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di Giuseppe Caglioti giovedì 26 aprile 2012 - 0 commento oknotizie
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La bella Italia e il fantasma ‘Nord’

Il grande opulento Nord, cuore produttivo dell’Italia, da questo periodo di crisi uscirà notevolmente ridimensionato e forse lo stallo, se non affrontato adeguatamente, potrà divenire perenne. Tra caducità politica finale di sua emittenza, messa alla berlina, o quasi, del partito dei bauscia per eccellenza - ossia il partito del papy del Trota - scandali grossolani nelle giunte lombarde, forti infiltrazioni della ‘Ndrangheta, ma - cosa che è peggio - dopo la grande “dittatura” del partito degli imprenditori per antonomasia e dopo la parentesi Monti, il nord del Bel Paese a breve si sveglierà più povero tra operai licenziati, cassa integrazione a iosa, aziende delocalizzate e fallite. Ergo, un conto finale altissimo sul piano sociale ed economico.

Diamo al governo Monti anche la colpa di ciò? Qualcuno vorrebbe, e invece no; la diamo piuttosto proprio a quelli che il Nord avrebbero dovuto salvarlo: la premiata ditta B&B.

Che i beniamini della tv berlusconiana si attrezzino pure a conferirgli una vagonata di tapiri congiunta ai “ringraziamenti” del Nord medesimo!

Che il Sud, in parte, sia sempre stato area depressa e sottosviluppata, nonché sempre foraggiata da fondi pubblici, tenuta a galla dall’impiego pubblico è cosa arcinota da decenni, ma a breve forse anche il settentrione dell’Italia farà le spese, della "politica della ricotta" dei partiti filo-nord, rischiando di fare concorrenza al Meridione medesimo in quanto a regresso sociale e sottosviluppo di ritorno. L’Italia, dunque, nella regressione, rischia di essere più unita di quella che i leghisti, seminando odio e dissenso, volevano che fosse. Ed invece di blaterare scemenze populistiche, bene avrebbero fatto a pensare a fatti concreti, come la salvaguardia del cuore produttivo industriale settentrionale, impedendo delocalizzazioni e promuovendo sgravi fiscali e altre soluzioni per le aziende presenti nei Comuni amministrati da loro.

Tuttavia, la debacle dell’Italia tutta non può esser solo ascrivibile all’inettitudine del “governo del fare” (… I fatti propri); certo, la stragrande maggioranza di ciò è ascrivibile al “partito degli imprenditori”, che ha favorito solo le grandi aziende, ergo, i grandi imprenditori, dando loro carta bianca per delocalizzare, continuare ad utilizzare società off-shore per esportare la propria fiscalità e quant’altro, ma per quanto riguardava lo sviluppo sostenibile in loco delle aziende medio - piccole, nulla.

Con l’arrivo di Monti si poteva - e si può ancora - interrompere questa situazione solo puntando su una grande riforma fiscale intesa a rivedere – al ribasso - la fiscalità delle aziende, soprattutto quelle che impiantano nuove produzioni nel nostro paese. Infatti, per far risorgere l’industria italiana bisognerebbe far diventare l’Italia concorrenziale a livello fiscale proprio con quei paesi che ci “rubano” le imprese: la Slovenia, la Svizzera, la Romania, la Polonia e altri; in più sarebbe cosa urgente fare pressione per mettere fuori legge i paradisi fiscali e le società off-shore, anche con pene esemplari penali e pecuniarie. Solo con manovre di questo tipo e di grande portata si potrebbero risollevare le sorti della nazione.

Tuttavia, Mario Monti potrebbe andare contro i grandi imprenditori che stanno dietro ai grandi partiti che danno a lui la maggioranza parlamentare? No, perciò, ha le mani legate. Ecco perché sta tentando di fare riforme che piacciono ad un certo capitalismo, come la riforma dell’articolo 18 – ma che sul piano dello sviluppo nazionale non serve a un tubo - oppure riforme fiscali che spremono sempre la stessa mucca, i ceti medio - bassi, quindi gran parte di quelli che non votano o, in parte, quelli che votano spesso una certa sinistra.


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