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Riforme: finché dura c’è verdura

Lui va come un treno, anche se si sposta prevalentemente in aereo. A breve però lo farà a bordo di un velivolo che non ha nulla da invidiare all’”Air force- One” del presidente degli Stati Uniti; che ha un costo di 200 milioni di dollari, da pagare con un leasing mensile di circa un milione di euro. Mezzi di locomozione a parte, è l’incedere di Matteo Renzi sulla scena della politica italiana a dare la sensazione di essere inarrestabile e, alla fine, nei termini stabiliti, riuscirà a incamerare anche la riforma costituzionale che prevede l’inelettività e il ridimensionamento del Senato. Checché ne dicano gli oppositori ed a prescindere dagli umori dei suoi stessi alleati che non vedono di buon occhio l’iniziativa. La conferma, sul futuro comportamento di questi ultimi, è data dalle parole pronunciate da Maria Elena Boschi : “Sono sicura che alla fine prevarrà il senso di responsabilità anche da parte di Ncd… Penso che i senatori saranno saggi e non vorranno fermare il percorso”.

Sicuramente l’alter-ego femminile di Matteo Renzi vede lontano; ma non occorre avere una vista da aquila quando c’è da scrutare una realtà così maledettamente vicina. Non votare secondo i voleri del premier e segretario del più grande partito italiano, significa minare la tenuta del governo in carica e quindi il pericolo di uno scioglimento anticipato del Parlamento. Il che vuol dire altresì, e in maniera più “terra-terra”, la rinuncia, da parte di ogni deputato e senatore della Repubblica italiana, a un introito medio netto mensile di circa 14 mila euro, il cui termine naturale è previsto fra tre anni. E’ abbastanza evidente che, qualora Matteo Renzi decidesse di introdurre la pena di morte, il ritorno alla monarchia, la cancellazione dell’intero dettato costituzionale e persino la sterminio dei primogeniti di faraonica memoria, tutti, deputati e senatori, voterebbero a favore, pur non essendo d’accordo o dichiarando pubblicamente i propri distinguo nel talk-show. Dichiarando altresì di averlo fatto per il bene dell’Italia; del popolo italiano e per non ostacolare la via delle riforme. Sembrano essere passati secoli dall’”Aventino” dei parlamentari antifascisti all’indomani del delitto Matteotti; ma questi qui, deputati e senatori della diciassettesima legislatura, nulla e nessuno li schioda dalla propria poltrona e niente può separarli dal loro stipendio mensile di 14 mila euro al mese. Neppure il rischio di non poter ritornare a sedere in Parlamento.

Finché dura fa verdura e, così come sono messe le cose, durerà per tre anni ancora; quanto basta per accumulare una rendita e poi anche un vitalizio. In tempo di crisi, dove 8 milioni di italiani sono disoccupati e dove 12 milioni di altri connazionali, tra pensionati e lavoratori dipendenti, vivono con redditi che equivalgono agli incentivi che il welfare tedesco mette a disposizione dei poveri, avere una busta paga mensile che supera lo stipendio di dodici operai messi insieme è cosa alla quale non si può rinunciare, neanche a costo di passare sul cadavere dei propri genitori. Figuriamoci sul cadavere oramai sfigurato di una povera nazione come l’Italia.

Non è conoscere i propri polli, ma Maria Elena Boschi queste cose le avrà imparate già all’asilo e dice bene quando prefigura la “saggezza” dei senatori e degli oppositori del suo stesso partito per condurre in porto la riforma del Senato. Loro non recideranno mai il ramo dell’albero sul quale sono appollaiati; non avranno il coraggio di spingere a fondo sino a far cadere Renzi. E’ che siamo in un mondo alla rovescia, nel senso di come lo intendeva un antropologo messinese di nome Giuseppe Cocchiara. Un suo libro, del 1963, aveva per titolo esattamente “Il mondo alla rovescia”.

Raccontava un viaggio a ritroso nel tempo e sulle tracce della memoria storica popolare alla ricerca di quelle ragioni che fanno intuire l’esistenza di un mondo totalmente diverso da quello in cui viviamo, proprio mentre le nuove generazioni indagano le fattezze di quello reale, che ha radici nel passato, per costruirne uno nuovo secondo le proprie esigenze e ambizioni. Perché è un modo rovesciato, o irrimediabilmente rovesciato come l’Italia, quello dove si plaude all’apporto fornito dai lavoratori stranieri all’economia nazionale. Loro sono 2,7 milioni e valgono 123 miliardi di Pil, producendo il 9% della ricchezza italiana. Peccato che sia ben diverso il rovescio della medaglia, laddove l’Italia ha un fardello di quasi nove milioni di cittadini nativi in cerca di occupazione e che addirittura hanno rinunciato a cercarla. L’apporto in cifre degli immigrati sarebbe triplicato qualora quelle nove milioni di anime avessero un lavoro e un futuro.

E’ un mondo completamente rovesciato quello dove l’uno per cento di uomini del pianeta detiene il 99 per cento della ricchezza globale. Capovolto è pure il concetto di democrazia, laddove i cittadini, con la nuova legge elettorale, partorita dalle riforme renziane, dovranno semplicemente imbucare una scheda nell’urna per eleggere i propri rappresentanti al Parlamento, perché quella scheda conterrà un nome già scritto dal partito. Evitare poi di far scegliere al corpo elettorale i nomi dei senatori, poiché essi saranno chiamati tra le schiere degli amministratori regionali, equivale alla chiusura del cerchio. E Matteo Renzi ci riuscirà a chiuderlo, ben sapendo che deputati e senatori in carica la pensano tutti allo stesso modo: “né per te, né per gli dei, ma soltanto per i fatti miei”.

Giuseppe Cocchiara, nel corso dei propri studi da antropologo e cultore della tradizione folklorica meridionale, approfondì un singolare aspetto del teatro popolare; quello delle “vastasate”; farse vernacolari particolarmente in voga nella Palermo del 1700.

A distanza di tre secoli, potremmo dire che sono tornate di moda; il luoghi deputati di tali rappresentazioni sono divenuti quelli della politica e del giornalismo, oramai cronicamente affetto da un terribile epidemia di “lingua marrone”. Ma per rendere bene il concetto, basta sapere che il termine “vastasata” deriva dalla parola “vastaso” che tradotto significa: facchino. 

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