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 Home page > Tribuna Libera > Perché Radio Radicale non deve chiudere

Perché Radio Radicale non deve chiudere

Il paradosso nella comunicazione del nostro secolo è l'eccesso di informazione. Lo diciamo sempre ma spesso ci occupiamo della quantità, poco della qualità.
Eppure nella società più interconnessa che abbiamo mai conosciuto è proprio la qualità, l'approfondimento, la varietà delle notizie di spessore che manca.
Per questo le emittenti che hanno una voce libera, autonoma, vanno difese. Entrano nelle stanze del potere per svelarne non i retroscena ma i contenuti, quelli che in modo semplicistico vengono veicolati on gli slogan.
Radio Radicale è una di queste. Ecco perché il Governo non deve chiuderla e come sostenere una voce libera dell'informazione del nostro paese

Sono un’appassionata di radio. I programmi, i mini tiggì con solo le notizie essenziali, la musica e gli approfondimenti, sempre meno disponibili in altri formati.

Tutti i miei sì alla radio sono narrati in questo articolo, Perché la radio? 

Voglio qui richiamare tre perché, in questo contesto sono essenziali:

  • Per la qualità e dell’offerta , superiore ad altre tipologie di emittenza
  • Per la varietà dei canali e la diffusione sul territorio
  • Perché usando come unico senso l’udito, mi invita a immaginare. In un mondo preconfezionato, non è cosa da poco

Di recente ho scoperto che altre lettrici delle Volpi sono attente alle storie delle radio. Silvia ci ha raccontato quella della prima Radio Libera in questo articolo.

Una storia commovente ed emozionante che per di più centra ciò che più apprezzo della radio: il senso di libertà che mi trasmette e la capacità di offrire punti di vista differenti che posso comodamente raggiungere in ogni parte del mondo.

L’informazione è potere e sappiamo bene che chi ne detiene il controllo può selezionare all’origine la qualità delle notizie che passa la radio, oltre a indurre e promuovere determinati gusti musicali, o cose del genere.

Per questo alla parola radio deve a mio avviso essere abbinata la parola libertà, come a tante altre.

C’è una radio che svolge da anni questa funzione, dal 1976.

È Radio Radicale.

La stessa che, insieme ad altre testate giornalistiche, rischia di assistere alla propria chiusura per effetto di una scelta di questo governo.

Radio Radicale, quella dello slogan “Conoscere per deliberare”.

Perché Radio Radicale non deve chiudere

Il dubbio che la scelta dell’attuale Governo di non rinnovare la concessione a Radio Radicale, per l’unica ragione che può farlo (Nessuno ce l’ha con Radio Radicale o vuole la sua chiusura, ma – lo dice Crimi – sta nella libertà del Governo farlo) sia dettata proprio dalla cura e dalla disffusione non di propaganda ma di fatti messi alla conoscenza di tutti, mi è venuto da un pezzo.

Ridurre del 50% i fondi a essa destinati, scelta che riguarda anche altre testate giornalistiche, rischia di ridurre al silenzio le voci, piccole, certo, ma non per questo meno essenziali e meritevoli di essere ascoltate.

Perché devono essere consegnate all’rrilevanza?

E poi, come si giudica la rilevanza di un canale che fa dell’informazione la sua missione?

Può essere l’auditel (o i soldi che ci girano intorno) l’unico parametro?

Io e Radio Radicale

Per chi fa politica o si occupa di tematiche sociali, Radio Radicale è da sempre un punto di riferimento per l’informazione.

Fondata da Marco Pannella, la Radio trasmette le sedute dal parlamento e i principali processi, senza commenti, e in modo completo (quante cose si scoprono ascoltando tutto e non solo ciò che ci fanno passare), iniziative politiche di soggetti con poca visibilità ma non per questo meno importanti, conduce battaglie importanti come quella sull’aborto e naturalmente è l’organo del Partito Radicale.

Radio Radicale possiede un archivio storico dal 1976 che ha un valore culturale inestimabile. È la storia della nostra Italia quella conservata nei podcast che sono sul sito.

Non ho mai considerato l’opzione dell’iscrizione al Partito Radicale perché è molto distante dalle mie posizioni politiche e dalla mia storia, tuttavia ne ho sempre difeso la legittimità perché sono convinta che il pluralismo delle idee, quando sono informate ai principi democratici e di laicità dello stato, sia il sale della terra.

La ragione che mi ha portato a essere un’ascoltatrice affezionata della Radio è la sua rassegna stampa quotidiana, Stampa e Regime, condotta magistralmente dal 1979 da Massimo Bordin, recentemente scomparso e che qui voglio con affetto ricordare.

Bordin aveva una voce roca, spesso interrotta da qualche colpo di tosse, non esattamente ciò che in questo mestiere si possa definire una voce radiofonica.

Eppure era quella che, anche quando non avevo la possibilità di trovare la frequenza della radio già memorizzata, riconoscevo immediatamente non appena riuscivo a sintonizzarmi e mi teneva aggrappata per un’ora alle sue letture sempre pertinenti e varie, che mi facevano aprire una finestra sul mondo ogni mattina.

Anche le pause erano riconoscibili, quelle in cui il fruscio della carta dei giornali la faceva da protagonista, segno che lui la rassegna la costruiva per davvero e non la prendeva da una scaletta disegnata da chissà chi.

