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La Bosnia che non dimentico

Anni fa, per lavoro, ho attraversato la Bosnia Erzegovina in lungo e in largo. Diverse volte. Prima ancora di essere addestrata come “embedded” dalle nostre forze armate, di saper come distinguere le mine o come indossare il giubbotto antiproiettile. Ne ho scritto a lungo per un quotidiano e poi per alcuni settimanali Mondadori e Rusconi: fu questa serie di foto-reportages che, più tardi, mi valse (come lessi nelle motivazioni), il Premio giornalistico “Fata Morgana” del Lion’s Club. Tornando a casa da un altro viaggio, ieri, riordinavo una pila di carte e foto, quando mi sono ritrovata davanti il sorriso in bianco e nero di alcuni bambini. Li ho subito riconosciuti: li avevo fotografati nell’orfanotrofio di Turija, a 15 chilometri da Tuzla, nella Bosnia orientale. Un luogo dove non ci sono famiglie, né fratelli, mamme o nonni veri. Dove ognuno ha adottato l’altro. Dove vive chi, in questi anni, ha perduto tutto o quasi: donne che non rivedranno più mariti e figli, nonni che sono sopravvissuti ai nipoti. E infine decine di bambini, ragazze, giovani abbandonati, scampati ai massacri, alla distruzione della loro casa, alla scomparsa delle loro vere famiglie. Bambini che mi hanno accolta lì per la notte e hanno mangiato con me alla mensa; bambini sempre con il sorriso.

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photos Marina Misiti

 

E’ la Bosnia cui spesso ripenso, a volte anche solo ascoltando musica dei Balkanika; è il Paese violentato, a un passo dal nostro, che non fa più notizia. E’ così: il dossier Balcani oggi è archiviato, poche sono le iniziative di solidarietà ancora in atto, la grande macchina degli aiuti umanitari si è spostata altrove. L’Occidente che questi bambini sognano, insomma, sembra averli annullati, come una pratica chiusa. Ma io non voglio dimenticarli, soprattutto in questi giorni, e ve ne parlerò. Anzi vi posterò alcune parti estratte da un reportage che scrissi proprio dopo aver visitato alcuni orfanotrofi e conosciuto persone straordinarie…

“Vieni nella mia casa, dài, mamma vuole offrirti una tazza di caffé turco. Così puoi incontrare i miei fratelli, i nonni e ti mostro la mia cameretta”, è l’invito di Senada che con un gran sorriso mi prende per mano come se ci conoscessimo da sempre, felice di sapere che dormirò in una di queste stanzette e mangerò alla mensa insieme a loro. Gli altri bambini arrivano di corsa, tutti sudati e trafelati: stavano giocando nel parco e avere visite li rende eccitatissimi. Indossano magliette dai colori vivaci con su scritto love, peace, union. I più grandicelli si offrono subito di portarmi lo zaino, alcuni accennano un saluto in italiano e due ragazzine vogliono a tutti i costi mostrarmi la “loro” famiglia.

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ph Marina Misiti

Guardo i poster di Shakira, Eminem e di altre pop star o della squadra di calcio del cuore (italiana, soprattutto) che campeggiano sopra ai letti a castello di Gospa, Stefan, Nedzad o Jelena; i sorrisi e le grida mentre giocano e si rincorrono sul grande pratone dove si affacciano le casette bianche a schiera dell’istituto, sono quelle di tutti i bambini del mondo. Stessa voglia di divertirsi, scherzare, cantare. E, difficile a credersi, di progettare il futuro: da grande farò l’infermiera, dice con convinzione una bambina biondissima sugli 8-9 anni, e io il poliziotto, rivela il suo compagno di giochi. Per adesso vanno a scuola a piedi, raccontano, a due chilometri da qui e non usano il pulmino dell’orfanotrofio per… “solidarietà con i bambini poveri della zona”.

E’ la Bosnia che non ti aspetti. Il volto inedito di un Paese che ha appena ripreso a vivere. Anni di odii etnici che ora sembrano sciogliersi con un sorriso. A guardarli da vicino, questi bambini biondi, scuri, abbronzati o dagli occhi chiarissimi, sono proprio un mosaico di razze. Saranno loro il vero motore della trasformazione della società, la prossima generazione di giovani nei Balcani (dopo quella perduta e scomparsa con la guerra).

E finiti gli studi? I più grandi non nascondono progetti ambiziosi: Dragana sogna di diventare un’interprete per girare il mondo e Milan un calciatore. “Io invece voglio solo venire in Italia”, dice un’altra bambina con due occhioni neri e una lunga treccia sulle spalle. E’ musulmana, come la maggior parte in questa zona. Ma vuole bene a tutti, ci tiene a precisare. E’ arrivata di corsa Amra per sapere se è nell’elenco di quelli che partiranno, dei fortunati che trascorreranno delle “vere” vacanze nel nostro Paese. Dal ’92, infatti, sono oltre diecimila i piccoli orfani di guerra bosniaci che in estate o durante le feste di Natale sono ospiti di generose famiglie siciliane e poi anche del Molise: merito di una piccola ong (l’Associazione Luciano Lama di Enna), del suo caparbio presidente, Pino Castellano, e di una instancabile assistente e amica, Pina Virzì.

