122) ritorna su un episodio della seconda guerra mondiale in larga misura rimosso: le stragi di prigionieri di guerra italiani e tedeschi in Sicilia ad opera di truppe statunitensi.

Andrea Augello è un senatore del PdL di provenienza fascista (rautiana), e non è certo uno storico distaccato ma, nonostante l’affastellamento di commenti e divagazioni di vario genere, compresa una continua retorica esaltazione del “valore dei nostri ragazzi”, dal libro esce minuziosamente ricostruita la tragedia di alcuni dei soldati che nonostante la disorganizzazione e la mancanza di mezzi, tentarono di resistere allo sbarco e all’avanzata degli “alleati”, e che furono atrocemente “puniti” per questo.

C’è invece una parziale sottovalutazione della causa prima del rapido crollo della Sicilia, l’impreparazione dell’Italia alla guerra. Augello ammette che “l’Italia” (cioè Mussolini, dato che fino al 25 luglio proprio lui era titolare del ministero della Guerra) dopo gli “smacchi e umiliazioni” subiti in Grecia, in Russia e in Africa settentrionale, aveva reagito semplicemente “confidando sulla rapidità della vittoria tedesca e sulla capacità di adattamento del modesto strumento militare disponibile alle nuove regole della guerra di movimento, così come reinterpretate nel 1940 dalle divisioni di Guderian o di Rommel assistite dalla Luftwaffe”.

Augello tuttavia attribuisce questa impreparazione alla “assenza di una seria politica industriale” e in particolare al rifiuto di “produrre in Italia mezzi corazzati su licenza tedesca”, dovuto secondo lui alla volontà di “proteggere l’industria nazionale”. Parla anche del rifiuto di “affrontare seriamente il problema dei bombardieri e dello sviluppo degli aerosiluranti”, mentre si continuava a produrre gli obsoleti “biplani CR42”, ma non appare mai il minimo dubbio sulla scelta folle della partecipazione alla guerra.

Avevo conosciuto le vicende dello sbarco in Sicilia dalla voce di mio padre, che era un generale dalle idee conservatrici con cui avevo avuto rapporti pessimi fin da quando avevo raggiunto l’età della ragione, ma che nel 1966, durante le veglie al capezzale di mia madre morente in cui ci trovammo vicini, mi raccontò alcuni episodi sconcertanti. Mio padre, Amedeo Moscato, a quella fase siciliana della guerra aveva partecipato come colonnello che comandava il 54° Reggimento di Artiglieria, facente parte della Divisione di fanteria mobile “Napoli” (comandata dal Gen. di div. Giulio Cesare Gotti Porcinari), e si era guadagnato anche una medaglia d’argento e il rispetto del generale Montgomery al momento della cattura.

In quella dolorosa occasione di incontro mi aveva parlato della drammatica mancanza di munizioni (poche e in parte inservibili, perché molti proiettili erano da esercitazione, e quindi inoffensivi). Per procurarsi i ferri per i muli a cui era affidata la sua povera artiglieria, tutta “ippotrasportata”, dopo ripetute vane sollecitazioni, aveva dovuto mandare un tenente a Modena con un ordine di requisizione degli indispensabili ferri. Da una descrizione della sua cattura risulta che erano da tempo senza collegamento radio con gli altri comandi. Mio padre attribuiva tutto questo a un presunto “sabotaggio dei comunisti”, del tutto inverosimile in quel periodo. Ma involontariamente mi aveva fornito elementi per capire chi era invece che – per avidità - sabotava la guerra: gli industriali che spadroneggiavano nel ministero, e che lui aveva più volte allontanato dall’ufficio in cui li aveva trovati a frugare in sua assenza.

Non mi aveva mai accennato fino a quel momento alla ragione per cui quando io avevo pochi anni aveva lasciato il comodo posto al ministero della Guerra (allora si chiamava, più onestamente, così), collocato per giunta in un ufficio delicatissimo: “Approvvigionamento materie prime all’industria”. Capii allora che dovevo rispettare la sua coerenza: a contatto con i Valletta, gli Innocenti, i dirigenti famelici di tante industrie, non solo non si era arricchito, ma si era scontrato già nel 1941 con il viceministro (Mussolini era titolare, ma non c’era mai) che lo aveva rimproverato perché aveva cacciato in malo modo dei “civili” che frugavano in sua assenza tra le carte della sua stanza. Mi disse che allora aveva deciso di farsi mandare in Russia, ma che mia madre lo aveva convinto a desistere per non dare l’impressione di una sua colpa (“Santa donna!”, commentava allora, un quarto di secolo dopo). Nel 1943 il conflitto al ministero si era riproposto, e – nonostante avesse detto più volte in famiglia che sarebbe stato meglio perdere la guerra che restare sotto il fascismo – era scattato il patrottismo di un militare che si era formato nella prima guerra mondiale, e aveva chiesto quindi di andare in Sicilia, dove era più che prevedibile uno sbarco anglo-americano, dopo la sconfitta italiana e tedesca in Tunisia.