La lettura degli articoli della stampa nazionale e a talvolta locale, selezionati non certo per via del nome di grido che li firmava o per la notizia che tirava, ma per la competenza e l’approfondimento che rappresentavano, mi ha sempre garantito di essere informata sulla scena e sul retroscena della politica, attività che da anni seguo quotidianamente.

Una gioia sapere che Stampa e regime non chiuderà e che una staffetta di firme si succederà alla conduzione per tenere viva una parte per me essenziale del servizio che Radio Radicale offre.

Le ragioni di una difesa

Stampa e Regime sarebbe per me ragione sufficiente. Ma non posso dimenticare il servizio dal Parlamento che svolge, senza interruzioni pubblicitarie e dando ad esso priorità assoluta.

Una radio che svela la maschera del potere e che “mostra” anche ciò che non vuole o deve essere sentito da tutti.

Il Primo Maggio, la Festa dei Lavoratori, Radio Radicale ha trasmesso i comizi in diretta dei tre leader sindacali. 

Comizi che sono ancora sul sito, o ha offerto approfondimenti su quanto è accaduto intorno al 1 Maggio in Venezuela.

Il problema di Radio Radicale?

Svela il vero volto del potere. Anche quando il potere ha tutto l’interesse di restare occulto.

Come sostenere Radio Radicale

Intanto, sintonizzandosi. Poi solidarizzando con la Radio, il suo Direttore e tutti coloro che in quella radio prestano la loro opera professionale e che rischiano il proprio posto di lavoro con un’ipotetica chiusura.

Poi c’è un modo per sostenerla, concretamente.

Far circolare articoli come questo e firmare la petizione on line.

Se siete consiglier* comunali o sindaci o presidenti di Regione potete approvare un Ordine del Giorno che chiede al Governo di rifinanziare l’editoria (e sperare che abbia più fortuna di quello presentato a Torino, che non è passato per il mancato voto dei 5S).

Nell’editoria, che è l’industria dell’informazione, lavorano molte persone con professsionalità e storie di tutto rispetto che non possiamo perdere.

L’informazione e la sua qualità dovrebbe crescere nel nostro paese, non essere imbavagliata, con una scusa o con l’altra.

C’è tempo fino al 21 maggio per convincere il Governo a ritirare i tagli all’editoria che colpiscono anche altre autorevoli testate come ad esempio Il Manifesto e Avvenire.

Le ragioni per cui potrebbe chiudere non stanno nella volontà di eliminare i privilegi.

Una Radio che ha nel contratto di concessione il divieto di utilizzare pubblicità per sopravivere quando anche la RAI, emittenza pubblica, vive anche di quello (purtroppo), non può certo farcela senza sovvenzioni dallo Stato per svolgere un servizio.

Non sono certo sola nella difesa di questa radio. Tante e tanti si stanno mobilitando.

L’ultima buona notizia, in ordine di tempo, è la raccomandazione dell’AGCOM (Autorità per la Garanzia nelle Comunicazioni) che ha scritto il 24 aprile 2019 una lettera auspicando:

“nelle more di una complessiva e non più rinviabile riforma della materia, che al fine di assicurare la continuità di un servizio di interesse generale, il governo possa prorogare l’attuale convenzione, quanto meno fino al completamento della definizione dei criteri e delle procedure di assegnazione”.

 

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di umana angelo (---.---.---.102) 6 maggio 14:22

    Senza nulla togliere al valore e all’utilita delle trasmissioni di radio radicale che faremmo poi? Ogni programma tv o ogni trasmissione che assuma uguale valore e "indipendenza" sarà aiutata da denaro pubblico? E chi si riunirà o deciderà volta x volta se tali valori o utilità saranno meritevoli di sostegni all’editoria (pare che radio radicale percepisca 14 mln l’anno di denaro nostro)? La mia opinione è che ogni trasmittente/editore si guadagni con l’ascolto o la vendita di copie credibilità, se il lettore/ascoltatore lo ritiene utile compra, paga, sottoscrive abbonamenti, sostiene, ne guarda le trasmissioni (le fa un quotidiano che qui non cito), se mi va compro e pago, sennò...

  • Di Alberto (---.---.---.66) 6 maggio 14:25

    Questa radio che vorreste salvare non è che l’organo del Partito Radicale e ne porta avanti il programma: promozione del Terrorismo internazionale (Cecenia, Uiguristan), preparazione morale di prossime guerre (Iran: lo sapete che i radicali non mancano mai ai raduni della cosiddetta Opposizione iraniana? Cecenia: la ricordate la cagnara che fecero, e il giornalista che mandarono a morire?), sostegno al neofascimo (sono ormai l’organo di Fratelli d’Italia, di cui hanno trasmesso l’intero congresso; recensiscono favorevolmente libercoli nerissimi, come recentemente Compagno Mitra), al cattofascismo (hanno trasmesso il Congresso di Verona, intervistano in ginocchio i caporioni dei vari Manif e Difendiamo), al negazionismo (intervistano a ripetizione cazzari come Franco Battaglia). E la pianto qui. I radicali, e la loro radio, sono le marionette di referenti ovvi, di cui Voi vi fate complici

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