Molti visitatori, venuti da lontano per rivedere una città che hanno tanto amato, sono rimasti sorpresi, sbalorditi, attoniti al cospetto di uno spettacolo devastante. Le macerie accumulate sono rimaste immobili, quasi per far fede al motto della città “Immota manet”. Sono ripartiti desolati, disillusi e con l’animo inquieto. Ho potuto capire il perché di tanta desolazione. Erano informati di tutto, fin dai primi interventi post sisma. Conoscevano nei minimi particolari i tentativi di speculazione sulle macerie. Nauseati, hanno preferito non parlare dell’incivile arrembaggio di alcuni speculatori sui disastri del terremoto. Hanno toccato con mano anche l’irrazionale distribuzione di sostanze da parte di una delle più grosse associazioni umanitarie, che ha consentito l’accaparramento di viveri da parte di spregiudicati, senza il minimo controllo sulla consistenza dei nuclei familiari e senza la minima verifica della destinazione delle cospicue derrate prelevate indiscriminatamente. Malgrado la pubblica denuncia fatta sui quotidiani locali, nessuno ha mosso un dito per arginare il fenomeno, che ha continuato ad imperversare fino alla chiusura del campo base.
Con il cessare del periodo dell’emergenza, fortunatamente, questi sconci si sono estinti, anche se potevano essere evitati sul nascere. Avremmo dato un esempio di civiltà più decente e costruttivo.
L’ombra di certi fantasmi, che si erano avventati sulle rovine della città più importante d’Abruzzo, aleggia sempre sulle case abbandonate, nell’oscurità che avvolge ancora oggi il centro storico de L’Aquila.
Non ho mai creduto ai fantasmi perché risultano impercettibili, piuttosto credo ai “demoni” in senso lato. Questi elementi, infatti, sono quasi sempre individuabili ed individuati, perché preferiscono indossare gli abiti del demonio e, “quando il demonio si traveste gli spuntano la coda, gli zoccoli e le corna”. Le finzioni, di solito, non sono mai perfette.
Se un malvagio si finge buono, qualcosa della sua malvagità affiora quasi sempre dalle sue azioni e dalle sue parole. Nella novellistica popolare di solito il demonio non riesce mai a nascondere la coda, le corna o gli zoccoli di caprone. È quello che è avvenuto, sta avvenendo ed avverrà nei prossimi giorni. Le orme degli zoccoli sono talmente evidenti da restare fisse e indelebili nella triste storia della ricostruzione della città martoriata dal terremoto. Un terremoto non soltanto fisico, ma, anche e soprattutto, morale, civile, sociale e, perché no, anche politico.
Sì. Proprio così. Politico. È proprio quest’ultimo aspetto, quello politico, che sta lasciando scorie e macerie ancora più povere e deprimenti di quelle dei crolli.
Una trama trasversale, condotta magistralmente dall’ex stratega e “faraone” della protezione civile, Bertolaso, che, non potendo attribuire al commissario Chiodi libere e disinvolte manovre, ha pensato bene di interporre tra Chiodi e Cialente un altro vice commissario, capace di far pendere l’ago della bilancia dalla parte delle scelte che il Commissario avrebbe dovuto “eseguire” come “compito a casa”, dopo le lezioni assunte presso la protezione civile. Una figura quasi ignota nelle vesti di vice commissario alla ricostruzione. Infatti, nel suo curriculum non si rinvengono incarichi del genere. Mentre, è preceduto negli ambienti della pubblica amministrazione da un bigliettino da visita, appariscente, ma non troppo brillante: la poco accorta gestione della fondazione della Perdonanza Celestiniana. Un vero e proprio cancro che ha colpito una buona istituzione locale, le cui metastasi debitorie vagano ancora tra i molteplici bilanci comunali con l’appellativo di “debiti fuori bilancio”. Si evidenziano anche nel contesto della ricostruzione le impronte degli zoccoli del diavolo della “camorra”. È proprio di questi giorni la notizia del sequestro di beni e società fantasma per l’accaparramento di eventuali appalti che ha visto impegnata anche la magistratura aquilana.