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Parità scolastica: in Italia resta un miraggio

Era il 10 Marzo del 2000 quando fu approvato il DL N° 62 in materia di parità scolastica. A sostenere con forza questa normativa, che aveva un forte sapore di riforma, l’allora ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer, cugino di Enrico.

Che cosa prevede questo decreto? In massima sintesi, fu avviato un processo di attuazione del criterio di trattamento equipollente e di scelta educativa, così come previsto dalla nostra Costituzione all’articolo 33 che recita: “La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”.

Le famiglie furono poste, quindi, tutte sullo stesso livello per ciò che concerne la scelta dell’istituto da far frequentare ai propri figli. Ricchi o poveri poco importa: l’istruzione non deve essere un altro elemento di disparità sociale.

Permettere anche ai meno abbienti di studiare attraverso la formazione privata e riconosciuta dallo Stato, che offre migliori servizi e maggiore qualità, è certamente uno degli elementi fondamentali di una vera democrazia. Prima di ogni altra considerazione esiste il diritto allo studio.

L’accesso non può essere limitato dalle diverse condizioni economiche.

Per agevolare l’accesso degli studenti provenienti da nuclei familiari in difficoltà economiche a un programma universale, fu previsto un piano di borse di studio attraverso una detrazione fiscale calcolata sulla spesa sostenuta nel corso dell’anno, oltre a cospicui finanziamenti pubblici atti a sostenere la parità. La legge è snella, contenuta in appena 4 fogli e 17 articoli di facile lettura. Si può fare. Ma…

…Come spesso accade in una nazione come la nostra, mai avara di riforme ma disattenta alla loro applicazione, anche in questo caso alla realizzazione di quanto prospettato attraverso la norma in questione, non seguì la sua completa attuazione.

A 19 anni dalla sua approvazione, infatti, possiamo oggi verificare come le idee migliori spesso non trovino spazio in un paese che sembra preferire l’applicazione del caos a quella delle buone pratiche.

Sta di fatto che, in special modo negli ultimi anni, si sta assistendo a una vera desertificazione delle organizzazioni paritarie. Ogni settimana a chiudere i battenti sono in 4 - oltre 200 l’anno - con una predominanza di chiusure al Sud. Se si pensa che su 57.831 istituti presenti sul territorio italiano 12.835 non sono statali, si comprende meglio la gravità del fenomeno.

È un problema serio, perché bisogna anche pensare che, nel 40% dei casi, si tratta della fascia di età dai 0 ai 6 anni e per molti genitori si crea un vero disastro, anche per il fatto di dover riconsiderare i tempi degli impegni quotidiani. Non è cosa da poco. In Europa solo Italia e Grecia sono in questa condizione di squilibrio. Nelle altre nazioni europee nessuno pensa di generare differenze formative a causa della diversa condizione economica. In Svezia, addirittura, non esiste la scuola di Stato e in Olanda solo il 30% di esse lo è. Tutto è affidato ai Comuni. Ecco la formula magica, forse.

Oltretutto, coloro che nel nostro paese scelgono le scuole parificate sostengono la maggior parte dei costi, e in qualche modo consentono all’intero sistema di poter garantire il trattamento equipollente per tutta la comunità. Lo Stato riconosce loro un contributo, per singolo studente, pari a 500 euro. Di contro, ogni allievo delle scuole pubbliche ci costa circa 10.000 euro per ogni ordine e grado, dalle elementari alle superiori. Grazie alla presenza sul nostro territorio di queste realtà lo Stato risparmia 6,3 miliardi ogni anno, mica bruscolini.

Cosa non sta funzionando, quindi? Esistono due linee di pensiero. Una si fonda sulla certezza che i finanziamenti che lo stato annualmente eroga al comparto non siano sufficienti. L’altra sostiene invece che oggi non vi sia grande differenza tra le due opzioni e che la crisi dipende, semmai, dal fatto che troppe penalizzazioni si riversano su coloro che, a vario titolo, sono coinvolti nel settore dell’istruzione paritaria.

Un esempio per tutti: gli insegnanti, che quando ricevono una chiamata da parte di una scuola statale sono costretti ad accettare, per non subire la cancellazione dalle liste nazionali. Se la china intrapresa non sarà arrestata, avverrà una migrazione epocale degli studenti nel comparto degli istituti pubblici, con aggravi economici non di poco conto per le tasche di tutti gli italiani.

Luigi Berlinguer sostiene che, ancora oggi, il vizio di forma è contenuto proprio nel fatto che lo Stato permetta una differenziazione tra pubblico e privato. Cancellando questa formulazione, si risolverebbe, di fatto, la questione. Perché non farlo? Auspichiamo che si possa giungere all’applicazione di quanto espresso attraverso la Legge del 2000. Non può che portare vantaggi a tutti, anche alle casse dello Stato.

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