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di Lucio lunedì 2 maggio 2011 - 14 commenti oknotizie
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La beatificazione di Wojtyla e la teocrazia di Ratzinger

Dopo la proclamazione a beato di Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, non mi azzardo ad entrare nel merito specifico della causa di “beatificazione” poiché non dispongo di adeguate competenze su un argomento così ostico. Mi preme invece, esporre un giudizio storico sulla figura e sull’opera, senza dubbio vasta, articolata e complessa, di uno dei papi più longevi, controversi ed influenti nella storia della curia pontificia.

Dopo la proclamazione a beato di Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, non mi azzardo ad entrare nel merito specifico della causa di “beatificazione” poiché non dispongo di adeguate competenze su un argomento così ostico. Mi preme invece, esporre un giudizio storico sulla figura e sull’opera, senza dubbio vasta, articolata e complessa, di uno dei papi più longevi, controversi ed influenti nella storia della curia pontificia.

Di fronte all’imponente e insistente campagna di esaltazione mediatica condotta a reti unificate, confesso di aver provato un senso di fastidio. Ho avvertito l’impressione di un salto temporale a ritroso che ci ha trasportati all’epoca dello Stato pontificio e del papa-re. Non intendo sfidare l’ira cattolico-nazionale, ma vorrei provare ad esprimere un’opinione difforme rispetto al vento di conformismo neoguelfo che si respira sul fronte mediatico. In effetti, un papa che sin dall’avvio del suo pontificato ha rivelato notevoli e sorprendenti abilità nell’usare il potere dei media, si è confermato tale anche post mortem, quando gli è stata tributata un’apoteosi planetaria. Abbiamo assistito ad uno spettacolo di ipocrisia mediatica e mistificazione storica, ad una sbornia apologetica e filo-clericale, ad un martellante bombardamento volto a santificare ed osannare la figura del papa, vanificando ogni tentativo di analisi critica aperta e sincera. In un clima di fanatismo è quasi impossibile formulare una valutazione seria, onesta ed imparziale.

Bisogna analizzare con attenzione e senso critico i “successi” storici di Wojtyla. Il quale, almeno nelle enunciazioni di principio, seppe ergersi a paladino della “pace universale” in un momento difficile come il 1991, durante la prima guerra nel Golfo persico, quando le parole di aperta condanna del papa si imposero come una delle poche voci contrarie al conflitto, quando non era ancora apparso il movimento no-global, protagonista da Seattle in poi. Tuttavia, mentre il pontefice esecrava la guerra in Iraq, alcune banche cattoliche, ribattezzate non a caso “banche armate”, finanziavano (e finanziano tuttora) l’esportazione di armamenti che sono all’origine dei numerosi conflitti nel mondo.

Non bisogna dimenticare che il 1991 fu l’anno in cui, dopo la caduta del muro di Berlino e dei regimi incancreniti e burocratici dell’Est europeo, si affermò il “nuovo ordine mondiale”, un assetto unipolare del mondo imperniato sulla superpotenza statunitense, un sistema imperiale che consacrò l’ascesa dei dogmi neoliberisti del “pensiero unico” e della “fine della storia”. Nessuno dubita che il pontificato di Giovanni Paolo II sia stato segnato da eventi epocali come il crollo del “socialismo reale”, alla cui causa ha fornito un apporto ideologico importante proprio Wojtyla, che nel contempo non ha lesinato critiche al cinismo immorale del mercantilismo, deplorando l’arroganza e l’ingerenza del capitalismo in una fase espansiva dell’economia di mercato. Ma un bilancio obiettivo e sereno sul suo pontificato non può ignorare la cifra ambigua che affiora da alcuni comportamenti e scelte del papa, ben sapendo che la sua voce è stata recepita soprattutto dalle masse dei dannati e diseredati che vivono nei continenti più poveri come l’Africa, non dai potenti che al suo funerale hanno versato lacrime di coccodrillo.


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