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Iraq, rapita una giornalista: aveva denunciato l’impunità dei gruppi armati

La scorsa settimana, il rapporto annuale di Reporter sans frontières aveva descritto l’Iraq come uno dei cinque paesi più pericolosi al mondo per gli operatori dell’informazione (oltre che per la popolazione in genere: due giorni fa l’ultimo attentato): sette giornalisti assassinati, altri costretti all’esilio, e una posizione in fondo, 158ma su 180, nella classifica della libertà di stampa.

Il rapimento di Afrah Shawki (foto dal suo profilo Facebook), 38 anni, avvenuto il 26 dicembre a Saidiya, un quartiere occidentale della capitale Baghdad, è la triste conferma di quanto denunciato dall’organizzazione per la libertà di stampa nel mondo.

Trascorsa quasi una settimana senza notizie, i timori per la sorte di Shawki sono elevatissimi.

Alle 10 di sera di lunedì scorso, un gruppo di uomini in uniforme militare e col volto coperto ha fatto irruzione nell’abitazione della giornalista, senza alcun mandato. Dopo aver chiuso i suoi figli in una stanza e un ospite (Ziad al-Ajili, responsabile dell’Osservatorio iracheno sulla libertà di stampa), gli aggressori l’hanno portata via.

Shawki è una giornalista indipendente, impiegata al ministero della Cultura, nota per il suo impegno in favore dei diritti delle donne.

Tra i suoi ultimi articoli, quello pubblicato lo stesso 26 dicembre sul portale Aklaam potrebbe essere stato particolarmente scomodo: conteneva un appello al governo per mettere sotto controllo l’uso illegale delle armi e i vari gruppi armati che proliferano e agiscono impunemente nel paese.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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