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Intervista a Capovilla (Teatro degli orrori): tra musica, poesia, politica, impegno civile

Il front man del Teatro degli Orrori si confessa ad AgoraVox. E' uscito Il Mondo Nuovo, terzo disco della band. Un concept album interamente dedicato al tema dell'immigrazione, grande metafora della condizione umana. Album che spiega molto sui meccanismi della nostra società, ne denuncia le strutture conservatrici. Sedici tracce e molti ospiti: Caparezza, Andrea Appino degli Zen Circus, Rodrigo D'Erasmo degli Afterhours, Egle Sommacal dei Massimo Volume, Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, gli Aucan e un tour che partirà il 2 marzo.

Intervisto Pierpaolo Capovilla, penna e voce del Teatro degli Orrori, al telefono. L'appuntamento è per le tredici: temo sia un orario poco propizio, dice di essersi svegliato da poco. Nonostante ciò è disponibile, gentile, affabile. Ad un certo punto squilla un altro telefono, si scusa e risponde, poi decide di spegnerlo per dedicarsi completamente all'intervista. Ha voglia di raccontare Capovilla, e di raccontarsi: quasi un'ora di chiacchierata a tutto tondo sulla musica, la politica, le donne, l'alcol, la poesia, ma soprattutto l'impegno civile e la lotta, l'essere cantante come scelta esistenziale. Nonostante le fatiche delle numerose interviste, la girandola del meccanismo promozionale in atto, non smentisce la sua innata ars oratoria, la capacità di affascinare attraverso le parole: grande affabulatore ed incantatore di serpenti, moderno aedo capace di narrare e fotografare attraverso la musica e le parole la realtà che ci circonda. 

 Il Mondo Nuovo è un disco molto lungo, 16 canzoni per quasi un'ora e venti di musica, evento decisamente raro nel panorama musicale italiano. Ciò denota una grande esigenza di raccontare.

Sì, è un disco lungo e ciò è un fatto simbolico nel mercato discografico; oggi tutto viene vissuto come un "mordi e fuggi", così anche l'ascolto della musica nella nostra società è un fatto edonistico e superficiale. In realtà bisogna aver pazienza, tempo, ed è proprio questo che noi chiediamo ai nostri ascoltatori, chiediamo tempo, chiediamo ascolto. Andiamo in direzione opposta e contraria rispetto alla realtà che ci circonda, abbiamo molte cose da dire, un'urgenza di fare, di comporre, stiamo attraversando un momento magico, per questo anche sacrificare le nostre vite private non ci pesa. Mi sento un uomo privilegiato, fortunato, la progettualità mi salva la vita dall'inutilità della società.

Il Mondo Nuovo è un concept album, il cui tema portante è quello dell'immigrazione. C'è un filo rosso che unisce tutte le storie ed è proprio quello del migrante. Come è nata questa scelta, quale ne è stata l'esigenza, la spinta propulsiva?

Avevamo in mente questa tematica già un anno fa. La figura del migrante è paradigmatica della contemporaneità, il nostro obiettivo è quello di raccontare il Paese, la società. Pensiamo a questa parola magica, "globalizzazione", legata a due concetti precisi: internet, che sì è una chance di democrazia e la finanziarizzazione dei mercati, processo avviato dagli anni '70 in poi. Ma la globalizzazione è fatta anche di divisione del lavoro su scala globale, è fatta di uomini e donne in carne ed ossa che lasciano il loro mondo, i loro affetti per cercare una possibilità di riscatto. Ho lavorato a Venezia nella ristorazione e ho conosciuto moltissimi cingalesi che lavoravano come schiavi, sono lavoratori incredibili e mandano ciò che guadagnano a casa, lasciano tutto per dare qualcosa alla propria famiglia. Ma pensiamo anche ai nordafricani che rischiano la vita nel canale di Sicilia e quando la salvano devono poi scontrarsi con l'intolleranza, l'odio, la xenofobia. Il migrante è una figura di grande coraggio ed eroismo. Questo coraggio lo avvicina al mito, la vita del migrante in questo senso è più soddisfacente rispetto a quella di coloro che girano in suv. Noi non facciamo canzonette che parlano di cuori infranti o sentimenti languidi, siamo stufi del nazionalpopolare, della mancanza di approfondimento culturale e della pigrizia intellettuale.

