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IlSogno IlVeleno e le sue "Piccole catastrofi"

Un disco cinematografico, masterizzato su nastro, passato per le bobine di un vecchio TASCAM ATR-60 e dedicato a Pier Paolo Pasolini.

"Piccole catastrofi" è il primo disco di Alex Secone, in arte IlSogno IlVeleno, giovane cantautore pescarese. Colto, raffinato, parliamo a lungo della sua passione per la musica, della laurea in filosofia ormai prossima, dell'amore per il cinema d'oltralpe e la letteratura; si racconta apparentemente senza indugi, ma si lascia avvicinare lentamente Alex, lo percepisci custode attento della parte più intima di sé, come fosse chiusa in uno scrigno; la lascia però trasparire attraverso la sua musica e sul palco, con la chitarra a tracolla o seduto al pianoforte, mentre canta con voce morbida ed intensità i suoi brani. Dieci tracce dal sapore vagamente retrò, arrangiamenti curati, sonorità 60's, testi che raccontano piccole catastrofi quotidiane, storie di solitudini ed incomunicabilità, percorse da un'atmosfera poetica ed introspettiva, specchio di un'Italia ormai decadente. 

 

Chi si nasconde dietro IlSogno IlVeleno? Come mai hai scelto questo nome d'arte?

IlSogno IlVeleno come nome non ha un senso, è nato quasi per caso, volevo due termini che, vicini, dessero l'idea del contrasto e rappresentassero l'inquietudine interiore. Dietro IlSogno IlVeleno si nasconde forse un folle, visto che ha fatto un disco del genere nel 2012, uno coi baffi e un ciuffo improponibile, una persona sicuramente inquieta.

Hai detto che IlSogno IlVeleno contiene una contraddizione, a questo proposito mi viene in mente un verso di Walt Whitman che in Foglie d'erba ha scritto: "Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini".

Forse agli occhi comuni la contraddizione può sembrare un disvalore, ma in realtà non sminuisce una persona, poiché è la caratteristica di coloro che riflettono molto su se stessi, la citazione calza perché per scrivere canzoni è necessaria dell'inquietudine; io non sono sicuro della mia strada, non ho certezze e non voglio averne.

Quali sono le "piccole catastrofi" che danno il nome al tuo album?

Dal punto di vista strettamente filologico all'interno del disco sono episodi che riguardano in alcuni casi due persone; in altri, episodi che possono riguardare la società attuale e passata. Sono piccole catastrofi quotidiane comunque, siano esse riferite all'Italia o a persone nello specifico, sono lo specchio di un'Italia che vedo decadere.

Chi ha realizzato la bellissima copertina del disco?

Daniele Pampanelli, che è un grafico molto bravo di Perugia. Si è occupato anche della copertina dell'ultimo disco dei Marta sui Tubi, della grafica e del merchandising di Brunori; sulle sue Moleskine fa degli schizzi con le biro degli artisti che va a vedere ai concerti. Sono rimasto molto colpito dalla sua bravura e dalla bellezza dei disegni, così gli ho chiesto se fosse disponibile per la grafica ed ha accettato con entusiasmo.

 Questa cover raffigura un uomo che si tuffa nel mare della vita credo, con un ombrello che funge da paracadute. Qual è il tuo paracadute, la musica, o la filosofia, in cui stai per laurearti?

E' una figura che cade nel vuoto, che precipita, con un ombrello a fargli da paracadute. Il mio paracadute è sempre stata la musica, non solo nei periodi difficili, ma anche nei momenti in cui sono tranquillo e sereno. Avvertire l'importanza della musica anche quando stai bene, significa che forse vale la pena farne una ragione di vita. Per quanto riguarda invece la filosofia, essa serve a crearmi domande e a non avere nessuna risposta. Io non ho certezze, non ne voglio avere, quello che mi interessa sono le domande, non le risposte.

Quali sono i tuoi primi ricordi legati alla musica?

Un viaggio che all'epoca sembrava disperato, a Pescara, con mio padre e con il mio insegnante di pianoforte a comprare il mio primo pianoforte a muro Fabbrini, era il '94 e avevo otto anni.

A chi devi la tua educazione sentimentale, culturale e politica?

