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Myanmar: contro i rohingya è apartheid. L’accusa di Amnesty International

In un nuovo rapporto sulla crisi in corso nello stato di Rakhine, in Myanmar, Amnesty International ha denunciato che la minoranza rohingya è intrappolata in un crudele sistema di discriminazione istituzionalizzata e promossa dallo stato che equivale ad apartheid: un sistema concepito per rendere la vita dei rohingya umiliante e priva di speranza nel futuro.

Il rapporto indaga e contestualizza la recente ondata di violenza in Myanmar, in cui le forze di sicurezza si sono rese responsabili di uccisioni di rohingya, di incendi dei loro villaggi e della fuga, dal 2016, di 700.000 persone in Bangladesh.

L’indagine, durata due anni, denuncia che le autorità di Myanmar limitano gravemente ogni aspetto della vita dei rohingya che vivono nello stato di Rakhine, confinandoli in un’esistenza ghettizzata dove è arduo accedere alle cure mediche e all’istruzione e obbligandoli persino a lasciare i loro villaggi. Questa situazione corrisponde da ogni punto di vista alla definizione giuridica del crimine contro l’umanità di apartheid, contenuta nella Convenzione internazionale sulla soppressione e sulla punizione del crimine di apartheid e nello Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale.

Negli ultimi tre mesi l’esodo dei 600.000 rohingya in Bangladesh è stato ampiamente documentato. Ma del regime di apartheid che ne è la causa di fondo si conosce poco.

I rohingya sono praticamente sigillati dal mondo esterno e spesso sotto coprifuoco. Secondo un regolamento in vigore nello stato di Rakhine, gli “stranieri” e le “razze bengalesi” (un’espressione dispregiativa usata per indicare i rohingya) hanno bisogno di un permesso speciale per spostarsi da un luogo a un altro.

Nel nord dello stato, dove prima del recente esodo viveva la maggior parte dei rohingya, persino andare da un villaggio a un altro necessita di tutta una serie di autorizzazioni. Per quelli che riescono a ottenere il permesso, i posti di blocco della polizia di frontiera costituiscono una minaccia costante. Gli agenti li vessano, li obbligano a pagare mazzette, li aggrediscono o li arrestano regolarmente.

Nella zona centrale dello stato di Rakhine, i rohingya sono bloccati nei villaggi e nei campi per sfollati. In alcune aree, non possono neanche usare le strade e sono obbligati a spostarsi lungo i corsi d’acqua e solo per recarsi in altri villaggi musulmani.

Durante la violenza del 2012, decine di migliaia di rohingya vennero espulsi dalle zone urbane dello stato di Rakhine, in particolare dalla capitale Sittwe. Attualmente 4000 di loro restano in città, in una sorta di ghetto isolato, circondato dal filo spinato e sorvegliato da posti di blocco, e rischiano costantemente di essere arrestati o aggrediti dalle comunità che li circondano.

Le limitazioni alla libertà di movimento hanno un impatto devastante sulla vita quotidiana di centinaia di migliaia di rohingya, che sono stati spinti sull’orlo della sopravvivenza.

Mentre la qualità dei servizi sanitari è scarsa per tutte le comunità dello stato di Rakhine, nell’accesso alle cure mediche i rohingya incontrano ostacoli gravi che spesso mettono a rischio la loro vita.

Ad esempio, i rohingya non possono rivolgersi all’ospedale di Sittwe, il migliore centro sanitario dello stato, salvo che per casi estremamente gravi. Ma persino in questi casi, devono ottenere un’autorizzazione ufficiale e viaggiare sotto scorta della polizia. Nel nord dello stato di Rakhine, molti non hanno altra scelta che cercare cure mediche oltre confine, in Bangladesh, ma soltanto le famiglie più abbienti possono permettersi i costi del viaggio.

Al di fuori dello stato di Rakhine solo poche strutture mediche sono disponibili per i rohingya e anche in queste sono tenuti in “corsie per musulmani” e sorvegliati a vista dalla polizia.

Molti rohingya hanno raccontato di aver dovuto pagare mazzette al personale ospedaliero e agli agenti di polizia per telefonare ai familiari o farsi portare cibo da fuori. Altri hanno rinunciato del tutto al ricovero, temendo di ricevere minacce da medici e infermieri o di vedersi negate le cure.

Dal 2012 le autorità di Myanmar hanno inasprito le limitazioni all’accesso dei rohingya all’istruzione. In ampie zone dello stato di Rakhine, i bambini rohingya non possono più frequentare le scuole miste e spesso gli insegnanti rifiutano di trasferirsi nelle aree a maggioranza musulmana.

Considerato che l’istruzione superiore è “off limits” per i rohingya, molti di loro hanno espresso disperazione e assenza di speranza nel futuro.

L’inasprimento delle restrizioni ha compromesso anche la capacità dei rohingya di procurarsi di che vivere o cibo a sufficienza. I commercianti sono tagliati fuori dalle strade commerciali e dai mercati e agli agricoltori viene spesso impedito di raggiungere i loro campi. La malnutrizione e la povertà sono diventati la norma e la situazione è peggiorata dalle forti limitazioni imposte all’ingresso degli aiuti umanitari.

Il divieto di raduni di oltre quattro persone, in vigore nelle zone a maggioranza musulmana, significa che i rohingya – quasi tutti musulmani – non possono prendere parte alle preghiere collettive. In tutto Myanmar le autorità hanno chiuso le moschee e i luoghi di preghiera sono in condizioni di degrado.

L’architrave della discriminazione nei confronti del rohingya è l’assenza di diritti sul piano giuridico, esemplificata dalla Legge sulla cittadinanza del 1982, che nega la cittadinanza ai rohingya sulla base della loro etnia.

La ricerca di Amnesty International ha rivelato che le autorità di Myanmar hanno avviato una deliberata campagna per privare i rohingya anche dei pochi documenti ufficiali d’identità in loro possesso. Dal 2016, il governo ha reso estremamente difficile registrare i neonati sullo stato di famiglia, che spesso è l’unico documento che attesti la loro residenza nel paese. Nel nord dello stato di Rakhine, coloro che non si fanno trovare a casa per il “controllo annuale della popolazione” rischiano di essere cancellati dall’anagrafe.

In queste condizioni di apartheid, come potranno tornare a casa i 700.000 rohingya costretti a rifugiarsi in Bangladesh dal 2016?

Questo articolo è stato pubblicato qui

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