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(In)ter(per)culturando: alcune considerazioni su ’Nessun dorma’ di Alistair Morgan

Alistair Morgan (Johannesburg, 1971) viene presentato in Italia con Nessun dorma edito da Fandango Libri nel giugno 2011 traduzione di Chiara Brovelli, titolo originale ‘Sleeper’s Wake’, 2009. Il romanzo, il primo pubblicato di Alistair, ha già riscosso numerosi ‘consensi’ internazionali quanto dalla stampa italiana.

Si tratta, in effetti, di un libro sul quale vale la pena di fare alcune considerazioni.

 
 
La prima persona.
Alistar sceglie la voce diretta del suo personaggio. Si tratta di una voce che s’impone dalle prime pagine, non si nasconde, non gioca di "abilità linguistiche" né si propone di stordire con virtuosismi o altre tecniche narrative. La scrittura è diretta, cadenzata, s’avverte la "direzione generale" dell’autore quanto la lucida consapevolezza d’una visione d’insieme che il lettore non può afferrare fino alla fine. Poi, d’improvviso, proprio sul finire, si fa luce.
 
 
La storia.
Innegabilmente si tratta di una storia che inizia con un "classico" colpo di scena svelato immediatamente (un incidente stradale, mortale per madre e figlia, sopravvive il marito al volante che – per l’appunto – racconta ciò che è rimasto, ciò che è andato perso, ciò che è mutato dentro e fuori di lui quanto ciò che sembra aspettarlo). Il narratore si risveglia all’ospedale, la memoria deficitaria per effetto del trauma e i danni fisici subito nonché offuscata e resa, a tratti, grottescamente complicata dai farmaci. È da qui che inizia la narrazione, il protagonista si ritrova in una vita che non conosce, nemmeno vuole. Finisce preda di demoni, paure, ricordi. Espone, lentamente, la realtà dei fatti prima dell’incidente, asseconda pulsioni e sviluppi imprevisti alla ricerca di una "pace" che non esiste in nessun posto fuori da lui (ma probabilmente nemmeno dentro lui).
 
 
Le tematiche.
Alistair entra immediatamente nella Morte, con l’aggravante della latente colpa (per il narratore-protagonista) di averla provocata. In realtà della morte si dice in molti modi, e per ragioni differenti. Non si tratta, in effetti, di una nominazione di "moda", s’avverte lo sforzo di esporre scomodità, di non cedere alle facile e ormai consuete immagini, gli affetti mancanti ci sono quanto i corpi in putrefazione, eppure la morte è parte della storia assieme ai corpi stessi (presenti e assenti, istintivi e consapevoli, gesti e percezioni, memorie e rievocazioni, dettagli e distorsioni, desideri e necessità biologiche). Ma non è tutto. C’è la percezione, in sottofondo, d’un vivere che non basta mai, d’una vita spezzata che non si può ricucire e – a mio avviso – il finale in un qualche modo propone una sorta di happy end volutamente assurdo, che placa troppo in fretta e troppo bene la sete di conclusione felice che può prendere alla gola alcuni lettori. La fine è l’esatta decostruzione degli svolgimenti precedenti, una sfida, di certo non un punto d’arrivo.
 
 
In ogni caso, non c’è alcuna remora né timore ad affrontare ogni tematica per ciò che è, dal ricordo del tradimento, alla ricostruzione delle evoluzioni nel rapporto sessuale tra il narratore John e la moglie, ma anche rispetto alle conseguenze pratiche del morire e così via. Ogni aspetto di questa storia viene trattato come ugualmente rilevante, e necessario.

 
Avrebbe voluto essere cremata, lo diceva sempre. Non sopportava l’idea del suo corpo che si decomponeva in una cassa; prima si gonfiava, poi scoppiava e collassava sullo scheletro con quel ghigno perenne; e infine diventava una poltiglia putrida e tornava nella terra. Questo processo viene risparmiato soltanto ai corpi di bimbi nati morti (e di alcuni santi, a quanto pare). Ho letto che il corpicino di un bimbo nato morto – a patto che non abbia ingerito niente che provenisse dall’esterno del grembo materno – si mummifica naturalmente. Per marcire, dobbiamo mangiare i cibi di questo mondo, e digerirne i batteri. Ma non sono stato in grado di dare istruzioni riguardo alla cremazione. E così, adesso giace sottoterra accanto a Isabella. (pag.14)
 
