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di BarbaraGozzi (sito) giovedì 29 luglio 2010 - 1 commento oknotizie
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(In)ter(per)culturando: ’Psicologia del male’ e alcune annotazioni - parte I

Psicologia del male’ di Piero Bocchiaro con prefazione di Phil Zimbardo è un saggio che si tende, flette il linguaggio tecnico con quello più ‘popolare’, tenta avvicinamenti oltre le logiche accademiche ‘per pochi’.

Piero Bocchiaro, palermitano nato nel ’72 attualmente opera alla Vrije Universiteit di Amsterdam. Phil Zimbardo nato a New York nel ’33, psicologo statunitense, nella prefazione inquadra direttamente, senza giri di parole, il cuore pulsante delle teorie di Bocchiaro:

Sin dalle prime pagine del libro emerge la concezione di un individuo in grado di agire in maniera estremamente crudele se posto in circostanze insolite ed estreme. Ci rifiutiamo di credere che possa essere così, e come pronta risposta utilizziamo un armamentario di meccanismi di difesa:«Gli uomini normali non sanno che tutto è possibile», diceva lo scrittore francese David Rousset. Vogliamo sentirci al sicuro, e così arriviamo a credere davvero che noi non siamo in grado di commettere azioni distruttive o brutali.
(pag.10)

Indubbiamente il centro della questione è proprio questo: si è Bene o Male? O lo si può diventare? Poi, è un diventare Bene o Male duraturo, definitivo? Oppure può essere parentesi? Se non si è – condizione quasi genetica, di nascita – piuttosto è un assorbire o potenziare, chi o cosa stimola, induce, facilita le dinamiche che spingono verso (il Bene o il Male)?

Il saggio affonda in analisi, esperimenti, logiche che si concentrano sul Male, ovvero quella dinamica più temuta, celata, negata, condannata. Ovviamente il rovescio della medaglia, appena accennato sul finale, è il fantomatico e adorato ‘Bene’. Ciò che non è l’uno, sta nell’altro. E viceversa. Oppure no?

L’approccio di Bocchiaro tende alla frantumazione delle mode più comuni. Questo etichettare ‘male’ persone che hanno compiuto gesti, scelte o in generale azioni contro altri esseri umani, dunque mal-vagi; e automaticamente associare alla normalità, al vivere entro ‘margini diffusi, mediamente innocui’ qualcosa di bene-volo; entrambe le convinzioni sociali sono per l’autore, nulla più che dinamiche di sopravvivenza. Come spiega anche Zimbaldo. Ci fa comodo distinguere. Ci fa comodo non sentirci coinvolti, in quanto gente comune, tranquilla nel vivere e stare. E’ condizione stabilizzante, rassicurante, questo voler individuare ‘geni malvagi’, tratti che da principio, da sempre rendono talune persone, male o che comunque se lo portano dentro. Quasi malattia. Patologia riconoscibile per sintomi e manifestazioni. Gli altri – tutti gli altri – non potrebbero mai. Figuriamoci. Proprio mai.

Bocchiaro divide il testo in capitoli che scandiscono ottiche diverse. Scene o macro accadimenti diversi per natura ma accumunati dal male rintracciatovi, additato, condannato.


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