"Le condizioni indegne in cui sono costretti a sopravvivere i profughi trattenuti sull’isola (a Lampedusa si è arrivati ad ospitare 5000 esuli; tanti quanti gli abitanti), sono il risultato di una catastrofe che non ha nulla a che vedere con la Libia o la Tunisia: sono il prodotto, in ultima analisi, della sfiducia che l’Italia e l’Europa hanno nel proprio futuro".
Dall’inizio dell’anno sono arrivati a Lampedusa 15.000 esuli: un numero sorprendentemente basso, considerati gli sconvolgimenti epocali che stanno avvenendo in Nordafrica, pari al 2,5% delle persone che entranano irregolarmente in Italia ogni anno e niente in confronto ai milioni di clandestini che vivono in Europa.
Provvedere a dare loro una sistemazione provvisora dignitosa e lasciarli poi liberi di cercare lavoro in un continente, il nostro, che ha ancora fame di madopera - basta sentire quel che dicono le associazioni industiali per verificarlo; gli italiani vogliono lavorare, ma ben pochi in fabbrica e quasi nessuno in certe fabbriche - avrebbe dovuto essere semplicissimo; una cosa da nulla in confronto a quel che i vari paesi europei hanno fatto, pur essendo in macerie, per accogliere i milioni di profughi in movimento da est verso ovest alla fine della seconda guerra modiale.
Le condizioni indegne in cui sono costretti a sopravvivere i profughi trattenuti sull’isola (a Lampedusa si è arrivati ad ospitare 5000 esuli; tanti quanti gli abitanti), sono il risultato di una catastrofe che non ha nulla a che vedere con la Libia o la Tunisia: sono il prodotto, in ultima analisi, della sfiducia che l’Italia e l’Europa hanno nel proprio futuro.
E’ di questa sfiducia che si è alimentata l’orribile politica degli ultimi decenni: una politica dei ponti levatoi e delle muraglie buona per un continente che si sente in decadenza; che ha rinunciato ai propri ideali e ai propri sogni.
Vedendo le immagini di quei profughi, e più ancora ricordando i respingimenti in mare, è inevitabile pensare a quel che sono ormai ridotti i diritti dell’uomo; quei diritti che ormai diamo per scontati, quasi naturali, ma che sono, invece, la conquista più alta della civiltà europea e la cui difesa dovrebbe essere la nostra principale preoccupazione.
Basta sentire dibattere i politici, sentire le loro schermaglie sullo status da garantire o meno a questi disperati, per comprendere che i “diritti dell’uomo” non esistono più neppure in linea teorica: esistono ancora solo i diritti dei cittadini di questo o quel paese.
Nessuno, neppure i politici più progressisti, osa parlare di diritti dell’essere umano in quanto tale, in quanto membro della nostra stessa specie, prescindendo da qualunque altra considerazione.
Peggio: nel caso dei respingimenti in mare si è arrivati a creare il perfetto “uomo sacro”.
Uomo sacro, dove sacro vale intoccabile, veniva chiamato nella romanità delle origini chi era messo fuori dal consesso sociale; chi non poteva essere legalmente ucciso (giustiziato) ma pure poteva essere ucciso senza che vi fossero conseguenze di sorta.
Erano uomini “sacri” quasi perfetti i detenuti dei campi di concentramento, la cui vita era alla mercé del capriccio dei guardiani, ma che pure erano debitamente registrati e, orrendamente, numerati; sono uomini “sacri” assolutamente perfetti, ridotti a mere entità biologiche, gli esuli respinti in mare senza che di loro venga neppure registrato il nome: vite precarie che possono spegnersi o essere spente senza che nessuno se ne accorga.
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28/03 13:23 - pv21