Non mi aveva però parlato delle fucilazioni di Gela, di cui evidentemente non era stato testimone diretto (si trovava nella piana di Catania a fronteggiare gli inglesi di Montgomery, mentre gli statunitensi di Patton che furono responsabili dell’eccidio di prigionieri erano a quasi un centinaio di chilometri), e quando scoprii l’episodio, mio padre era già morto. Così non mi è facile capire il perché di una così netta diversità di atteggiamento sui due fronti siciliani. Nel suo caso c’era stato un pieno rispetto delle leggi di guerra: mi aveva mostrato una foto con altri prigionieri italiani, tra cui il generale Gotti Porcinari, in posa insieme al generale Montgomery che li aveva catturati. Agli ufficiali superiori italiani era stata lasciata perfino la pistola d’ordinanza.

Il libro di Augello non dà una spiegazione convincente: a volte accenna a un disprezzo per gli italiani, a cui venivano contrapposti i tedeschi, ritenuti migliori combattenti. Ma questo “razzismo”, come lo definisce Augello, sarebbe stato possibile anche tra i britannici. Inoltre anche alcuni tedeschi furono fucilati nello stesso modo dopo essersi arresi. Una spiegazione indiretta viene dai processi che le stesse autorità statunitensi e che si conclusero con l’assoluzione dell’imputato più alto in grado, il capitano John Compton, che convinse la corte di aver creduto di eseguire un ordine del generale Patton sulla necessità di non fare prigionieri, mentre il sergente Horace West, esecutore materiale di uno degli eccidi, fu condannato a un ergastolo che tuttavia non scontò neppure per pochi giorni. A sua discolpa aveva parlato di "vendetta" per le molte perdite di commilitoni, e aveva detto che lui, come tutta la truppa, era sotto l’effetto di massicce dosi di benzedrina (un anfetaminico allora molto in uso col nome di Simpamina), ufficialmente distribuita per combattere gli effetti del mal di mare durante lo sbarco, ma usata poi abitualmente come droga. Un uso generalizzato, per sopportare l’orrore intrinseco alla guerra: d’altra parte già ai fanti italiani della prima guerra mondiale veniva notoriamente distribuita una droga casareccia, la grappa, fornita a litri prima di mandarli a morire su una trincea nemica…

Augello denuncia la reticenza delle poche lapidi che ricordano i morti italiani a Biscari (oggi Acate), Santo Pietro, Canicattì, ecc., che non nominano mai il paese di appartenenza dei fucilatori, ma “l’oste invasor” o al massimo i “marines innumeri sbarcanti”. Vecchie ipocrisie italiane oltre che insopportabile linguaggio retorico di lapidi e motivazioni di onorificenze. Ma la stessa reticenza si riscontra nel libro nell’accennare di sfuggita ad altre violenze, come il mitragliamento aereo di civili evidentemente inermi, o gli imprecisati “maltrattamenti” di giovani donne. In un solo caso si parla apertamente dello stupro di una giovanissima contadina, a proposito della fucilazione di alcuni contadini tra cui un tredicenne che cercavano di impedirlo. Un episodio che ricorda molti di quelli recentissimi in Afghanistan…

Il libro non riesce a spiegare quel che è accaduto, perché l’autore non è affatto contrario alla guerra: altrimenti avrebbe collocato questo episodio all’interno di pratiche “normali” che si sono riprodotte nella seconda guerra mondiale su tutti i fronti, dalla Cina invasa dai giapponesi ai Balcani e alla Grecia occupati da tedeschi e italiani, e anche nell’Ungheria e Germania al passaggio dell’Armata Rossa, e poi via via, nel Vietnam, nell’Iraq, nell’Afghanistan e – non dimentichiamola – nella “nostra” Somalia. Le guerre contemporanee devono recuperare i metodi usati per secoli: impunità, e di fatto concessione del diritto di “vendetta” con stupro e di saccheggio.