Noi italiani siamo stati un popolo di migranti, ma ce ne stiamo dimenticando. Quindi possiamo definire i migranti degli eroi, dei moderni Ulisse? E posso definire te un moderno aedo, un cantore capace di narrare il presente e la realtà che lo circonda?

Sicuramente dei miti, sì, dei moderni Ulisse, molto bella questa immagine. Per quanto mi riguarda io scrivo canzoni, anche se qualcuno mi definisce un poeta la poesia è una cosa seria, è ricerca, è più libera dal vincolo del fruitore. Io scrivo per chi mi ascolta, cerco una sintesi metrica che mi viene imposta dalla canzone, mentre la poesia è molto più libera.

A proposito del titolo, il Mondo Nuovo è stato scelto semplicemente perché fotografa una realtà esistente, quella appunto del mondo globalizzato contemporaneo o piuttosto perché vuole sottintendere una speranza, quella in un mondo migliore?

Entrambe le cose. Il titolo è un riferimento esplicito alla letteratura, al romanzo di Aldous Huxley in cui viene descritta una società futuribile, una società divisa in caste, tecnicizzata. Questo riferimento letterario è un titolo allegorico che allude ad un mondo migliore possibile ma anche ad uno peggiore, quello contiguo a noi. I fascismi sono sempre alle porte, per questo noi vogliamo vigilare in quanto uomini e donne, cittadini di questo mondo. Io ho un approccio politico al mio mestiere, poiché sono convinto che la musica debba contribuire alla modulazione del mondo circostante. 

La copertina del disco è un'opera di Roberto Coda Zabetta, "Face cancel". Come è avvenuto l'incontro con questo artista?

E' un amico di adolescenza di Gionata, avevamo proposto anche ad altri artisti di realizzare la cover dell'album, ma quando abbiamo visto la sua ci siamo guardati negli occhi consapevoli di non poter far altro che sceglierla, lui è un artista vero e pensa che non ha neanche voluto esser pagato, mi ha chiesto di offrirgli una birra quando ci vedremo. Abbiamo voluto riallacciarci alla bella tradizione delle copertine d'arte degli anni '70 e parte degli '80; siamo arrivati al terzo album ed eravamo consapevoli che ci avrebbe spinto verso il mainstream, per questo abbiamo voluto aggiungere arte all'arte, significante al significato, contenuto ad altro contenuto. Abbiamo scelto di dirigerci verso una direzione opposta rispetto a quella dominante, invece di chiedere ad un grafico di realizzarla. Roberto l'ha realizzata gratuitamente nel segno di una comunione di intenti, bello se potesse esserci tra gli artisti. Noi artisti dobbiamo lottare per ristabilire la coscienza civile e politica, i nostri politici l'hanno dimenticata e allora a chi spetta? Io non ho niente da perdere come artista, se non la mia dignità.

Possiamo definire le vostre canzoni un fatto politico? Esiste un rapporto rivoluzionario tra l'arte e la vita?

Io mi sento un comunista majakovskijano. Come diceva Majakovskij, l'arte non è descrizione, ma è lo scalpello dello scultore, deve forgiare la realtà. Io sono a favore di un'arte futurista in senso majakovskijano, sono consapevole che si tratta di un'utopia, ma non mi importa dell'obiettivo, bensì del percorso che coincide con la lotta. Voglio narrare la società in cui viviamo e le sue contraddizioni, le ingiustizie e le prevaricazioni che avvengono continuamente intorno a noi; non offro risposte, ma pongo domande. Attraverso questo processo di riflessione mi auguro che la società possa cambiare. Lottare è bello, rende la vita più divertente e degna di essere vissuta.

Nelle vostre canzoni ci sono moltissimi riferimenti a poeti e scrittori, l'hai definita una tua "strategia narrativa". Qual è secondo te il ruolo della poesia nella musica?

