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L’Unione Europea, la falsa tolleranza e l’eccentrico Nobel

Le recenti evoluzioni dei signori di Stoccolma lasciano di che riflettere. Costoro, che già avevano assegnato un grottesco Nobel per la Pace ad un guerrafondaio quale Barack Obama (dando un premio, insomma, alla devastazione, simbolica e non, del diritto internazionale più basilare) qualche giorno fa hanno avuto l'infame coraggio di assegnare tale premio anche all'Unione Europea.

Le recenti evoluzioni dei signori di Stoccolma lasciano di che riflettere. Costoro, che già avevano assegnato un grottesco Nobel per la Pace ad un guerrafondaio quale Barack Obama1 (dando un premio, insomma, alla devastazione, simbolica e non, del diritto internazionale più basilare) qualche giorno fa hanno avuto l'infame coraggio di assegnare tale premio anche all'Unione Europea. Non che questo ci sorprenda, naturalmente. Risponde ad un principio affermato nientemeno che nella Carta delle Nazioni Unite. Un principio che, da solo, definisce tutto un modello cognitivo della pace tra i popoli: "I Membri devono risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace e la sicurezza internazionale, e la giustizia, non siano messe in pericolo[grassetto mio]"2.

Indubbiamente è oggi difficile raccattare da qualche parte un qualche scentrato capace di affermare in tutta serietà la necessità di un conflitto, come poi molti illustri e adorati scentrati hanno fatto, fino a neanche troppo tempo fa. Con l'ONU si afferma però un principio estremamente chiaro, limpido nella logica e inquietante nelle conseguenze. In base a tale principio, fondamentalmente recepito nella cooperazione internazionale fino ad oggi, la gestione del rischio, intesa come ponderazione del rischio che tale conflitto arreca alla comunità internazionale. Come dire che ci tutti i conflitti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. Si infiltra, così, senza troppe resistenze, quell'anomalia tollerata, quell'orrido incatenato di matrixiana memoria3, quasi un frankenstein messo lì a rimbecillire, o più un minotauro al quale dare un pasto qualche cadavere poco importante, tanto per farlo stare buono, per stare più tranquilli.

L'Unione Europea in tale modello eccelle, anzi, esce dilaniata in una dualistica tra tolleranza dell'anomalia e equilibrio politico entropico4.

Perché si deve tollerare l'anomalia quando si accetta un modello di integrazione, senza che essa comporti un qualcuno pronto a decidere in nostra vece. Troppo scomodo sarebbe, infatti, combattere gli anomali, quelli che non si adattano, quelli che, a ragione o torto, sia chiaro, con occhio spiritato guardano alla costruzione di una follia. Allora li si piazza lì, siano essi dementi o geniali, dove non possono fare danno, oppure li fanno dove non si nota. Quando ad essere messi da parte sono gli insofferenti nei confronti di un medio totalitarismo della soddisfazione, in fondo, lo si può anche tollerare. Quando però nell'angolino dove nulla c'è, e se anche ci fosse non sarebbe conoscibile (per sfruttare le parole di Gorgia), l'anomalo porta il nome e l'aspetto di Alba Dorata (per fare un nome a caso, naturalmente)... allora si aprono nuove prospettive per quell'Europa B, che tanto può magnificamente crepare, così magari aumentiamo l'offerta di lavoro delle ONG. Diventa sostanzialmente intollerabile il perpetrarsi, con l'azione, il silenzio o la comoda omissione, di un crimine internazionale sottaciuto. Potremo chiamarlo istigazione al totalitarismo? O magari potremo scuotere la testa con riprovazione, come un bambino che con cinismo schiaccia un insetto?

Credo nella seconda, in quanto riconoscere pari responsabilità per l'istigatore ed il carnefice significherebbe riscrivere lo jus cogens, affiancando a genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra, quella magica parolina sperimentata per lo stampo mafioso: concorso esterno in genocidio, concorso esterno in crimini contro l'umanità, concorso esterno in crimini di guerra. Significherebbe riportare alla memoria tanti brutti pensieri abilmente scacciati a suon di inutili trattati. Significherebbe ricordare dove vanno a finire le armi vendute5, quali macellai sono stati sostenuti con tanto di riverenze6, quali commesse ci siamo assicurati abbattendo la tirrannia in disgrazia piazzandone prontamente una nuova nuova di fabbrica7. Significherebbe ammettere che la pace sistemica non funziona proprio come vogliamo raccontarci, che a volte anche i Nobel vanno sprecati. Che alla prova della storia dell'Unione Europea non riceveremo tanti ringraziamenti. Speriamo almeno di evitare gli sputi. Soprattutto, di non meritarcene. Perché l'unico insegnamento della storia è che dalla storia non si impara un bel niente. Al limite si rimugina per qualche decennio sui torti subiti. Per poi vendicarsi. E la chiamano pace, questa arida tranquillità. "Che m'importava di chi moriva? Io volevo pace nel cuore"8.

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1 Illuminanti al riguardo le analisi di حكيم النور su Agoravox (Obama, dai principi di pace agli omicidi segreti), di Joe Becker e Scott Shane sul New York Times (Secret 'Kill list' proves a test of Obama's principles and will) e di Greg Miller sul Washington Post (Under Obama, an emerging global apparatus for drone killing)

2 Carta delle Nazioni Unite, art. 2.3

3 Un modello esemplificativo di autonomia tollerata è proprio la Zion della trilogia di Matrix. Un'anomalia che si gonfia come contrappeso del sistema totalizzante, un fusibile di nessuna importanza, fino a quando ottempera il suo ruolo, esistendo contro il sistema perché questo mantiene in vita il sistema stesso.

4 Per equilibrio entropico intendo il sussistere di una dinamica sovranazionale federale (quindi facente capo ad un'autorità superiore agli stati) senza autorità. Senza cioé che un ordine giunga dall'alto, ma affinché si costruisca (in maniera almeno marginalmente entropica).

5 Interessante il rapporto stilato dal SIPRI (per una sintesi in italiano: Sipri Yearbook 2011, armaments, disarmament and international security. Sintesi in italiano)

8 Joseph Conrad, "La laguna"

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