Aldilà dei miei genitori, negli anni cruciali della mia educazione, non indicherei maestri. Letture e ascolti mi hanno permesso di costruire nel tempo la mia personalità. La consapevolezza musicale non come musicista, bensì come ascoltatore, è arrivata un po' tardi, prima c'è stata quella delle letture, mi vengono in mente Rodari e Svevo ad esempio. Pasolini ha avuto una grande importanza nella realizzazione del disco, anche se come figura di riferimento nella mia vita à arrivato dopo, per ovvie ragioni, non è semplice infatti capirlo troppo giovani.

Quali sono i riferimenti musicali presenti nell'album? Tu ti inserisci nel solco tracciato dai grandi cantautori della nostra tradizione.

Le tracce strettamente musicali che possono aver influenzato il disco sono: da un lato il beat anni '60 italiano, dall'altro direi Battisti. Battisti non in senso stretto, poiché non viene citato, bensì come personalità musicale poiché da quel punto di vista è stato un grande curioso, un bravissimo arrangiatore, un avanguardista, è sempre stato molto avanti; quindi la sua presenza si coglie non nella citazione pedissequa, ma nell'atteggiamento e nello spirito battistiano, oltre al beat e alla canzone popolare degli anni '60.

Quali sono i vinili che hai accanto al tuo giradischi? Cosa ascolti?

Battisti, Dalla, ci sono anche i Dire Straits, quelli che hanno più seminato all'interno del mio disco sono sicuramente Dalla, Battisti e Tenco. Tenco era un sassofonista, arrivava dal jazz quindi, anche se poi suonava pure il piano; probabilmente devo a lui l'aver iniziato a scrivere canzoni al pianoforte, ascoltando i suoi testi mi è venuta voglia di scrivere le prime canzoni. 

I tasti di un pianoforte sono 88, quindi un numero finito, tu però puoi crearci della musica infinita; cosa provi quando ti ci siedi di fronte?

La prima sensazione è quella di una enorme libertà, perché non hai limiti e questo mi piace moltissimo; posso starci cinque minuti, due ore, posso scegliere quali note suonare e per quanto tempo, il pianoforte è una sorta di isola anarchica in cui approdi e puoi viverci tutto il tempo che vuoi. Ha un numero finito di tasti ma un numero infinito di combinazioni non solo dal punto di vista strettamente musicale, più che altro il concetto di infinito che provi di fronte al pianoforte è nella tua testa: sei seduto di fronte ad ottantotto tasti ma ti rendi conto di poter reinventare il mondo, per lo meno il tuo mondo.

A proposito di anarchia, Ignazio Silone, un tuo conterraneo, ha scritto che "per secoli l'Abruzzo non ha avuto altri figli illustri che santi e scalpellini e che le forme più accessibili di ribellione a questo destino di dolore, sono sempre stati o il francescanesimo o l'anarchia". 

Premettendo che Silone non è uno dei miei preferiti, stavolta gli devo dare ragione; l'Abruzzo non è una terra facile, è una terra degli opposti, è una terra dove non sono ammesse vie di mezzo, le vie di mezzo scivolano via molto velocemente; sì, è una terra divisa tra i francescani e gli anarchici, io mi metto tra i secondi, assolutamente.

Hai dedicato l'album a Pasolini, cosa pensi che possa ancora oggi rappresentare per gli italiani?

La curiosità intellettuale, il lavarci via di dosso la superficialità che storicamente ci portiamo dietro come italiani da sempre, la superficialità intesa come scarsissimo senso civico e come il poco sentire la nostra identità. Pasolini ce l'aveva fortissima, egli può rappresentare questo: la curiosità intellettuale, la voglia di scavare dentro le situazioni, di capire. Spero che si smuova qualche coscienza, a questo può assurgere la sua figura, Pasolini è difficile nella forma ma nel contenuto è semplicissimo, quindi, magari, scalfendo un po' la forma potrebbe uscire fuori il diamante che c'è sotto. La sua passione civica attualmente non la riscontro in nessun altro.

 

 

Paese sera deve il suo nome al vecchio quotidiano comunista. Ritieni che la musica debba avere una funzione civile, di denuncia?

