Già pubblicata: Parte I : conoscenza dell’autore, chiarimenti sul personaggio.
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Parte 2- Approfondimento del libro.
Tra le parole chiavi citate nella prima parte (link sopra), c’è anche ‘romanzo’. E credo qui sia necessario chiarirsi bene, eliminare eventuali aspettative falsate.
Da Dizionario Italiano on line: sm in epoca moderna, componimento narrativo in prosa, di ampio respiro, imperniato sui casi di uno o più personaggi.
Da Wikipedia (ma ho trovato la stessa spiegazione anche su altri siti minori): Il romanzo è un genere della narrativa in prosa, caratterizzato da un testo di una certa estensione.
La parola romanzo deriva dal termine francese antico romanz o roman, che è una abbreviazione della locuzione latina romanice loqui, cioè "parlare in lingua romanzata", vale a dire in lingua di derivazione latina.
Di fatto per essere un romanzo non ci ‘devono’ essere precisi ‘ingredienti’ eccetto – parrebbe - la prosa, una certa estensione (dunque una lunghezza che lo distingue ad esempio dal racconto sebbene esistono poi i c.d. romanzi brevi nonché i racconti lunghi, ma è tutt’altro discorso), personaggi e i casi (di uno o più personaggi appunto).
Ha scritto Giorgio Vasta in questa recensione pubblicata su Vibrisse (sulla quale tornerò nella terza e ultima parte):
[…]…ho pensato che sarebbe bello che Il mio nome è Legione venisse affrontato e letto con la stessa perentorietà con la quale la sua scrittura affronta il lettore. Senza presumere di dover capire in quale tassonomia critica ordinarlo, senza domandargli moderazione e correttezza… […].
In effetti, seppure a livello teorico (la pratica, secondo me, è soggettiva nel momento in cui il cui c’è lettura, diventa del lettore), ‘Il mio nome è legione’ è un romanzo, ne ha i requisiti, la precisazione di Vasta è urgente, necessaria. Perché le aspettative quando si usa il termine ‘romanzo’ non sono soltanto – nell’immaginario del lettore, nella consuetudine di lettura – per la presenza di personaggi, di una ‘certa’ lunghezza nonché ‘accadimenti’. L’aspettativa, in realtà, ruota attorno a una trama, sviluppi che, prima o poi, in un qualche modo o maniera, si ‘spiegano’, chiariscono la linea temporale, generano sequenzialità nei fatti, negli eventi stessi. Inoltre - possibilmente - si attendono colpi di scena, capovolgimenti, rotazione di volti, e un finale che ’chiude cerchi’ (seppure quest’ultimo elemento si sta limando, anche grazie a numerosi libri di contemporanei che non hanno ceduto alla tentazione da chiusura attesa, l’happy end per intenderci).
Chiarire tutto questo è fondamentale perché ‘Il mio nome è legione’ non ha molti di questi elementi, non nel senso ‘classico’ del termine. Se riprendiamo in mano la quarta di copertina (qui in formato virtuale, come scheda di approfondimento), è più semplice ora intuire cosa non è. Ci sono accadimenti, ma sono schegge. Non c’è linearità, nell’esposizione, seppure i capitoli scandiscono tempi apparentemente lineari (1998, maggio – 2001, fine novembre – 2004, aprile – 2006, marzo). In effetti è ciò che viene narrato dentro i capitoli, i sotto tessuti, sono loro che virano, salgono e scendono, fondono eventi con ricordi con analisi con testi scritti dal protagonista. Questa narrazione è un magma in movimento, ma è magma sotterraneo, fatto di strati come la crosta terreste. Dunque non ci si deve aspettare una struttura simil ‘inizio-svolgimento-fine’ tanto meno ‘personaggi che fanno, dicono, poi succede, allora accade, infine si scopre’. Non ci sono scoperte ‘materiali’. Ci sono morti ma non si cercano colpevoli, non ci sono indagini né Ris o investigatori o commissari. Ci sono sviluppi, il protagonista muta, si evolve ma resta qualcosa di intangibile (non c’è il misero cittadino comune che diventa eroe, non c’è il cattivo poi redento in buono, non c’è il fallito trasformato in vincente, il single che ne esce innamorato e così via). La crescita c’è, ma è interiore e delimitata da avvenimenti che ne strutturano le tappe, segnali velati, simboli. Il protagonista muta perché la narrazione mira a spogliarlo, scarnificarlo, scuoterlo fino a strappargli gli organi (o forse è più onesto riconoscere che è lui stesso a strapparsi interiora pulsanti, le mostra così come sono, viscide e repellenti, al lettore).
Dunque, è necessario secondo me che il lettore sappia.
E’ un romanzo.
Ma non è facile, la lettura, l’avvicinamento, la comprensione.
Non lo consiglierei sotto l’ombrellone.
E scrivo tutto questo non per discriminarlo, anzi. Per liberarlo da precisi schemi, o meglio dalle aspettative. Per spezzare catene.
Leggere ‘Il mio nome è legione’ implica l’accettazione di un qualcosa a cui si è poco abituati, nella letteratura contemporanea italiana intendo. Qualcosa dove ogni paragrafo - il più delle volte - ha bisogno di ampi respiri, decodifiche, de-compressioni.
E fino alla fine i simboli, le chiavi, gli accessi sfuggono facilmente, attendono, chiamano. Forse non sono neanche alla portata di tutti, anche questo va chiarito. E anche qui non sto discriminando. Opero di onestà. Bisognerebbe chiedere: cosa sai di Renato Curcio, Mohamed Atta, il Cristo di Quattordio, Vittorio Alfieri, Cesare Pavese?
Ma soprattutto: sei pronto ad addentrarti nel Male in molte sue forme, facce, aspetti, manifestazioni, interiorizzazioni, ammissioni? Sei disposto a entrarci, abbracciandolo, cedendogli, aprendoti a lui?
E non sono banalità. Piuttosto ammissioni di responsabilità. Perché ci sono libri che proseguono anche se il lettore decide (più o meno consapevolmente) di rigettare, ignorarne richiami, strati o collegamenti interiori, fondi. ‘Il mio nome è legione’ non è uno di questi. Perdere la presa, mollare il contatto con ‘il Male’, e tutti gli altri strati significa finire inghiottiti dalla lava o peggio, non vederla affatto.
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