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di BarbaraGozzi (sito) lunedì 23 maggio 2011 - 0 commento oknotizie
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Quel paradiso di trentadue anni fa in ’I giorni del cielo’

“Doveva morire.
Ormai lo sapeva.
Non c’era più niente da fare”. 

“Forse era venuto il dottore, non so.
Magari gli aveva dato una medicina.
Forse lo si doveva lasciare in pace, come si fa con i cavalli”.

‘Days of Heaven’, in Italia tradotto con ‘I giorni del cielo’ uscì nel 1978.
Scritto e diretto da Terrence Malick (ebbene sì, quel Malick che ha appena vinto la Palma d'Oro al 64° Festival di Cannes per 'The Tree of Life' e che dopo quarant'anni di carriera non ha ancora conosciuto il 'brand', non concede interviste, non lo si riesce a fotografare neanche per sbaglio, non si presenta nemmeno alle premiazioni internazionali), 'Days of Heaven' vinse nel 1979 il premio alla regia al Festival di Cannes, e l’oscar alla miglior fotografia sempre nel 1979, ma anche due David di Donatello (miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura straniera), infine il Bafta (British Academy of Film and Television Arts, organizzazione britannica fondata nel 1974) alla miglior colonna sonora.

Il film, in effetti, a maggior ragione dopo trentadue anni, i ‘numeri’ li ha ancora, anzi, probabilmente risultano più evidenti con le consapevolezze di cosa c’è stato dopo. Un Richard Gere giovane, dalle espressioni confuse in un’innocenza che ha poi perso in altri ruoli. Un Ennio Morricone superlativo (come poi molto spesso) nella colonna sonora sintonizzata sulle atmosfere di un’America rurale d’inizio novecento. La morte che da subito incombe sul padrone e la scintilla tentatrice. L’attesa per qualcosa che tarda ad accadere.

La narrazione alterna inquadrature alla voce diretta della bambina, Linda, partita con Bill e Abby da Chicago per lavorare nelle piantagioni in Texas. Per non attirare l’attenzione i tre si presentano a tutti e si comportano come fratelli e sorelle. Ma il padrone (un Sam Shepard schivo ma attento) mette gli occhi su Abby vedendola al lavoro tra i suoi campi mentre Bill scopre per caso che proprio il padrone ha i giorni contati, gli resta un anno di vita, se è molto fortunato.

In questo film si rintraccia l’ossatura di quella che è poi diventata una dinamica narrativa, particolarmente nota al pubblico cinematografico per un altro film, degli anni novanta, Proposta indecente (Indecent proposal, diretto da Adrian Lyne, del 1993 tratto dal romanzo di Jack Engelhard, con la coppia Demi Moore e Woody Harrelson alle prese – per l’appunto – con la proposta indecente del ricco Robert Redford, film che non ha ricevuto particolari ‘consensi’ da critica e addetti, di certo meno impegnato tecnicamente ma non per questo meno guardato dal c.d. Grande Pubblico).

La dinamica in effetti è molto semplice: una coppia (di amanti in questo film del 1978, di sposati nel 1993) vive quotidianamente la fatica delle difficoltà economiche tra scelte complicate e stenti, i sogni abbandonati chissà dove. Finché entra in scena il ‘ricco’, in Days of Heaven è il padrone di numerose terre, in Indecent Proposal è il miliardario John Cage. In entrambi i casi, comunque, si prospetta una ‘scintilla tentatrice’: John Cage (Robert Redford) propone una notte con Diana (Demi Moore) pagando quel genere di cifra che può cambiare la vita (quella dei due innamorati e sposarti, certamente); mentre il padrone (Sam Shepard) s’innamora di Abby e Bill (Richard Gere) la spinge a sposarlo facendo di tutti e tre i compagni di viaggio (amanti e bambina narratrice) ricchi all’improvviso. Ma Abby e Bill non sono fratelli esattamente come per Diana e David (Woody Harrelson) la notte passata da lei col miliardario non può essere dimenticata concentrandosi solo sui soldi ricevuti da Cage.


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