Non ho mai capito chi attribuisce alla musica solo una funzione di passatempo o di sottofondo in ascensore o al supermercato, la musica è politica ma senza bandiere, la musica in quanto atto pubblico è anche atto politico. E' ovvio poi che si declina in vari aspetti, ha molte sfaccettature, ma la musica è politica nella sua accezione più grande, non deve dare slogan e verità perché il musicista è il primo a non averne, egli come il filosofo fa domande, non dà risposte. La cosa più difficile è far riflettere in maniera leggera.

Comizi d'amore, la canzone che chiude l'album, riprende esplicitamente il titolo del film documentario di Pasolini del 1964, con il quale mostrò coraggiosamente le ipocrisie e i tabù che condizionavano la vita sessuale degli italiani negli anni del boom economico. Cosa pensi sia cambiato rispetto ad allora, se qualcosa è cambiato?

Non è cambiato nulla, ci siamo un po' ripuliti le facce, magari non vedi più l'atavica contadina con il fazzoletto intorno alla testa o il carro trainato dai buoi, però la declinazione delle coscienze italiane è rimasta la stessa, la chiusura mentale che avvertiva Pasolini intervistando un figlio della buona borghesia milanese in vacanza a Milano marittima, c'è anche adesso, forse non si avverte in spiaggia probabilmente perché non c'è più chi va ad intervistarli. Non credo che le coscienze italiane dopo 40 anni siano cambiate e siano più profonde, probabilmente con il fortissimo movimento migratorio da parte dei paesi nordafricani ed est europei verso il nostro paese ci siamo chiusi ancora di più, poiché abbiamo tentato di proteggerci molto ingenuamente e così facendo siamo tornati ancora indietro. Penso che "Comizi d'amore" del 2012 sarebbe ancora più sconcertante e sconvolgente.

Tutto il disco è percorso da una vena nostalgica, da un gusto retrò. Rimpiangi il non aver vissuto negli anni '60? Lo sguardo al passato ha condizionato anche la realizzazione dell'album, masterizzato su nastro.

Apparentemente potrei risponderti di sì e probabilmente è così, ma in fondo sono contento di vivere adesso; la nostalgia c'è ma è un mezzo, non un fine, altrimenti avrei fatto un'opera di antiquariato, un disco da comodino; ricordare alcuni aspetti storici dell'Italia e della società mi è servito per dare una lettura dell'Italia di oggi. Il valore aggiunto sarebbe capire ciò che avverrà, il non ritrarre asetticamente un tempo già vissuto. Per quanto riguarda il disco è stato registrato in digitale, poiché registrare su nastro adesso è impensabile visto che costerebbe una cifra enorme. Le canzoni richiamano atmosfere beat degli anni '60, così per concludere al meglio il master e dare una patina consona alla scrittura dei pezzi abbiamo deciso di passarlo nella bobina di un vecchio TASCAM ATR-60 e sono contento del risultato perché questo ha dato loro un calore che non avrebbero avuto solo col digitale.

Piccole catastrofi si apre con Nouvelle Vague, a testimoniare la tua passione per il cinema francese. Tu comunque sei un cinefilo.

I riferimenti cinematografici sono più numerosi rispetto a quelli letterari, non ho alcuna velleità riguardo al cinema, ma è un'arte a cui sono molto legato per un gusto personale. Riferimenti specifici, a parte quelli della Nouvelle Vague, non ci sono; c'è solo la citazione esplicita dei registi dei Cahiers du cinéma quindi di Godard, Truffaut, Rivette e Chabrol, ma si tratta di semplici flash, in realtà nel disco ci finisce dentro tutto l'immaginario neorealista anche se in maniera un po' mascherata, come in Paese sera in cui c'è la Roma della Dolcevita, ci sono Fellini e Bertolucci. La Nouvelle Vague è un movimento cinematografico a cui sono particolarmente legato perché ha rotto le regole, ha rappresentato un cambio di marcia totale non solo del cinema francese e mondiale, ma ha lanciato una maniera diversa di vivere tutte le arti.

Il video di Nouvelle Vague è un piccolo capolavoro, è composto da tre scene che a loro volta si ispirano a tre film del movimento cinematografico francese. Vuoi parlarcene?