 
What’s new?
Niente, complessivamente è così nuovo o così originale questo romanzo, a partire proprio dalla scelta d'un narratore in prima persona (scelta apparentemente entro una sorta di "brand del momento", sembra esserci un recupero della prima persona in diversi romanzi in pubblicazione recente, sia tra autori italiani quanto stranieri, anche se - in realtà - il narratore in prima persona ha sempre mantenuto un suo spazio nella narrativa contemporanea). Niente di nuovo, insomma, sebbene come sempre è l’amalgama degli ingredienti, sono le dosi, i tempi di posa e di cottura, a definire un "risultato finale" differente da ogni altro pur derivando dagli stessi ingredienti di base. Alistair fa leva su diversi elementi, dalla trama, alla voce narrante, passando per i colpi di scena, le crudeltà, i corpi e il sesso fuori da ogni possibile schema, la morte e la non sanità in chi resta, le perdite in un confine che sta tra il Bene e il Male a mescolare ricordi che non sono poi così Belli o così Brutti come vorrebbero le favole per bambini quanto quelle per adulti. In particolare, nell’ultima parte, mentre la vita di questo narratore s’intreccia con quella di un’altra famiglia anch’essa devastata da un avvenimento improvviso che ne ha distrutto gli equilibri (un’aggressione feroce); ogni nervo si tende, ogni conseguenza assume sempre più le sembianze del caos che non bussa, entra e s’impone. Non c’è possibilità di definire confini, riorganizzare azioni e reazioni, mutare angoli di visuale. Ciò che accade è un rotolare sempre più veloce, un perdersi che probabilmente è ricollegabile al risveglio del protagonista dopo l’incidente, dopo gli interventi chirurgici e i farmaci a controllarne i segni vitali. Dopo tanto dormire, è come se non ci si fosse mai svegliati.
 
Tra morbosità ed eccessi, ringhi e tentativi di fughe, piaceri della carne quanto carni sbudellate dai piaceri, dolori attesi ma insonorizzati e sensori deficitari; John resta vittima e carnefice di ben più d’un fatto più grande di lui.
E non ci sono sconti, nemmeno per i morti o per chi pare aver già subito fin troppo. Nulla è troppo, non finché si resta svegli e Alistair narrando questa storia tenta per l'appunto d’impedire il sonno, troppo dolce e comodo per chi nell’umana natura annega sempre più.
 
Anni fa smettemmo di fare sesso per sei, sette mesi. In quel periodo mi capitava di svegliarmi, la notte, e di frugare nel cesto della biancheria sporco nel nostro bagno per cercare le sue mutandine. Lei dormiva, e io sgattaiolavo in salotto, mi sdraiavo sul divano con un paio di mutande sulla faccia, e un altro arrotolato intorno all’uccello: in quel modo, ho avuto alcuni degli orgasmi più intensi della mia vita. Anche quando ricominciammo a fare sesso, continuai a preferire le mie esperienze solitarie. L’idea che il suo corpo avesse bisogno di me era diventata intollerabile: ai mie occhi era una debole, incapace di controllare le sue pulsioni. (pag.72)
 
 
A tratti il narrare si perde nel flusso dei pensieri di John, pensieri diretti quanto annegati in un magma a mischiare fatti e immagini, realtà e qualcos’altro che non sempre sembra riconoscibile e distinguibile a una prima lettura. A mio avviso questo narratore è decisamante consapevole nel miscelare realtà, contesti, immaginazioni, proiezioni e verosimiglianze in un effetto mai fermo, mai certo, a ricreare orizzonti variabili in continue mutazioni. Difficile per il lettore avere certezze, perfino nel momento in cui si raccontano avvenimenti in divenire, il dubbio che non tutto sia così certo, resta.
 
Sono sorpreso dal desiderio che si muove dentro di me, come uno sciame di vespe scacciato dall’alveare con il fumo. La vista del corpo di Jackie, nudo e solo sulla spiaggia deserta, mi ha preso alla sprovvista e, senza nemmeno rendermene conto, ho cominciato a spogliarmi anch’io. Lei entra in acqua e comincia a camminare… i suoi movimenti sono così fluidi che sembra stia scendendo su una scala mobile. Quando rimane in superficie solo la testa, comincia a nuotare a rana verso l’imboccatura.
Emergo dalla foresta nudo e con l’uccello semieretto. Non è la triste storia dell’uomo? Sa uscire dal folto del bosco, ma non è capace di resistere ai suo desideri più bassi. L’acqua mi arriva già alla vita quando Jackie mi vede; non sembra affatto sorpresa, e non fa nulla per venirmi incontro, o per allontanarmi.
(pag.212-213)
 
 
Un libro interessante e curato nell'edizione italiana, un autore in divenire la cui maturazione già evidente in questa pubblicazione, merita future attenzioni.
 
 
***
 
È possibile leggere QUI le prime 25 pagine gratuitamente.
Su Il Corriere della Sera, un articolo di Cinzia Fiori del 4 Luglio 2011.

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