“Bisogna essere pazzi o testardi come noi - scherza Castellano, che neanche quando la guerra bruciava la ex Jugoslavia, ha abbandonato i “suoi” bambini: nell’armadio di casa ha ancora il giubbotto antiproiettile e diversi elmetti -. Educare questi piccoli orfani alla cultura della pace e della fratellanza, aiutarli a superare gli odii etnici facendoli giocare insieme e diventare amici, è la nostra più grande soddisfazione”. In questo periodo la sua associazione sta organizzando l’ennesima accoglienza in Italia per diverse centinaia di bambini dai 6 anni e mezzo ai 14, provenienti da una decina di istituti della Bosnia-Erzegovina, da Sarajevo a Mostar, da Banja Luka a Doboj. Una goccia in un oceano, forse, ma che ha ridato speranza e sorriso a molti: l’Unicef ha stimato che oltre un milione di bambini dell’ex Jugoslavia ha subito profondi traumi psicologici durante la guerra, il 40 per cento di loro ha visto uccidere, uno su cinque ha assistito ai massacri. Qui, per esempio, siamo a pochi chilometri dall’aeroporto di Tuzla dove le forze Onu crearono il campo d’accoglienza per donne e bambini sfuggiti all’eccidio di Srebrenica, dove nel luglio del ’95 furono massacrati almeno 8000 musulmani dai 15 ai 60 anni.

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ph Marina Misiti

“Non ci sono stragi, mine o bombe all’uranio impoverito che possano fermare il sorriso, i giochi e i sogni dei bambini – sostiene Pina Virzì –. Anche se molti di loro hanno ancora incubi la notte e fino ai 12-13 anni fanno quasi tutti la pipì a letto. Chi è corso via mentre uccidevano i genitori, chi ha visto i fratelli morire, le madri subire stupri, chi è rimasto da solo così piccolo da non sapere il proprio nome e non avere ancora oggi una carta d’identità: sono queste le loro storie”.

Orfanotrofio di Banja Luka, la città principale della Repubblica Srpska (l’entità serba della Bosnia). Qui l’edificio stesso – che accoglie più di cento minori di tutte le etnie, ma il numero oscilla continuamente visto l’aumento degli abbandoni, soprattutto neonati avuti in seguito a stupri – risale agli anni Quaranta, i pasti sono sempre a base di riso e pastasciutta in bianco e la notte il personale va via, quindi le violenze sono all’ordine del giorno. Nonostante gli sforzi del direttore che con gare di sport, corsi e mostre di pittura cerca di tenere i ragazzi lontani dalla strada. Eppure anche a Banja Luka i giovani hanno risposto festosi all’arrivo dei volontari italiani: Novka e le sue amichette della “Casa dei bambini” si sono presentate tutte truccate, con forcine colorate e pantaloni a vita bassa. Ostinate nel non lasciarsi schiacciare dai brutti ricordi.

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ph Marina Misiti

 

“Più che i palazzi distrutti, a noi resta l’animo ferito. Ma dobbiamo continuare a sperare, a immaginare un futuro migliore”, mi dice Dajana Strkic, 26 anni, di Banja Luka passeggiando insieme a me sulla Gospodska Ulica, il “Corso” della città dove sono già spuntati i primi negozi italiani. Ha appena vinto una borsa di studio a Siena invece l’amica Milijana, 25 anni, originaria di Fiume che a ottobre sposerà un ragazzo di Modena. Entrambe sognano l’Italia. Ragazze e ragazzi bosniaci oggi si danno appuntamento nei bar all’aperto, dove con un marco bevi Coca Cola e resti seduto per ore, oppure al cinema o al ristorante. Ci sono performance teatrali e continui scambi tra giovani artisti locali e stranieri. Insomma, c’è di nuovo fermento, voglia di vivere e di viaggiare in questo Paese. Tra le eredità più visibili della guerra resta però il forte divario numerico tra donne e uomini: dieci a uno. E non si possono dimenticare le centinaia di ragazze dell’Est costrette alla tratta del sesso. D’altra parte le condizioni economiche della regione restano preoccupanti, il tasso di disoccupazione tocca il 40 per cento. Ma l’ottimismo resiste tra i giovani, l’Europa è a un passo e in Bosnia, oggi, si affaccia il timido sogno di una vita non troppo diversa da quella dei teenager di tutto il resto del mondo.

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ph Marina Misiti

 

“Come tante amiche ho perso anch’io un fratello in questa guerra – dice Alica Curtovic, 28 anni, di Sarajevo –, quindi non possiamo dimenticare, ma lasciare da parte i vecchi rancori, sì: sta a noi ora dare un senso diverso alle nostre vite”. Alica mi dice che ora vuole partecipare a un campo di solidarietà in Africa, tra i disperati della Sierra Leone.

Fuori della città, tra i boschi della verde campagna bosniaca, i fiori sono spuntati di nuovo anche sui terreni minati recintati dalla Sfor. Ti rendi conto che sei in Bosnia, che stai camminando su quella che qualche anno fa era la prima linea del fronte, soltanto quando una serie continua di case distrutte e abbandonate sfila per un tempo interminabile davanti agli occhi. Ti rendi conto che qui c’è stata una delle battaglie più sanguinose che l’Europa ha conosciuto dopo la seconda guerra mondiale, quando qualcuno ti spiega che tutti quei corvi sono lì sopra, sulla collina, perchè il terreno è ancora gonfio di morti: ancora oggi si lavora alla riesumazione delle vittime nelle fosse comuni. Ti rendi conto che puoi arrivare fin qui, in quello che è stato l’inferno, e scoprire che i miracoli possono ancora accadere.

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