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di Bernardo Aiello lunedì 26 settembre 2011 - 0 commento oknotizie
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La crisi del debito pubblico come opportunità – Il valore legale dei titoli di studio

«Lacrime, sudore e sangue» promise agli inglesi in guerra contro il nazifascismo Winston Churchill. Ci si aspettava qualcosa di simile da Confindustria nel surrogare la politica dinanzi alla crisi del debito pubblico, avanzando autonoma ed autorevole proposta al Paese. Ed invece, come si suol dire, la montagna ha partorito un topolino.

Sembrerebbe che, per mettere a posto la macchina dell’economia, bisognerebbe:

a) Eliminare le pensioni di anzianità;

b) Tagliare le tasse ad imprese ed a lavoratori;

c)  Procedere decisi nelle privatizzazioni.

Stranamente sono tutte iniziative più in favore degli interessi imprenditori che di quelli del Paese.

Gli anziani privi di pensione non devono godere di alcuna tutela sociale (che facciamo, aboliamo la parola welfare dal vocabolario?); le tasse le devono pagare solamente i soggetti estranei al mondo del lavoro (che facciamo, prevediamo la tassazione solamente per casalinghe, studenti ed assimilabili?); tutte le funzioni statali devono essere assegnate per l’esecuzione ai privati (che facciamo, decretiamo la legittimità dei monopoli dei privati? E come facciamo per l’acqua, dopo il chiaro diniego dei cittadini per via referendaria?).

Contemporaneamente si svolgeva in tutto il Paese l’annuale rito dei test attitudinali per l’ammissione all’istruzione superiore universitaria. Ormai tanti ragazzi smettono di studiare per l’esame di Stato e si dedicano allo studio, che follia!, dei test. Tutto il Paese è diventato un testificio (vi piace questo neologismo appena inventato?) con scuole pubbliche e private dove le menti dei nostri giovani perdono il loro tempo non più dietro il latino ed il greco, bensì dietro i test.

I nostri laureati saranno i migliori possibili perché preventivamente selezionati e passati al vaglio dei testisti nazionali.

Dinanzi ai laureati l’atteggiamento degli imprenditori è quello che il vostro cronista ha potuto accertare anni orsono, quando, fresco di laurea, si recò a comunicarlo ad un caro zio; il quale gli disse «Ti sei laureato? Bene. Allora vuol dire che non sai nulla!»

Insomma, per il mondo del lavoro lo studio non serve a granché, il mestiere lo si impara solamente ed unicamente sul campo. Studiare è quasi una perdita di tempo; al massimo serve ad acquisire un titolo da usare nelle relazioni sociali. Stefano Domenicali, ad esempio, direttore sportivo della meccanicissima Ferrari, è laureato in economia e commercio e, francamente, l’economia e commercio c’azzecca ben poco con la meccanica, direbbe un noto esponente politico.

Nel mondo anglosassone, invece, l’accesso al mondo del lavoro è fatto dalle aziende attingendo alle graduatorie dei laureati delle varie università con una piena valutazione di valore, sia dell’università nel confronto con le altre università concorrenti sia del candidato nel confronto con gli altri studenti dello stesso corso. E le rette sono pagate dagli studenti proprio in ragione del valore dell’università scelta. Insomma, è la piena applicazione del libero mercato, dove i test attitudinali non servono perché funziona quella che Adam Smith chiamò la mano invisibile del libero mercato.


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