"Giorgio Fontana - già apprezzato scrittore e giornalista – ha solo trent’anni. Ed è proprio questo elemento che conferisce a La velocità del buio un’importanza cruciale nel dibattito sull'Italia di oggi: per la prima volta in modo così ricco e articolato, un giovane intellettuale si misura con commentatori, storici e filosofi su questioni chiave per il presente e il futuro del Paese. E lo fa con urgenza civile e rigore argomentativo, senza cadere nelle trappole retoriche dell'opinionismo".
Su Il primo amore, Andrea Tarabbia ne scrive il 22 aprile proponendo alcuni stralci a altre annotazioni.
Il libro, 176 pagine a sedici euro, inizia con una premessa (‘Così me l’hanno raccontata’) per poi articolarsi in cinque sezioni (‘L’anomalia dell’anomalia’, ‘Silvio’, ‘Il berlusconismo come attacco a verità, razionalità ed etica’, ‘Il mito di Narciso’, 'Prima e ultima persona’) ulteriormente divise in brevi capitoli, quattro pagine di bibliografia e la nota dell’autore a spiegare (anche) genesi, precedenti pubblicazioni di brevi parti su alcune testate cartacee e on line, in particolare 'Il manifesto', 'lo Straniero', ilprimoamore.com e Nazione Indiana (ad esempio questo articolo su NI ma si possono rintracciare on line gli articoli di Fontana ad esempio del 2009 o del 2010).
In considerazione delle complessità e le vastità di argomenti trattati da Fontana, gli rivolgo alcune domande.
1.
Il 22 aprile hai pubblicato sul tuo blog una serie di spiegazioni, una sorta di risposta indiretta alla domanda: Perché hai scritto La velocità del buio? “L'ho scritto perché sentivo che mancava qualcosa del genere. [….] L'ho scritto perché fare l'intellettuale su Facebook a colpi di status e basta — mietendo folle di like e di commenti — non serve a niente. […]. L'ho scritto perché spero davvero, in tutta umiltà, che possa contribuire a comprendere meglio questi anni e delineare una prospettiva. Tracciare un arco per il futuro. L'ho scritto perché ho visto troppa gente farsi bella con l'intellettualismo radical chic e poi ragionare per cricche, conventicole e firme esattamente come fanno i loro presunti nemici (l’intero post rintracciabile QUI).
La scelta però, di elaborare un pamphlet dunque di ‘dire in prima persona’ con così ampie articolazioni di argomentazioni, ti pone nella condizione di prendere per mano il lettore, portarlo lungo un percorso da te definito. Non rischi di far perdere, al lettore, alcuni nodi centrali? Ma anche: assieme a citazioni, lucide analisi, osservazioni, ti senti in questo testo di proporre virate, un passo altrove rispetto a contesti e realtà che ricostruisci?