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La Libia e lo tsunami nel Mediterraneo

Dopo la caduta di Ben Ali in Tunisia, quella di Mubarak in Egitto, sta per capitolare il regime di Gheddafi in Libia. Era un epilogo forse già scritto, dopo la primavera araba che ha preso inizio nel 2010. Come può un regime retto dallo stesso leader per ben 42 anni resistere alla forza degli eventi? I bombardamenti della Nato, la determinazione dei ribelli, la voglia disperata di sprazzi di democrazia veicolata nelle piazze e nei social network , hanno portato la rivoluzione ad un passo da Tripoli.

Gli eventi, ed i sentimenti degli uomini: la disperazione,la rabbia, la voglia di riscatto e di rivalsa, hanno prodotto in questi mesi un brandello importante di storia di cui oggi vediamo le immagini cristallizzate sulle tv e su internet.

Il combinato disposto dello scontento popolare, degli interessi economici delle nazioni occidentali, e le forze locali di opposizione hanno prodotto uno tsunami che si è abbattuto su gran parte delle coste nordafricane.

Nell’immediato sono due i punti centrali su cui si concentraranno le azioni delle diplomazie occidentali di qui in in avanti.

Innanzitutto si cercherà di favorire una transizione “morbida”. Quando un tiranno viene abattutto, la rabbia e la voglia di vendetta sono delle costanti.

Si cercherà di calmare gli animi, tentando di misurare le reazioni nei confronti degli esponendi del regime in disfacimento.

Un domani diverso non può fondarsi su un bagno di sangue, in aggiunta a quello che si è vissuto fino ad adesso.

Per instaurare un sistema nuovo bisogna fare i conti con quello che esisteva prima, cercando di farlo nella maniera più giusta e pacifica possibile. Per questo ci sembrano appropriate le parole di Mustafa Abdel-Jalil, il leader del Consiglio nazionale di transizione libico (Cnt) che ha dichiarato: "Speriamo che Gheddafi venga catturato vivo per poter affrontare un processo giusto. Così tutti potranno conoscere il dittatore più grande del mondo" e poi ha aggiunto "Rifiuto qualsiasi esecuzione fuori dalla legge ma ho paura che qualcuno dei ribelli possa applicare la legge del taglione".

Far fare al leader libico la stessa fine che gli americani hanno inflitto a Saddam Hussein significherebbe iniziare con una falsa partenza, significherebbe non aver reciso completamente i rapporti con il passato, in quanto sono i regimi autoritari ed illiberali che decidono di esercitare la giustizia senza un regolare processo ed un giudice imparziale.

Il secondo punto che occuperà gli sforzi dei governi occidentali, che coincide con una speranza più volte espressa dagli osservatori più accorti, consiste nella volontà di favorire in Libia ma anche in tutti gli altri paesi investiti dalla “Primavera araba” la nascita di forze democratiche. Democrazia e Libertà sono i più poderosi pilastri su cui si basa uno strato di diritto, a cui le società in rivolta sembrano aspirare.

Il rischio che partiti islamici radicali o addirittura lagati a moviementi jihadisti usino le rivoluzioni popolari come veicolo per raggiungere il potere in Libia così come in Egitto ed in altri paesi della regione è un pericolo concreto che le cancellerie occidentali cercheranno di scogiurare.

Se tutti gli aneliti di speranza, il vento di cambiamento ma anche le proteste, i morti e le piazze occupate non dovessero generare un miglioramento seppur minimo nelle condizioni sociali delle popolazioni oppresse ma dovessero portare all’isturazione di regimi teocratici come in Iran, il sogno vissuto fino ad adesso diventerebbe un incubo e non si potrebbe piu’ parlare di rivoluzione ma di involuzione dello scenario.

Per questo i governi occidentali una volta ripristinati le relazioni economiche e garantito il normale flusso di interessi commerciali, di cui probabilmente si occuperanno prima di tutto il resto ( transizione morbida e incentivazione delle forze democratiche), si troveranno di fronte una sfida tanto epocale quanto difficile e delicata.

Siamo ad una svolta che se verrà supportata dalle giuste scelte politiche potrà ridisegnare le gli assetti del Nord Africa, e di conseguenza le relazioni di esso con il resto dei paesi confinanti.

Lo tsunami che si è appena abbattutto non ci può lasciare indifferenti.

L’Italia dovrebbe riscopirere il proprio ruolo e la propria importanza che ricopre in questa zona del pianeta. Quando la smetteremo di accodarci a decisioni prese da altri governi? Quando ci faremo avanguardia di una risposta unitaria ed europea?

Siamo e rimaniamo la sentinella ed il crocevia degli interessi dell’Europa nel Mediterraneo in cui il nostro territorio è immerso per tre quarti. Dovremmo esserne sempre più consapevoli. Sopratutto adesso che il Rais ha le ore contate.

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