Esenin morì "suicidato" a 30 anni, dopo cinque matrimoni e una vita di dissoluzioni e alcool, lui e Majakovskij sono figure vicine alle moderne rockstar. Io estrapolo la parola scritta con l'inchiostro dalla carta, la trascino nel qui ed ora, nel presente, nelle canzoni e faccio sì che dai loro versi germoglino contenuti e significati nuovi, sono un rapinatore poetico senza passamontagna. Non rubo, perché, citando lo sceneggiatore statunitense Wilson Mizner, "se rubi a uno è plagio, ma se rubi a molti è ricerca". La mia è una strategia metaforica, iperbolica e allegorica. Non credo che Brodskij, Majakovskij, Céline, Esenin si rivolteranno nella tomba, perché li faccio rivivere, resuscito la loro lirica. Il mio intento è indurre i più giovani ad amare la poesia del '900, poiché essa narra il cuore delle cose come nessun'altra disciplina riesce a fare.

Tu hai 44 anni. Che opinione hai del tuo pubblico di giovanissimi e del fatto di essere un'icona indiscussa di un pubblico così eterogeneo ma composto in gran parte da giovani?

Al fatto di essere un'icona mi sto abituando. Sono arrivato a 44 anni, sono un uomo maturo e cerco un equilibrio. Non voglio diventare un'inutile e fatua rockstar, ma voglio preservare un rapporto paritario con gli altri; sono un primus inter pares. Voglio restare me stesso senza "rockstarismo" come diciamo noi, poiché lo troverei ributtante.

Entriamo nello specifico del disco. Hai definito la canzone "Ion", dedicata al lavoratore rumeno che pagò con la vita il suo coraggio di essersi ribellato alla schiavitù del lavoro nero, il "cuore narrativo e pulsante" del Mondo Nuovo...

Ion è una canzone paradigmatica, tristemente simbolica della società di oggi. Ion Cazacu era un lavoratore rumeno quarantenne e laureato, giunto in Italia per dare un futuro alla sua famiglia, voleva essere regolarizzato, non voleva nient'altro che veder rispettati i suoi diritti. Rispettare la legge non significa non farsi le canne, bensì non prevaricare gli altri, questo ci tengo a dirlo. Il suo datore di lavoro, che altro non è che il suo assassino, al termine di una discussione lo cosparse di benzina, gli diede fuoco e poi lo guardò bruciare. Ion non morì subito, bensì a distanza di un mese, dopo atroci sofferenze. Io sono in contatto con la vedova, Nicoletta, anche se non l'ho ancora incontrata personalmente ci sentiamo telefonicamente, è una donna di grande coraggio e mi ha confidato che lei e le figlie ancora lottano per elaborare il lutto. Quello che è successo è ancor più beffardo se pensiamo che l'assassino sconterà solo 16 anni di carcere, poiché in appello il giudice ha ridotto la pena negando l'aggravante di "motivo abbietto". Cosa insegniamo in questo modo ai nostri figli? Io sono scandalizzato ed indignato. Dal punto di vista più strettamente testuale ho vestito Ion con l'abito di una canzone d'amore, perché se non conosci l'antefatto può sembrare semplicemente questo; ho immaginato Nicoletta, o qualsiasi altra donna al suo posto, che sente la mancanza del suo uomo e canta "la tua pelle non c'è più", ma in realtà quella pelle non c'è più perché il 95% del suo corpo fu carbonizzato.

Molte canzoni sono intitolate con nomi di persone o di luoghi, "Monica" ad esempio racconta la storia di un ragazzo finito in carcere con l'accusa di immigrazione clandestina. Tema di grande attualità in queste ore, se pensiamo al cosiddetto decreto "svuota carceri".

