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L’Aquila, dopo la commemorazione riprende la competizione al posto della ri-costruzione

Tra le molteplici commemorazioni delle 3.32 del 6 aprile 2009 di molte emittenti e di tanta carta stampata, seguo Robinson di rai3, dove Philippe Daverio considera le 19 new town berlusconiane come dei “campi di concentramento senza filo spinato” e, sfumato dai titoli di coda, Antonio Cornacchione li vede con deportati non comunicanti solo per aver acquisito dialetti assai diversi, tant’è la distanza tra l’un e l’altro insediamento.

Spengo la TV pensando a Daverio ministro subito ed a Cornacchione meritevole di laurea honoris causa in urbanistica e sociologia. Poi, rifletto sul fatto che tra un anno, alla stessa ora, sullo stesso programma o sulle stesse pagine, tutti saranno di nuovo pronti a lacrimar e disquisir solo su quanto hanno fatto B&B nella fase emergenziale. Indi, mi chiedo se la ri-costruzione lasciata a metà non sia imputabile anche ad altro. Ossia, alla politica urbanistica degli amministratori locali che, approfittando della distruzione della polis (comunità), anziché ri-costruire innanzitutto il cuore della polis (città) favoriscono la costruzione, in ogni luogo, di nuove appendici edilizie prive di qualità. Mentre i centri storici evacuati e puntellati sono colpevolmente lasciati alle intemperie. Se tre anni di gelo aquilano equivalgono almeno a dieci d’esposizione a Roma, sostiene Daverio, i danni del tempo ancor maggiori dei sismici saranno irreparabili.

Quantunque, imputabili a coloro che al motto immota manet non associano le lettere P.H.S. significanti publica his salus e pertanto trascurano il significato compiuto ch’è: L’Aquila rimane salda a difesa della pubblica salute, dell’interesse della comunità. Prima nell’assecondare il cavaliere (ora inesistente) a fare L’Aquila Due purché disaggregata in porzioni da collocare “vicino” alle Frazioni, cioè prevalentemente sui terreni meno appetibili alla speculazione edilizia. Poi, nell’evitare di fare un Piano di Ricostruzione alternativo al Piano Regolatore vigente che permette ovunque ogni nuova costruzione. Indi, nell’abdicare al ruolo guida (proprio d’una appena rispettabile Amministrazione Pubblica) da sostenere nella pianificazione degli insediamenti urbani e territoriali. Infine, nel lasciare inutilizzate ingenti risorse pubbliche e/o nel favorire l’impiego delle disponibilità private (ancorché donate) per realizzare nuove opere prima del compimento della ri-costruzione dell’esistente.

Quindi, anziché la campagna elettorale a favore dei soliti noti ci vorrebbe un processo, dove sostenere l’accusa di perpetuazione ed accentuazione del disastro sismico. Un’incombenza facile, ardua, improba?

Un’impresa facile per chi sa bene che in qualsiasi nido siano deposte le uova d’un cuculo costruttore, al loro dischiudersi il cuculo costruttore in erba, con l’aiuto del dorso, si sbarazzerà dell’altre uova e dei ri-costruttori privi di piume presenti nel nido. Poi, ingannando i genitori adottivi, si farà accudire come fosse il loro pulcino.

Un compito arduo se, nel descrivere puntualmente lo stato attuale della ri-costruzione, anche Francesco Erbani e Vezio De Lucia non trovano la motivazione del perdurare di questo “cantiere infinito”. Idest, quella degli esperti d’enigmi urbanistici localistici, prima alleati credenti nella convenienza di costruire ex-nuovo invece di ricostruire l’esistente ed ora contendenti soltanto per temporanea utilità elettorale.

Un dovere improbo, per ora, assolto in questa mia virtuale arringa pubblica sostenuta da argomenti tecnici forse comprensibili anche ai non addetti ai lavori, purché elettori non a loro insaputa.

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