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di Andrea D’Antrassi giovedì 19 gennaio 2012 - 0 commento oknotizie
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La Costa Concordia psicanalizza l’Italia

La tragedia della Concordia non ha portato soltanto un translatantico da 114.147 tonnellate ad accasciarsi sugli scogli del Giglio, ma ha provocato anche una mole enorme di polemiche e riflessioni pari se non superiori alla sua stazza.

Un boom mediatico che da tempo non si registrava. Altro che spread, mondiali o caduta del Governo. Siamo di fronte ad una bomba giornalistica che ha la forza, in un solo schianto di 1000 Vermicino, 100 Cogne, e 10 delitti di Avetrana. 

Certo la tragedia ha in sé tutte le caratteristiche per raccontare, descrivere, ricamare e perché no? Speculare in libertà. Ma è tutto necessario?

Il mostro inaffondabile che in un secondo diventa vulnerabilissimo. Lo strazio dei passeggeri, la bassezza umana, il senso del dovere, la paura. Lo sgomento. La solidarietà dei cittadini del Giglio. La professionalità dei soccorritori. L’ambiguità della compagnia. L’allarme ambientale. L’ennesimo duello tra PM e GIP.

Tutto viene raccontanto con una grande dose di enfasi e di trasporto emotivo. La notizia è finita per rompere gli argini della realtà e ha sconfinato nelle terre ignote del racconto filosifico e del risvolto antropologico. Dalla sera di quel 13 gennaio, infatti, lo sport preferito di giornalisti, commentatori ed opinionisti del nostro paese è quello di leggere la realtà e la psicologia degli italiani attraverso gli oblò della Concordia.

Come se l’enorme nave costruita da Fincantieri contenesse in sé tutte le metafore, le contraddizioni, e soprattutto le bassezze del popolo italiano. La maggior parte dei giornalisti italiani si sono reincarnati in novelli Dante pronti a riscrivere quella che appare sotto tutti i profili come la novella “ Divina Tragedia”.

C’e’ chi si occupa di far mettere in costituzione il reato di apologia di saluto “marinaro” (inteso come avvicinamento sconsiderato alla coste ed alle isole). C’e’ chi vuole santificare il Comandante Gregorio De Falco. Chi chiede di farlo diventare protettore degli statali sfruttati e mal pagati . Ma con un enorme abnegazione.

C’è chi chiede di rinnegare Beccaria e di far fare a Schettino la fine di Osama Bin Laden. C’è chi soprattutto a Meta di Sorrento vorrebbe dare allo sfortunato capitano la possibilità di difendersi. C’è chi propne di inserire la celebre frase “Torni a bordo, cazzo!” nel testo dell’inno nazionale. C’è chi vede nella leggerezza del Capitano, la superficialità del berlusconismo, mentre c’è chi riconosce nella serietà della Capitaneria di Porto l’affidabilità dei tecnici.

C’è chi guarda ai momenti difficili passati dai passeggeri benestanti della Concordia, come un attimo di riscossa sociale. Mentre c’è chi indivua in Nettuno infastidito dallo scarso rispetto italiano per il mare, colui che avrebbe posizionato lo scoglio conficcatosi “ineaspettatamente” nello scafo della nave.

Con le polemiche sono anche riaffiorati alcuni tic pubblici tipici degli italiani. Quello di dividersi in fazioni: l’Italia del Bene (rappresentata da De Falco), l’Italia del Male (capeggiata da Schettino). Fomentati soprattutto da La Repubblica e da Il Fatto quotidiano. E quello dei complessi di inferiorità. Mai come in questo momento gli italiani sarebbero i più inetti e maldestri del mondo, incapaci ad assumersi in pieno le proprie responsabilità. Autori di indimenticabili figure di...

In molti però sembrano non ricordare la grande dose di incomprensibilità e di insensatezza che accomuna ogni tragedia in qualsiasi latitudine. Come dimenticarsi la prova non esaltante degli americani e degli inglesi in occasione del disastro ambientale provocato dall’esplosione della piattaforma petrolifera della BP (British Petrolum), appena pochi anni fa nel Golfo del Messico?

Siamo gli unici a provocare disastri? No. Non può essere e non deve essere. Le tragedie non capitano per i geni presenti nel DNA ma per resposabilità precise che la stampa dovrebbe aiutare a ricostruire. I giornalisti invece di psicanalizzare gli italiani scrivendo un oceano di parole sui vizi e le virtù del paese dovrebbero tornare al loro mestiere orginiario.

Dovrebbero rivolgere poche e mirate domande (possibilmente scomode e non scontate) ai protagonisti della vicenda, senza lasciarsi trasportare dalla voglia del commento (e del romanzo) facile. Se incominciassero a fare ciò forse la Concordia non affiorerà dal mare ma un pezzo di verità tornerà a galla.

 

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