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“Questa è la storia di come sono diventata grande”.
Inizia così, nel prologo, Occhi di lupo di Nicoletta Vallorani, una storia sfumata in favola originariamente pubblicata nel 2000 da EL. Il lettore capisce in fretta che il linguaggio sciolto ma cadenzato, che ha una sua sonorità intensa, accelera e frena all’occorrenza; il lettore insomma impara a familiarizzare con personaggi che sono corpi ma anche altro, sono simboli di sentimenti, intrecci, legami. Si nominano spesso il dolore, l’infelicità, l’incapacità di impedire al male di essere ciò che è ma anche la necessità di affrontarlo, questo male, come si può, come corpo e mente riescono senza cadere troppo in basso, senza cedere. Poi c’è la morte, anch’essa parte delle cose, aguzzina, crudele, che lascia vuoti incolmabili, che cambia le persone. È un mondo duro, quello narrato dalla Vallorani, un mondo gelido e bianco, ostile alla vita dove le donne sopravvivono più facilmente, dove la loro forza prevale e le costringe a imparare presto, subito, a convivere con silenzio, lentezze e privazioni. La protagonista, anche narratrice, racconta con disincanto della grande fatica del vivere, e lo fa con poche parole, uno stile asciutto, deciso e preciso quanto basta. Ma è anche una storia sulle diversità, sull’affrontare ciò che appare diverso, sul riconoscere negli occhi di lupo ciò che non necessariamente può ferire e fare del male. Vallorani asseconda la struttura del genera ma la fa propria, lasciando all’incanto, alle atmosfere il difficile compito di de-banalizzare tematiche ‘universali’.
Una favola che narra con delicatezza, da regalare ai figli in quel limbo tra fanciullezza e adolescenza, da far leggere in treno mentre fuori diluvia, o in coda da qualche parte quando l’impazienza giovanile scalpita e si vorrebbe cedere alla musica a tutto volume.
– La verità è quello che vedi, – mormorò Occhi di lupo. – Non ci sono fantasmi nel buio -. Occhi di lupo si sfilò la maglietta. – Vedi? Sono sempre io –.
(pag.59)
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Davì di Barbara Garlaschelli è un racconto diretto, schietto:
“Mi chiamo Davide. Ma mia madre mi chiamava Davì. Ora che se n’è andata non c’è più nessuno a chiamarmi così. Ho diciannove anni, ma a volte è come se me ne sentissi molti di meno. A volte, invece, è come se mi sentissi tutti gli anni del mondo. Credo capiti a tutti prima o poi. Il tempo è una cosa strana. Si dilata, si restringe, si asciuga, si riempie. Si riempie di tutta la nostra vita e anche di quella degli altri. La contiene. Un’enorme borsa della spesa in cui ficcare dentro desideri, sogni, fantasie. Bello.”