Siamo «nell’anticamera della verità», vicini a capire «se ci furono contatti tra i boss e lo Stato», ma «non tutta l’Italia vuol sapere la verità». Così il dottor Antonio Ingroia al recente Forum nazionale contro la mafia di Firenze.
Il dottor Ingroia è titolare, insieme al sostituto Paolo Guido, di una indagine sull’uccisione del dottor Paolo Borsellino, indagine diventata scottante dopo la clamorosa rivelazione dell’ex Guardasigilli Claudio Martelli ad Annozero sul dialogo sotterraneo, avviato diciassette anni fra l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino ed esponenti delle Istituzioni; dialogo non certo in nome della legge, ma in nome di una certa tal “Ragion di Stato” e noto a Paolo Borsellino.
Successivamente al Forum il dottor Ingroia ha avuto modo di interrogare a lungo la dottoressa Liliana Ferraro, all’epoca collaboratrice del dottor Giovanni Falcone e poi suo successore alla Direzione degli Affari Penali. Sembrerebbe da indiscrezioni (il verbale è stato secretato) che, salvo taluni distinguo, la dottoressa Ferraro abbia sostanzialmente confermato le dichiarazioni di Claudio Martelli alla trasmissione di Santoro.
Una ulteriore conferma sulla consapevolezza del dottor Borsellino degli impropri intrecci fra boss ed Istituzioni, viene dalla sua vedova Agnese Piraino Leto, la quale a luglio, in una intervista alla RAI, aveva così dichiarato «Se mi dicono perché l’hanno fatto, se confessano, se collaborano con la giustizia, io li perdono. Abbiano il coraggio di dire chi glielo ha fatto fare, perché l’hanno fatto, se sono stati loro o altri». Oggi pare abbia rappresentato ai giudici di Caltanissetta le paure, che occupavano la mente del marito nei giorni immediatamente precedenti la strage di via d’Amelio, paure che giungevano a fargli dire in un momento di umano sfogo di “aver visto la mafia in faccia”. Il magistrato, ha scritto il Secolo XIX di Genova, era stato avvertito dai Carabinieri del ROS di essere nel mirino della mafia, ma non aveva voluto espatriare; tra gli atti custoditi negli uffici del ROS di Palermo vi sono ancora le copie di quei documenti.
Oggi l’ipotesi dei PM palermitani è che il dottor Paolo Borsellino, a conoscenza della trattativa avviata con i boss, si sia ad essa fortemente opposto, finendo così nel mirino della mafia; e ciò darebbe anche ragione del fatto che la realizzazione della strage di via D’Amelio abbia avuto un improvvisa accelerazione, secondo quanto accertato in taluni procedimenti già celebrati o in corso. Fra questi ultimi si ricorda quello a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, imputati di favoreggiamento del boss Bernardo Provenzano per averne ritardato la cattura non sfruttando le indicazioni del confidente Luigi Ilardo.
E’ doveroso concludere questa nota con le parole di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, in una intervista RAI: