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Le centrali nucleari in Italia. Il caso del Garigliano (Prima Parte)

Quale era il contesto in cui fu realizzata la prima centrale elettronucleare italiana? Quali erano le tecnologie disponibili all'epoca? Dove sono stati trasferiti i rifiuti nucleari della centrale del Garigliano? Quali sono state le conseguenze per la popolazione del “cratere nucleare”?

Dopo decenni di battaglie ambientaliste, solo da qualche anno ha iniziato a diradarsi il velo di silenzio sull'intera vicenda dell'ecomostro nucleare del Garigliano, chiuso nel 1978 a seguito dei ripetuti incidenti, di cui a tutt'oggi si possiede solo una documentazione parziale.

Ancora oggi, l'area del cosiddetto “cratere nucleare” in cui risiedono diverse decine di migliaia di persone - compresa tra i comuni di Sessa Aurunca, Roccamonfina, Cellole e Mondragone, sul versante della provincia di Caserta; e Castelforte, SS. Cosma e Damiano, Minturno, Formia e Gaeta, nel basso Lazio, a nord del fiume Garigliano - vive nella rimozione di quello che può avere prodotto sulle vite, e sui prodotti della terra, la presenza di un impianto, costruito a pochi metri dalle sponde di un fiume, in una pianura nota fin dall'antichità per le periodiche esondazioni fluviali ed allagamenti, e per i terreni paludosi. Un'area vulcanica e sismica (grado 0,75-0,100) la cui già elevata radioattività naturale non è mai stata presa in dovuta considerazione né durante la fase di progettazione della centrale elettronucleare, né durante il suo funzionamento.

L'assenza di un dibattito sul nucleare, da diversi anni a questa parte, dopo il referendum del 1987, così come l'allentamento della cultura ambientalista, andato di pari passo con la quasi estinzione della sinistra ecologista, ha portato una parte consistente dell'opinione pubblica a non conoscere più alcuni aspetti controversi legati all'avventura nucleare in Italia, così come l'abbiamo appresa. Una storia che invece merita di essere conosciuta fin dall'inizio.

La scelta del nucleare civile era legata ad interessi strategici degli USA

La scelta di realizzare centrali nucleari, in tempo reale con le tecnologie disponibili all'epoca, nello stesso periodo in cui venivano realizzate negli USA ed in URSS, non proveniva affatto dall'applicazione di ricerche svolte in Italia ma dalla necessità, da parte dell'amministrazione Eisenhower, di scaricare una parte degli enormi costi dovuti alla corsa agli armamenti nucleari sui paesi europei alle prese con la ricostruzione post bellica sostenuta dal piano Marshall. Per il reperimento dei combustibili per le centrali, l'Italia (come il Giappone) si sarebbe inoltre legata ad una dipendenza ancora maggiore dagli USA.

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A battezzare l'ingresso dei nuovi alleati nel club nucleare, in piena guerra fredda, fu il primo test della bomba all'idrogeno (la bomba H) attuato dall'Unione Sovietica, nel 1952, pochi mesi dopo l'analogo test degli americani, e la successiva morte di Stalin, nel marzo 1953. La velocità con la quale i sovietici dimostravano di essere al passo con la corsa agli armamenti spinsero il presidente Eisenhower a pronunciare il famoso discorso Atoms for Peace, nel quale propose all'assemblea delle Nazioni Unite di creare una organizzazione per promuovere l'uso pacifico dell'energia nucleare, il cui seguito furono quattro conferenze internazionali organizzate dall'ONU, a partire dal 1955, nelle quali centinaia di scienziati di 73 paesi ebbero modo di scambiarsi conoscenze, prima segrete, sui progressi scientifici legati al nucleare.

Negli Stati Uniti, in quegli anni, a gestire la ricerca militare e civile del nucleare era l'USAEC (United States Atomic Energy Commission), l'agenzia istituita dal Congresso degli Stati Uniti con l'Atomic Energy Act del 1946, per controllare lo sviluppo della scienza e della tecnologia applicata all'energia atomica. L'AEC rilevò le operazioni del “progetto Manhattan” e rimase una costosissima agenzia sotto stretto controllo governativo, gestita da tre servizi segreti militari.

L'AEC divenne il principale promotore degli investimenti privati per la produzione dell'energia nucleare per scopi civili, e per il “Progetto Sherwood”, un programma segreto che aveva come obiettivo, attraverso i reattori di fusione, di generare neutroni per convertire l'uranio in plutonio al fine di fornire sorgenti di Tritium (Trizio) alle armi termonucleari.

Valletta e l'ambasciatore Usa Dunn Le assemblee Atoms for Peace organizzate dall'ONU furono anche l'occasione per promuovere, tra le delegazioni presenti, le lobby interessate a sponsorizzare il nucleare civile.

Una testimonianza della trafelatezza con la quale gli industriali italiani si lanciarono su questo "business" è agli atti delle conferenze, con l'intervento dell'ing. Valletta della FIAT il quale, preso dall'entusiasmo, nella sua relazione all'assemblea annunciò addirittura che la FIAT stava acquistando un reattore nucleare dalla Westinghouse Electric Corporation, e che avrebbe realizzato una centrale in corso Massimo D'Azeglio a Torino, lungo il Po, esattamente di fronte alla collina di Moncalieri, dimostrando così tutta l'ignoranza e la tracotanza dell'epoca sui rischi connessi al ricorso all'energia nucleare per uso civile.

Nell'immediato secondo dopoguerra l’Italia, paese tradizionalmente povero di risorse energetiche, stava affrontando la sfida della ricostruzione post bellica con una scarsa disponibilità di materie prime ed una rete distributiva dell'energia elettrica inadeguata alle previsioni di crescita, in mano a società private e litigiose, mentre il dibattito sulla nazionalizzazione dell'energia elettrica era contrastato fortemente dalla destra e dai gruppi industriali del settore energetico. 

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L'industria elettrica italiana, che fin dalla sua nascita si era caratterizzata per la presenza di produttori “privati”, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, rinasceva così grazie agli aiuti del piano Marshall.

In un'epoca che viveva grande fiducia e speranza nel progresso scientifico, dopo le conferenze organizzate dalla presidenza USA, le industrie private italiane dell'energia elettrica, per trattare direttamente la realizzazione delle centrali nucleari, si mossero febbrilmente in un settore caratterizzato dall'assenza totale di leggi ed aperto ad ogni tipo di scorribanda.

Nel giro di poco tempo, nella seconda metà degli anni '50, furono così costituite delle società di diritto privato per trattare direttamente con gli americani e con gli inglesi l'acquisto dei reattori: la Edisonvolta costituì la SELNI (Società Elettronucleare italiana), l'Eni che controllava già attraverso la Snam il 35% del mercato del metano e degli oli combustibili decise di entrare nel mercato dell'energia elettrica e diede vita alla Agip Nucleare, ed alla SIMEA (Società italiana meridionale per l’energia atomica) a compartecipazione Agip-Nucleare e IRI, mentre il gruppo IRI-Finelettrica creò la SENN, (Società Elettronucleare Nazionale) nel 1957, di cui l’85% delle azioni era costituito da aziende del gruppo Finelettrica, Finmeccanica, Finsider e per il restante 15% da società private.

Per la realizzazione della centrale elettronucleare del Garigliano, la prima costruita in Italia, la BIRS, la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (meglio nota come Banca Mondiale, o World Bank) erogò, per la prima ed unica volta nella sua storia, un finanziamento di 40 milioni di dollari dell'epoca (nel 1958) in favore dello sviluppo dell’energia nucleare a “scopi pacifici”.

Lo studio della Banca Mondiale prevedeva che la centrale nucleare fosse integrata con un esteso sistema di distribuzione in grado di consentire la realizzazione di un impianto superiore a 100MW; che l'impianto venisse realizzato in un paese povero di combustibile fossile e dal basso potenziale idroelettrico, ma con una sufficiente disponibilità di capitali; il paese avrebbe dovuto eseguire i necessari accordi intergovernativi per assicurarsi una fornitura continua del combustibile attraverso l'importazione. 

Il prestito venne poi concesso alla Cassa per il Mezzogiorno e da questa trasferito alla SENN, Società Elettronucleare Nazionale, creata ad hoc ed incaricata della realizzazione dell'opera. L’intera operazione, fin dall'inizio, si distinse per il suo carattere sperimentale, sia sul piano energetico che finanziario.

Le tecnologie usate, negli anni '50, per gli impianti nucleari in Italia non erano mai state sperimentate adeguatamente.

Può apparire singolare che, in piena Guerra Fredda, a pochi anni dalla nascita della NATO (1949) e dalla fine del secondo conflitto mondiale, in un paese come l'Italia, che aveva solo dei centri di fisica teorica, i cui migliori scienziati erano emigrati all'estero durante la guerra, a qualcuno saltasse in mente di vendere tecnologia nucleare per produrre energia elettrica.

Le tecnologie conosciute negli anni '50 per produrre energia elettrica dal “nucleare” erano sostanzialmente tre e apparentemente semplici, in quanto l'energia, contrariamente a quanto si pensi, è prodotta in realtà dal vapore, non dall'atomo. Una tonnellata di uranio naturale, il combustibile maggiormente usato, può produrre più di 40 milioni di kWh, per produrre le quali servirebbero oltre 16.000 t di carbone o 80.000 barili di petrolio. L'uranio di conseguenza agisce come combustibile per trasformare l'acqua in vapore. I reattori disponibili all'epoca erano di tipo:

  • BWR (Boiling Water Reactor), nei quali l'acqua viene immessa direttamente nel recipiente del reattore, il cui combustibile è principalmente uranio arricchito. A contatto con le barre di uranio “arricchito” l'acqua diventa vapore che viene canalizzato per azionare una turbina, la quale produce elettricità attraverso un generatore. L'acqua utilizzata viene espulsa sotto forma di vapore nell'atmosfera, attraverso un camino, e sotto forma di liquido negli stessi corsi d'acqua da dove viene prelevata.
  • PWR (Pressurized Water Reactor), in cui il procedimento è analogo, con la differenza che l'acqua non viene immessa direttamente nel recipiente del generatore ma passa in canaline esterne. A contatto con il calore del nocciolo del reattore l'acqua diventa vapore e produce energia. Questi impianti sono diventati nel tempo i più diffusi del mondo.
  • GCR Magnox, i reattori raffreddati a gas realizzati dagli inglesi, che utilizzavano come combustibile l'uranio naturale (in barre racchiuse in una lega chiamata appunto Magnox), anidride carbonica come estrattore del calore, barre di acciaio al boro come controllo e barre di grafite come riflettore e come moderatore.
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BWR

L'acqua è quindi l'elemento centrale per la produzione di energia in questo tipo di impianti, i quali per essere realizzati richiedono di essere ubicati presso laghi e grossi corsi d'acqua naturale.

Gli impianti a tecnologia più “vecchia”, negli anni '50, i BWR, erano in realtà degli impianti sperimentali realizzati dalla General Electric Co., sviluppati dalle ricerche effettuate dagli inizi degli anni '50 sui generatori Borax creati negli Idaho National Laboratories, dei quali la seconda generazione è stata la prima a produrre energia per uso civile e commerciale, ad Arco, Idaho (USA), un impianto per soli 6.4 MW che ha funzionato fino al 1956.

Ing. Felice IppolitoIl CNRN (Comitato Nazionale di Ricerche sul Nucleare), creato nel 1952 all'interno del CNR, sotto la direzione del prof. Felice Ippolito, diede un impulso determinante per favorire la scelta nucleare, fino a promuovere vere e proprie campagne giornalistiche allo scopo di fare pressione sul governo. L'ing. Ippolito, che in seguito aderì al PSDI, non si limitò però solo a fare pressione sul governo attraverso i quotidiani, essendo il protagonista principale della trattativa con la BIRS per la realizzazione della centrale del Garigliano, favorendo la creazione di una società ad hoc, la SENN (Società Elettronucleare Nazionale).

Nel 1964 la controversa carriera di Ippolito fu fermata al suo apice, quando era consigliere d'amministrazione dell'ENEL (da poco costituita), per un incidente di percorso: fu arrestato e poi condannato ad 11 anni e 4 mesi (poi amnistiato dal presidente della Repubblica Saragat) per una serie di reati, ben 47, difficilmente elencabili e tutti collegati al suo ruolo nel CNRN per costruire una vera e propria lobby politico-imprenditoriale.

Nel giro di pochi anni, in Italia, vennero messe in cantiere tre centrali nucleari, con tutte e tre le tecnologie esistenti all'epoca (il BWR al Garigliano, il PWR a Trino Vercellese, il GCR Magnox a Latina), per un potenza totale di 500MW, una potenza notevole se si considera che nel 1961 la potenza istallata negli Stati Uniti era di 466,3 MW e quella nell'URSS, nello stesso periodo, era pari a 611,5 MW.

L'impianto di tipo PWR da 134 MW (poi portato a 260 MW), realizzato dalla SELNI (Società Elettronucleare italiana) a Trino Vercellese, su un brevetto della Westinghouse International Electric Company, ed entrato in funzione nel 1964, fu la centrale più potente del mondo della sua epoca, analogo a quello della centrale statunitense di Yankee Rowe.

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Enrico Mattei

Nel 1957 l'ENI di Mattei, attraverso l'Agip nucleare, si rivolse invece alla Gran Bretagna, muovendosi come suo solito in maniera diversa da quella dominante, ordinando alla britannica Nuclear Power Plant Company un reattore del tipo Magnox della potenza di 200 Mw, realizzando in seguito la centrale nucleare di Latina. Nel 1959, per affrontare la necessità di disporre dell'energia nucleare e per non dipendere troppo dall'estero, Mattei costituì poi la società Somiren (Società minerali radioattivi energia nucleare) che scoprì un discreto giacimento di minerale uranifero a Novazza (provincia di Bergamo) e altri minori in Val Maira in Piemonte. La centrale di Latina fu inaugurata nel 1963 e fu la prima ad entrare in funzione. Enrico Mattei però non fece in tempo per vederla, perché morì prima in un misterioso incidente aereo.

 

 

QUI LA SECONDA PARTE

 

Commenti all'articolo

  • Di Cesarezac (---.---.---.252) 27 agosto 2013 22:25

    DiMarco,

    articolo molto interessante il Suo, ben argomentato e ricco di dati, anche di "vecchia data".
    Tuttavia, mi permetta di osservare che in Europa siamo l’unico Paese a non avere le centrali nucleari il che comporta che i nostri prodotti partono svantaggiati per il maggior costo dell’energia. Un’altra cosa:quanti morti ha causato il nucleare in Europa, Cernobyl compresa?
    Aspetto una Sua risposta. Io Le posso dire che sulle strade del nostro Bel Paese perdono la vita ogni anno quasi 5mila persone e circa 300mila rimangono menomate tra l’indifferenza generale. Gli alberi che la costeggiano sono una delle prime cause del primato di incidentalità della SR 207 Pontina nonostante una precisa denuncia alla Procura della Repubblica sporta DAL SOTTOSCRITTO, CONTINUANO A UCCIDERE.Il gas RADON che è la seconda causa di tumori al polmone dopo il fumo di sigaretta e nel nontro Paese abbonda non spaventa nessuno. Cordiali saluti.
    CESARE ZACCARIA - ANZIO
  • Di (---.---.---.173) 27 agosto 2013 22:38

    Grazie innanzitutto per avere letto l’articolo. Nella seconda parte troverà dei dati sugli incidenti della centrale. Gli effetti sulla popolazione non li conosciamo per certo, non essendo mai stati effettuati degli studi epidemiologici, eppure qualche dato c’è e credo lo troverà interessante. Tutte cose che vanno prese naturalmente per quelle che sono, e non come certezze. 


    La questione energetica, per come la vedo io, in un paese come il nostro, come anche lei giustamente fa notare, è sempre stata, dal secondo dopoguerra ad oggi, il tallone d’Achille del nostro paese. Sotto il profilo energetico emerge una storia del paese, molto trasversale, che è necessario approfondire per comprendere la politica estera italiana del ’900. Tuttavia, l’avventura nucleare, confrontati costi, i tempi di funzionamento, ed i costi di mantenimento delle centrali chiuse (le tre centrali di cui si parla sono state chiuse molto prima del referendum 1987), per non parlare dei costi (e delle incognite) legati allo smantellamento o decommissioning, possiamo dire che è stata una avventura costosa e poco vantaggiosa per il nostro paese.

    Sul piano energetico esistono delle alternative, fermo restando che uno dei problemi principali è che consumiamo troppo, e siamo troppi.
    Aggiungiamo che solo da qualche anno le normative ambientali consentono di evitare produzioni inquinanti, come quelle che hanno caratterizzato lo sviluppo industraile del boom economico (specie nel settore petrolchimico e siderurgico).
    Insomma, la buona regola dovrebbe essere: ridurre i rischi. Come quando ci si limita nel bere il vino, sostanza che assunta in grandi quantità è più pericolosa delle droghe.

    Emiliano Di Marco
  • Di paolo (---.---.---.197) 28 agosto 2013 12:08

    caro Emiliano


    Non contesto la ricostruzione storico politica dell’elettronucleare in italia , a parte la costante ripetitiva che l’interesse era legato agli USA allora e al nucleare francese ai nostri giorni che non mi sento di condividere .
    L’interesse di avviare una produzione di energia attraverso il nucleare era e sarebbe stata nostra ,non solo strategico ma in termini di rendimento energetico . Avendolo castrato (unici al mondo come dice Cesarezac) ci ha privato di un know- how tecnologico che era di primissimo livello , che di applicazioni industriali(Ansaldo nucleare ecc.. ) .Sostanzialmente oltre ad avere compromesso la convenienza energetica per tutto il comparto industriale energivoro ,penalizzando le nostre imprese sui mercati ,abbiamo sperperato migliaia di miliardi in opere rimaste incompiute o non entrate in funzione,compreso bonifiche successive , e abbiamo perso una leadership di conoscenze tecnologiche industriali di assoluto valore.

    Ha prevalso (come al solito)la demagogia e la mancanza di pianificazioni energetiche (la SEN di Monti cerca di rimediare a squilibri e speculazioni sulle fonti rinnovabili -in primis fotovoltaico ) e il risultato è sotto gli occhi di tutti .Mancanza di competitività per costi eccessivi dell’energia (oltre il 30% della media europea) e aumento combustione dei fossili (specialmente carbone)alla faccia del protocollo (sottoscritto )di Kyoto .
    L’alternativa al nucleare a tutt’oggi è soltanto la combustione dei fossili in termini di "fattore di carico " (unico indicatore valido) ,consumiamo nucleare di importazione avendo rischi immutati (francese,svizzero ,sloveno) e oggi ci troviamo di fronte ad una insorgente e sempre maggiore insofferenza di fronte alle rinnovabili (solare ed eolico)in termini di impatto sul territorio.
    • Di (---.---.---.57) 28 agosto 2013 13:20

      La questione relativa agli interessi strategici degli USA, in verità mi sembrerebbe abbastanza evidente. Le centrali BWR e PWR sono basate su brevetti americani ed utilizzavano uranio arricchito, che nel periodo di funzionamento delle stesse, almeno fino alla metà degli anni ’70, veniva prodotto solo negli USA. Per cui il combustibile doveva essere acquistato da loro, a differenza di quello usato nelle centrali GCR Magnox, che invece usavano l’uranio naturale, da questo punto di vista Mattei era stato lungimirante, in quanto la tecnologia per queste centrali, come quella realizzata a Latina, consentiva il reperimento del combustibile autonomamente.


      Comuqnue la si pensi, la questione relativa a quella generazione di impianti nucleari si è collocata in uno scenario, quello dell’Italia dell’immediato dopoguerra, in cui la tecnologia non era ancora conosciuta, cosa che invece sarebbe stata necessaria, dati i livelli di antropizzazione del nostro territorio nazionale. Sa che se gli USA avessero la stessa densità di popolazione dell’Italia, sarebbero un paese con un miliardo e seicento milioni di abitanti?

      Sulla ricerca nucleare mi risulta che le strutture scientifiche italiane siano parte di diversi programmi di ricerca internazionali, finanziati (forse non adeguatamente) dal governo. Esistono anche altre fonti energetiche su cui ci si sta orientando, oltre ai reattori di ultimissima generazione, per non parlare delle novità che potrebbero emergere dalle ultime ricerche sui Bosoni di Higgs...
      Al momento consumiamo energia elettrica prodotta dal nucleare in altri paesi, e sull’eolico il boom che c’è stato negli ultimi anni forse nascondeva degli interessi poco chiari, come è emerso in più di una indagine giudiziaria. Certamente è un problema nazionale, che però andrebbe inquadrato anche in ambito europeo. E che non può essere risolto affidando tutto al mercato. 
  • Di paolo (---.---.---.197) 28 agosto 2013 19:19

     Quello che volevo dire xxx.57 è che l’Italia era in pole position per quanto cocerne sia la parte teorica di fisica nucleare che le tecnologie sperimentali di ingegneria termo nucleare . Al danno del gap energetico si è aggiunto quello tecnologico industriale . E se pure i primi brevetti erano USA , non c’era alcuna barriera teorica che impedisse una produzione nostrana ,anche nell’arrichimento dell’uranio (già in funzione con siti pilota ). E’ macata la volontà politica ,la lungimiranza dei governanti e poi ,dopo Chernobyl , c’è stata l’ondata demagogica alimentata ad arte . Questa è la realtà.

    Le suggerisco di soprassedere alla speranza di sviluppi applicativi della scoperta del bosone di Higgs ( o particella di Dio come malamente chiamata) .La scoperta sperimentale ha colmato una lacuna teorica del Modello standard e senz’altro ha aperto speculazioni su nuovi scenari di fisica delle particelle , ma da qui a parlare di ...ecc. ce ne corre .

    Piuttosto la fusione nucleare ,tra pochi decenni potrebbe essere la strada da perseguire . Bisogna vedere come ci arriva l’Italia .

    • Di (---.---.---.181) 28 agosto 2013 20:56

      La questione infatti non riguarda il gap culturale, dal mio modesto punto di vista. La fisica teorica italiana nel ’900 ha espresso alcuni dei migliori scienziati del pianeta, che non a caso hanno dovuto emigrare, per cause politiche (E.Fermi), per scelta (Pontecorvo), oppure che sono rmasti in Italia sviluppando delle aree di studio che sono state all’avanguardia (Caianiello, dalla fisica teorica alla cibernetica), per arrivare a Rubbia ed al contributo che la scienza italiana sta dando al CERN.


      Il problema riguarda l’approvvigionamento delle risorse energetiche, che è un problema prettamente politico. Il problema non riguarda quindi nemmeno la tecnologia per l’arricchimento dei combustibili usati per il nucleare civile.

      Come per il petrolio, l’uranio ed il plutonio vanno reperiti all’estero e, come lei sa, essendo minerali che possono essere usati anche e soprattutto per scopi militari, il loro reperimento è soggetto a delle dinamiche politiche molto particolari, che autorizzano a ritenere che un paese come l’Italia, uscito sconfitto dalla guerra mondiale, non avrebbe mai potuto controllare. Come è successo con l’Eni, e l’ingerenza di Mattei nelle vicende estere, in Persia, e soprattutto in Algeria, il raggio d’azione della politica energetica italiana, almeno fino agli anni ’90, è stato rigidamente soggetto alle strategie atltantiche, o meglio: angloamericane.

      Uno sviluppo del campo energetico nucleare naturalmente c’è, con tecnologie più sicure, anche se mi chiedo se non sia il caso di valutare opzioni quali la produzione di queste energie in aree desertificate, a minor impatto per la salute dell’uomo. Ad esempio il Sahara...e mi sembra che sul piano dello sfruttamento dell’energia solare ci sono già dei progetti molto interessanti in quell’area, che vedono coinvolti anche i paesi europei...

      Emiliano Di Marco 

  • Di paolo (---.---.---.197) 29 agosto 2013 07:29

    Pienamente d’accordo , con due osservazioni . La prima è che ,usando come ciclo combustibile fissibile ,il Torio -232 8in arrichimento oper assorbomento di neutrone termico( lento )ad Uranio 233anzichè Uranio -235 o Plutonio-239 , si sarebbero in gran parte risolti sia i problemi di reperimento dell’approvigionamento (è almeno 10 volte più abbondante) ,sia quello delle scorie radioattive da vetrificare e stoccare in appositi siti (problema n.1 della lotta antinuclearista) .Il ciclo di autofertilizzazione del torio produce scorie minime (almeno di un fattore 10 ) ,meno radiotossiche (di svariati fattori ) e con tempi di decadenza nettamente inferiori (dell’ordine dei 300 anni anziche millenni o decine ecc...) .

    Era la strada suggerita da Rubbia . Fine anche di questa ,poi dopo Fukushima e i servizi di Pio d’Emilia su SKY ,figuriamoci .........

    Altra ipotesi energetica il termico solare nel deserto del Sahara (sempre Rubbia) ,progetto che presenta problemi geopolitici legati alla stabilità di quell’area del mondo che appaiono ,al momento ,insuperabili . Quindi stop anche per quello .

    Fotovoltaico ed eolico ,quasi alla saturazione e con "fattori di carico " troppo bassi ,idroelettrico saturato ,maree con turbine immerse da divenire per tipologia costiera e densità di popolazione ,geotermico unica alternativa sensata alla combustione dei fossili.

    Io punterei più sul risparmio energetico che mi sembra ,al momento ,la strada più praticabile.
    ciao

  • Di (---.---.---.99) 29 agosto 2013 12:09

    La possibilità di usare il solare nel Sahara è già (quasi) un progetto concreto, in Tunisia è già in fase avanzata la realizzazione di un impianto per la potenza di 2000MW. I fattori geopolitici sono sicuramente importanti, lo sono stati per il petrolio, ma credo siano ormai nell’ordine dei fattori ampiamente prevedibili e controllabili...ormai...


    Emiliano

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