Invece il libro ha alcune pagine divertenti, quando ridimensiona il ruolo della mafia italo-americana nella conquista della Sicilia: secondo Augello il disegno politico statunitense era effettivamente quello di utilizzare come risorsa “i picciotti di Brooklyn”. Ma poi spiega che “i cosiddetti uomini d’onore furono abili soprattutto nel dilatare i loro meriti agli occhi dei servizi segreti americani, ai quali non fornirono nessun insostituibile supporto dal punto di vista militare e/o dell’intelligence: il loro talento si espresse soprattutto nell’arte di mobilitare comparse a buon mercato per applaudire i liberatori davanti alle cineprese dei cinegiornali”. Augello descrive alcune “scene tipiche”, con i soldati italoamericani che traversano ali di folla in tripudio, finché uno di loro riconosce e abbraccia un parente…

Giustamente Augello ammette che “sarebbe tuttavia sbagliato ridurre le folle plaudenti che si assieparono al passaggio dei soldati americani a mere comparse mobilitate dalla propaganda. Soprattutto a Palermo si verificarono anche partecipazioni più autentiche e spontanee: la città era stata duramente bombardata e privata dei servizi più elementari, la popolazione era spaventata e si sentiva, non a torto, abbandonata. Mancava l’acqua da tre settimane, non funzionavano i forni e non si distribuiva più il pane, le autorità civili si erano mostrate incapaci di affrontare la situazione e infine erano fuggite”. Successivamente accenna alla ridicola precarietà delle “truppe da cui si pretendeva una resistenza ad oltranza”, tutte improvvisate e raccogliticce: c’era perfino un “reparto di cavalleria appiedato”! A che poteva servire? Neppure all’anacronistica ultima battaglia della cavalleria polacca contro le divisioni corazzate tedesche…

Tuttavia egli insiste nell’attribuire il caos a ufficiali che non eseguivano gli ordini, mentre in realtà si trattava della putrefazione del regime fascista, già evidente prima del 25 luglio (e che anzi spiega perché in quella riunione del Gran Consiglio si trovò una maggioranza per togliere a Mussolini la guida della guerra). Già “nella notte del 20 luglio – scrive Augello – mentre il prefetto, il federale del Partito nazionale fascista ed altre autorità stavano tagliando la corda, si registrò un tentativo di saccheggio dell’Intendenza militare da parte di una folla affamata e inferocita. Altri gravi incidenti ebbero luogo alla stazione, dove una massa di indigenti circondò i vagoni ferroviari di un treno merci ritenuti carichi di provviste: i carabinieri furono costretti a sparare per disperdere l’assembramento”. Il corsivo è mio, e sottolinea il mio dissenso dall’impostazione di Augello.

Quell’episodio anticipava il 25 luglio e i giorni e mesi successivi, in cui i carabinieri e le poche truppe rimaste a disposizione del maresciallo Badoglio furono usate contro gli “indigenti” e le folle affamate e inferocite, lasciando nel Mezzogiorno ferite aperte e dubbi sul sedicente antifascismo dei trasformisti che avevano preso il posto di Mussolini e dei suoi fedeli…

PS Accennavo ai crimini italiani nei Balcani. Ho visto qualche giorno fa sul Manifesto la segnalazione di un libro del mio caro amico Giacomo Scotti, che è probabilmente una riedizione dell’ottimo ma da tempo introvabile Bono Taliano. Gli italiani in Jugoslavia (1941-43), Milano, La Pietra, 1977. Intanto riporto la segnalazione e lo stralcio apparso sul manifesto: Giacomo Scotti: Nemesi italiana. Ma ne riparleremo, perché prima di parlare dei crimini altrui, è bene fare i conti con quelli commessi “a nome nostro”, in nome dell’Italia. Nei Balcani, per non parlare della Libia e delle altre colonie…

Questo articolo è stato pubblicato qui


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Commenti all'articolo

  • Di pint74 (---.---.---.136) 2 maggio 2012 18:35
    pint74

    Testimonianza importante...Purtroppo la storia la fanno i vincitori è molta gente,oggi,vede gli americani come gli sceriffi di questo mondo...Malgrado le guerre che hanno scatenato in giro con la scusa della pace e della democrazia....
    Bel articolo.

  • Di illupodeicieli (---.---.---.198) 2 maggio 2012 19:28

    D’accordo che ci sono stati questi episodi di violenza da parte degli italiani durante le guerre di occupazione e nelle colonie: che cosa dovremmo fare? Che cosa dire a un ragazzo di liceo oggi? o a tutti quelli nati dopo il 1945 o che erano bambini o balilla prima del 1945? Non vorrei essere frainteso, e qualcuno pensasse che non me ne freghi niente e che sono cose da dimenticare. Se mai mi chiedo se malauguratamente oggi ci fosse una guerra che cosa farebbero i soldati, i nostri? Violenterebbero uomini e donne perchè nemici? Farebbero a pezzi altri essere umani per vendetta? E sopratutto lo riterremo lecito un comportamento simile? Verrebbe approvato dal governo e inculcato nei nostri cervelli dai media?

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