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di BarbaraGozzi (sito) giovedì 15 ottobre 2009 - 0 commento oknotizie
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(In)ter(per)culturando: alcune analisi-riflessioni su ’Quando verrai’ di Laura Pugno

Eva ascolta, come se si trattasse di una fiaba. Le fiabe sono crudeli, diceva Leila, io non le ricordo per questo, perché le fiabe sono cattive.
(pag.78)
 
La prima parola che mi è ri-tornata in mente, chiudendo ‘Quando verrai’ è favola. Una favola crudele. Una favola sull’oggi. Dove la morale si cela entro dialoghi sospesi, gesti e svolgimenti. E’ una favola di corpi. Pregna di corpi che essendo ciò che sono, e toccando, scatenano un mondo di sensi, percezioni e conseguenze. E lo è, favola, nei contorni fantastici sfocati, che flettono intenti senza deformarli, ricreando situazioni plausibili in quel ‘qualcosa in più’ che sfugge al reale stesso restandone abbracciato.
 
E’ una storia strisciante, non lunga, non complessa, non intasata da personaggi o snodi. E’ la storia di una bambina (Eva). Di una famiglia spezzata, senza padre, con una madre destinata a finire dietro le quinte presto, un compagno della madre che le dedica attenzioni poco paterne, un altro uomo che la rapisce poi la salva. E’ la storia di corpi all’apparenza comuni, il corpo di una bambina (a cui si affiancherà quello di un uomo, infine quello di un’altra donna) con un unico neo, deformazione visibile, malattia (sempre all’apparenza) curabile denominata ‘psoriasi’. Ma la psoriasi (alcune informazioni generiche da wikipedia) è altro. Le macchie, scaglie di pelle che prudono, lesioni, danno alla giovane protagonista un dono (anche se nel romanzo non è mai definito così, tutt’altro). Un dono che è anche diversità evidente. Che è margine entro cui rintanarsi. Toccando gli altri a Eva accade qualcosa. Ed è proprio per quel qualcosa che vorrebbe e non vorrebbe toccare. Mentre la pelle che appare a occhio nudo malata non essendolo, scatena anaffettività specialmente nella madre che fa di tutto per non sfiorarla neanche per sbaglio, che teme una sorta di ‘contagio’.
 
I corpi di questo romanzo sono diretta espressione di ciò che sono i personaggi. Così i corpi di Eva, Ethan e Montserrat sono magri, consumati, piegati dalle fatiche, da quel qualcosa che li allontana dal resto, che fa vedere attraverso il contatto e che restituisce consapevolezze pesantissime.
 
Era sulla quarantina, magro, con quello che una volta doveva essere stato un corpo forte, i capelli grigio ferro. Sembrava un vagabondo.
(pag. 6 – presentazione di Ethan)
 
Viceversa, per altri personaggi il corpo è espressione di un vivere che sta tra maglie degradate ma che nella fatica ha trovato modalità diverse, per sopravvivere. Per stanare piaceri o sfoghi.
 
Stasi era rimasto solo, sulla spiaggia, a bere birra, si era tolo appena la camicia scoprendo un corpo muscolo che nel giro di qualche anno avrebbe cominciato a disfarsi. Era un uomo alto, dai capelli chiarissimi e gli occhi di un celeste che sembravano non mettere a fuoco, e spesso nei mercati lo prendevano per un immigrato.

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di BarbaraGozzi (sito) giovedì 15 ottobre 2009 - 0 commento oknotizie
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