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Iran: arrestato a 15 anni, condannato a morte a 16, impiccato ieri mattina

Per la terza volta dal maggio 2016, le autorità iraniane avevano programmato l’esecuzione di Alireza Tajiki, arrestato nel 2012 e condannato a morte nel 2013, quando aveva rispettivamente 15 e 16 anni, con l’accusa di aver violentato e poi ucciso un suo amico. Ieri mattina ci sono riuscite. L’hanno impiccato.

Il processo nei suoi confronti era risultato gravemente irregolare, basato prevalentemente su “confessioni” che Tajiki aveva denunciato di essere stato costretto a fare sotto tortura e che aveva successivamente ritrattato, dichiarandosi innocente dalla prima udienza in avanti.

Ieri Tajiki era stato trasferito in isolamento e alla famiglia era stato chiesto di recarsi alla prigione Adel Abad di Shiraz per l’ultimo saluto. Nessuna comunicazione ufficiale era invece arrivata all’avvocato, che secondo la legge dev’essere informato di un’imminente esecuzione con 48 ore di anticipo.

L’applicazione della pena di morte nei confronti di persone che all’epoca del reato avevano meno di 18 anni è contraria al diritto internazionale. A più riprese le autorità giudiziarie iraniane hanno dichiarato che Tajiki era “maturo” e pienamente consapevole “dell’illegalità dell’atto commesso e della conseguente punizione”.

L’Iran è uno dei pochi paesi al mondo che continua a mettere a morte rei minorenni, già quattro quest’anno.

Amnesty International ha i nomi di almeno 89 condannati a morte in attesa dell’esecuzione per reati commessi quando avevano meno di 18 anni.

 
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