Quasi nessuno mi chiede di Monica, il brano rappresenta un uomo che scrive, telefona, discute con la sua donna della sua solitudine, della lontananza che il carcere comporta. Poniamo che sia uno di noi, lo facciamo somigliare al migrante prigioniero degli eventi; egli le racconterà che in cella è morto Ahmed. Ritengo che la situazione delle carceri in Italia sia uno scandalo a cielo aperto, non degna di un paese civile, con il più alto numero di suicidi dovuti alla sovrappopolazione e alla mancanza di dignità nelle celle. Nello scorso anno ci sono stati 74 suicidi, tra questi anche dei secondini, questo la dice lunga, per cui ben venga un decreto per svuotare le carceri a favore di una libertà coatta. Anche perché la situazione attuale tradisce anche la nostra Costituzione, in quanto punisce e basta, senza rieducare. C'è poi un altro piano narrativo nella canzone, quello rappresentato dalla figura del questore che non sa, non può, ma si limita ad eseguire la legge. Io ho una grande capacità di indignarmi di fronte agli eventi e trovo il reato di clandestinità assurdo, un'enorme stupidaggine che oltretutto aggiunge la beffa al danno se pensiamo che il 50% di coloro che sono in carcere sono in attesa di giudizio, operazione razzista, disumana e acristiana, opera della Lega Nord, partito di estrema destra, fino a poco fa al potere, che ha scoperto le sue carte. Considero il leghismo un neofascismo. 

In "Rivendico" chiami in causa Pasolini, affermando che sarebbe d'accordo con te. Cosa direbbe oggi il grande intellettuale se fosse ancora tra noi?

In realtà si tratta di un verso allegorico, in cui oltre a Pasolini chiamo in causa anche Slavoi Žižek e Asor Rosa. Pasolini rappresenta il grande passato degli intellettuali, colui che ci manca; Žižek è stato definito il filosofo più pericoloso del mondo occidentale, egli ha molto da dire, rappresenta il futuro, è l'intellettuale di cui abbiamo bisogno. Oltre ad interpretare la psicanalisi laciniata si occupa di argomenti attualissimi, come la tolleranza, il fondamentalismo, la globalizzazione e l'etica politica. Tra le sue opere consiglio "In difesa delle cause perse" e "La violenza invisibile", dovremmo tutti leggere di più; Asor Rosa invece rappresenta l'immobilismo del retromarxismo, spero non se voglia a male, l'ho studiato all'università e gli voglio bene, non c'è scherno nelle mie parole.

Quali sono le differenze tra il nuovo disco e i lavori precedenti, a livello sia di approccio musicale che di pensiero?

Il Mondo nuovo musicalmente rappresenta un notevole passo avanti, è un disco innovativo anche grazie alle numerose collaborazioni, le idee di base sono di Giulio Ragno Favero, che oltre ad esserne il bassista è anche il produttore artistico della band e ne costituisce il cuore. Naturalmente ognuno di noi, me, Gionata Mirai e Franz Valente, ha dato un contributo fondamentale al disco che è stato comunque orchestrato da lui. Stiamo ormai diventando una band europea, ci stiamo liberando dai cliché che hanno determinato il nostro repertorio; stiamo cercando la nostra cifra identitaria e stilistica che in realtà mi auguro non troveremo mai poiché la musica è un processo continuo e straordinario di autoapprendimento, un'evoluzione e una ricerca di identità che non finisce mai. La tradizione vive proprio attraverso l'evoluzione, altrimenti il rischio è quello di cristallizzarsi. Dal punto di vista narrativo questo lavoro non cambia molto rispetto ai precedenti, anche se stavolta siamo di fronte ad un concept album, per cui posso sicuramente definirlo il disco più politico dei tre. L'obiettivo è lottare, siamo qui per lottare e provare quell'adrenalina che ci fa sentire vivi.

Che rapporto hai con l'alcool e con le donne? Li consideri fonte di ispirazione?

Questa è una domanda insidiosa ma voglio risponderti. Ho smesso di bere circa quattro mesi fa, il mio rapporto con l'alcool è molto forte, è la droga par excellence, quella che uccide di più, che ti distrugge. Un amore e un conflitto che sto cercando di risolvere, sto lottando e sto ritrovando un equilibrio di cui vado fiero. Con le donne invece ho un rapporto meraviglioso, Elisabetta, la mia donna, mi sprona, mi aiuta, mi coadiuva e mi spinge verso i miei obiettivi. Per me l'universo femminile è Elisabetta.

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