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 Home page > Attualità > Società > La Legge sul Biotestamento e l’era della rimozione della morte

La Legge sul Biotestamento e l’era della rimozione della morte

L’entrata in vigore del biotestamento è stata preceduta da uno scadimento del dibattito pubblico a riguardo, inquinato in particolar modo dalle dichiarazioni inopportune e deplorevoli di Matteo Salvini, ma apre a interessanti dibattiti e invita fortemente a riflettere.

di Andrea Muratore

A riflettere, in primis, sul significato di un decreto che sancisce, sotto determinati punti di vista un indubbio progresso, dato che, come ha scritto l’oncologo Carmine Pinto sul Corriere della Sera, “ribadisce la centralità e l’unicità del rapporto medico-paziente nella pianificazione di una strategia terapeutica condivisa, che va certamente contestualizzata e rapportata all’evoluzione delle conoscenze e delle potenzialità di cura” e rilancia l’importanza del consenso informato nella terapia medica. Un provvedimento che smussa alcune spigolosità nell’ordinamento italiano che portavano a problematiche nella relazione tra prassi medica e approccio legale in materia di “fine vita”.

Ma, al tempo stesso, a riflettere su un’implicazione più problematica, che la discussione sulla legge ha aperto: il rapporto tra noi, uomini del presente, e la morte. Sembra quasi che la possibilità di un biotestamento e lo stesso “diritto a decidere” siano rivendicati non tanto per le loro decisive implicazioni mediche, ma bensì per la possibilità di poter controllare, in anticipo, le redini del proprio destino e poter far sentire la propria voce in un capitolo inconoscibile come quello della nostra stessa fine.

Il Giornale ha pubblicato ampi stralci della lettera che monsignor Gianfranco Ravasi scrisse su Indro Montanelli poco dopo la sua morte, e i cui contenuti risultano oltremodo interessanti alla luce della discussione sul biotestamento. Ravasi scrisse: “Nei suoi scritti accennava spesso a quel corollario che è il gorgo oscuro della depressione da cui era stato in certi momenti attratto e catturato. In questa luce acquista particolare valore il discorso sulla dignità del morire. Perché non tagliare in modo deciso e reciso il nodo della morte indegna? La domanda merita una risposta. […] Si profonde più nella cura della malattia che non nella cura del malato. Il risultato non è la guarigione ma un prolungamento del processo patologico che si configura quasi in un’estensione agonica. Si delinea così la necessità della determinazione di una sorta di etica del morire, di una carta dei diritti del morente […]Tanti medici fanno notare che il cosiddetto «testamento biologico» è steso in tempi esistenzialmente diversi: si è seduti, ancora sani e «benestanti» e forse si esorcizza la paura della morte col ricorso al taglio netto e immaginato come ovvio e facile dell’eutanasia «attiva». Quando però si è in quella galleria oscura, il seme mai inaridito della speranza affiora”.

Non è facile parlare del rapporto tra l’uomo vivo e la morte in un’epoca che ha respinto la morte dal discorso collettivo in maniera radicalizzante. L’individuo della società globalizzata rimuove l’idea della morte e con questa quella di futuro, vivendo in un presente eterno. Anche l’invecchiamento, anticamera della morte, comincia a fare sempre più paura. L’uomo della globalizzazione punta a “fermare Luna e Sole su Gabaon”, pretendendo di cristallizzare il tempo: ciò porta a reputare insopportabile l’idea di un futuro senza il Sé.

Questo perché, fondamentalmente, il presentismo di cui è vittima la nostra società, e da cui sono patologicamente colpite le nostre élite cozza con una contraddizione apparentemente lacerante: la contraddizione secondo cui, come scriveva Joseph Ratzinger in Der Gott Jesu Christi nel 1976, è l’illogicità della morte a dare senso alla vita stessa e la contraddittorietà propria della morte stessa sprona noi, esseri umani, a immaginare la nostra esistenza come un continuo, non focalizzata su un presente fine a sé stesso.

Dunque, ben venga la legge sul biotestamento con i suoi profondi progressi umani e civili, ma ben venga, al tempo stesso, una presa di consapevolezza a riguardo dell’ineluttabilità di un destino che, al di là delle convinzioni morali, sociali o religiose, potremo condizionare, forse influenzare ma sicuramente non predeterminare mai arbitrariamente.

Andrea Muratore

Questo articolo è stato pubblicato qui

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