La divisione in tableaux è il riferimento più esplicito a Questa è la mia vita di Godard, un film in dodici tableaux; il video dura due minuti e mezzo, quindi i tableaux sono tre. Ci sono scene che citano esplicitamente inquadrature di film della Nouvelle Vague: ad esempio quella in cui lei mi abbraccia di spalle e fuma o quella in cui, tenendo in mano il numero di Grazia, scherzo con la cannuccia. Si tratta di omaggi ad inquadrature famosissime di Questa è la mia vita; altre invece sono appena accennate, come la scena della macchina in Week-end, sempre di Godard. Non appena il regista, Maurizio Forcella, ha ascoltato il brano, abbiamo deciso di fare un video estremamente citazionista ma a ragion veduta, citare scene esplicite di film, farlo in un bianco e nero molto accentuato, con un'attenzione ai costumi e ai volti degli attori. 

 

Come ti sei trovato nelle vesti di attore?

Imbarazzatissimo, dovrò migliorare da questo punto di vista se vorrò fare altri video, ma mi sono divertito. Mi hanno anche fatto tagliare i baffi e per me è stata peggio di una coltellata al cuore. A detta del regista non c'è alcun attore della Nouvelle Vague con i baffi e alla fine dovrò dargli ragione. Tutti sono stati molto disponibili, il regista che è un mio amico, l'operatore macchina, il direttore della fotografia, tutta la troupe, quindi nonostante il naturale imbarazzo e l'inesperienza mi sono trovato bene.

Una delle tematiche che percorrono il disco è quella della solitudine. Nella canzone Il tram dici che "c'è più pericolo in mezzo agli uomini, nei posti dove siamo meno soli".

Il testo della canzone Il tram l'ho scritto dopo aver visto un mediometraggio di Dario Argento, intitolato proprio Il tram, che il regista diresse per la RAI all'inizio degli anni '70; narra di un omicidio in un tram, sotto gli occhi e l'indifferenza di tutti, che però viene scoperto solo quando il tram torna al deposito la notte. Da qui ho preso lo spunto per riflettere su questo aspetto: l'essere soli o l'avvertire una maggiore solitudine proprio quando siamo in mezzo alle persone. Io sono un tipo solitario, quindi il testo di questa canzone lo sento molto. Penso che la solitudine, come la contraddizione, sia un valore aggiunto, è negativa solo se ti porta ad isolarti, ma positiva se considerata come la compagnia di se stessi. La citazione dell'episodio televisivo di Dario Argento quindi è il pretesto per parlare di qualcos'altro, dei vari aspetti della nostra società, della nostra vita, si parte dal grande per tornare al piccolo, al sé, come un po' in tutti i testi.

Suoni anche con Giuliano Clerico, come l'hai conosciuto?

Mi ha contattato lui, cercava un pianista, l'ho incontrato una domenica pomeriggio sul lungomare di Pescara, è venuto in ciabatte e in Vespa, mi sembrava di vedere una scena di quarant'anni fa, lui è una persona molto diretta e genuina, sono bastate due parole per accettare di diventare il suo pianista. Condividiamo anche gli stessi gusti cinematografici, musicali, abbiamo lo stesso immaginario. E' una persona speciale.

Un altro tema presente nel disco è quello delle città.

Le città fanno da sfondo, un po' come nel romanzo Le città invisibili di Calvino, sono il pretesto per far parlare i personaggi; fanno da sfondo però sono fondamentali, sono coprotagoniste, danno il giusto colore e la giusta collocazione ai protagonisti; senza probabilmente il disco non sarebbe stato lo stesso. 

A proposito dell'opera di Calvino, nelle Città invisibili ha scritto che "le città, come i sogni, sono costruite di desideri e di paure". Qual è un tuo desiderio e una tua paura?

La mia paura è quella di svegliarmi un giorno e di non riuscire più a capire quello che mi succede attorno, non avere più questo sguardo critico sulla società, vivere in maniera passiva e non riuscire più a leggere tra le righe della realtà; il mio desiderio è riuscire a ricordarmi i testi delle canzoni durante i concerti, cosa che non accade mai! 

Un desiderio legato alla musica?

E' quello di sentire sempre un fuoco interiore che mi faccia venir voglia di prendere una penna e un foglio e scrivere il testo di una canzone.

 

 

Piccole catastrofi: etichetta Seahorse Recordings.

Registrato, mixato e masterizzato all’Indie Factory Studio di Sassari nel settembre 2011 da Paolo Messere (Blessed Child Opera, ex Ulan Bator).

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