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(In)ter(per)culturando: Lapponi e criceti di Nicoletta Vallorani

“C’è sempre una ragione per i sogni”.
Lo afferma Zoe, che in greco significa Vita, e che in realtà alita in questo romanzo da “scarsovivente”, un romanzo che potrebbe essere un enorme, variabile quanto variegato, sogno popolato da corpi, anime e parole di esseri umani trasformati in animali ma anche animali costretti a prestare sembianze, caratteristiche e istinti agli umani.
 
La voce che narra è quella frizzante, consapevole, matura e attenta di Zoe, una spazzina che ha preso a fare la detective in Visto dal cielo, era il 2004 quando venne pubblicato il libro nella collana Stile Libero Big per Einaudi. Zoe è tornata in Lapponi e criceti per Verdenero, ottobre 2010. Solo che è tornata in una veste inusuale, non tanto per la pratica narrativa dell’autrice, Nicoletta Vallorani (che in un qualche modo di sogni ha una certa esperienza se non altro per l’abitudine al dialogo con i bambini e i ragazzi nei diversi libri già pubblicati e a loro destinati) quanto per la struttura d’un romanzo intensamente vicino a un reale che va oltre il plausibile, in una Milano che l’autrice conosce quanto la natura dei personaggi, eppure questo reale arriva attraverso occhi, voce, mente e non corpo d’una protagonista che di reale a tutto eccetto l’evidenza.
 
Viene definita un “fantasma burlone”, Zoe sebbene bastano appena alcuni capitoli per rendersi conto che c’è molto di più in questa voce ironica, lucida, empatica che attraversa conoscenze vecchie e nuove, frammenti d’una Milano in pieno work in progress verso una nuova veste circense o così sembra a Zoe che osserva, ascolta, analizza sottolineando stonature, eccessi, cadute, assurdità e follie. È un mondo folle, in effetti, quello che accoglie il fantasma, un mondo popolato da criceti quanto lapponi, categorie animali precise, a individuare modi di vivere, essere e agire tra egoismi, disequilibri e fatiche.
 
Meccanicamente, io e Agata fissammo la foto ritagliata a suo tempo dal National Geographic.
Quel nano, con l’aspetto di Groucho Marx era un prototipo perfetto: l’umana versione di straordinaria purezza dell’Allocco di Lapponia, altrimenti detto Lappone. La consuetudine, la possibilità di esaminare con cura i comportamenti, la contiguità del Lappone con il suo oggetto primario di studio indusse Mossàd a individuare anche di questa tipologia umana una definizione piuttosto attendibile. […]
E Mossàd sfagliolò la spiegazione tecnica. «Nel mondo animale, l’Allocco di Lapponia è un animale illusoriamente mansueto, dotato di un becco tagliente e di artigli pericolosissimi, abbinati a bonari occhi da gufo e a un corpo da civetta.»
«Secondo me, è tutta fuffa. Con quella faccia, come fa a essere pericoloso?»
«Molta della pericolosità di questo animale, aklabar, discende dal carattere insospettabile della sua brutalità, che arriva a sorpresa, come un fulmine a ciel sereno, e come un fulmine colpisce: senza ragioni, cioè, ma per pura crudeltà.»
«Mi prendi per i fondelli?»
«Per niente, mia adorata. L’Allocco di Lapponia è un animale intelligente e rapido, destituito di sensibilità, estremamente umorale e non sempre comprensibile nei suoi comportamenti» […]
Dovevo riconoscere che in effetti lo schema attanziale tracciato da Mossàd era molto intrigante. E si prestava benissimo a rappresentare i comportamenti di Groucho. La posizione del mio amico era ineccepibile: per via traslata, la definzione di ‘Allocco di Lapponia’, o ‘Lappone’, poteva designare una tipologia estremamente diffusa nei ruoli dirigenziali di molte professionalità che si definivano come ‘amministrative, in ruoli tecnici e ministeri di risanamento economico, in mansioni dirigenziali e nelle funzioni che implicavano atti sgradevoli come sanzioni amministrative, licenziamenti, risanamenti dei conti dello Stato e così via’.
(pag.171-172)
 
Invece lo ascoltai parlare: la disponibilità è il cuore pulsante di ogni trattativa. E scoprii molte cose sul Divino. Soprattutto, percepii questa insistenza sul concetto di criceto, un essere che lui stesso definì ‘animaletto peloso e intrinsecamente stupido, che passa il suo tempo a girare su una ruota senza accorgersi che il percorso si ripete all’infinito’. Fu così che mi imbattei per la prima volta in questo interessante animaletto, nella sua versione asessuata, indifferente al genere e incorporea, ‘angelica’ non è una forma aggettivale che si addice al criceto, per sua natura legato alla concretezza delle acquisizioni materiali, indipendentemente dal suo sesso di appartamento.
(pag.13-14)
 
Mossàd sa riconoscere un oggetto di studio, e di norma non se lo lascia sfuggire. Il suo è un esempio di ricerca autofinanziata: tutto cervello e niente quattrini, e passione per il conoscere da vendere. Quand’è che la cultura ha smesso di essere così?
Così Cosmo rimase, e ci raccontò il criceto maschio in ogni dettaglio.
Tecnicamente, Silvio Zecca era quello che Mossàd avrebbe poi definito un ‘criceto ciucciatragedie’. Sociologo esordiente, nella sua breve ma folgorante carriera si era abbinato con una certa facilità a ogni genere di catastrofe sociale, dalla guerra in Cecenia all’attacco alle Torri Gemelle, non già per spirito umanitario o per interesse sociologico. No. Solo per salire sul carro dell’ecumenico stupore e trarne un vantaggio personale. Assorbiva tragedie, le metabolizzava, e poi ci scriveva un libro. Ne aveva fin qui collezionati tre: librettini demagogici, ma pubblicati senza fatica e pubblicizzati a dovere.
(pag.104)
 
 
Tornando alla trama, Zoe usciva dalla precedente avventura in coma vegetativo, ora torna dicendo:
“Ho fatto una trattativa con Dio” (incipit, pagina 9).
Zoe insomma c’è e non c’è. Per un po’ ha un corpo poi lo lascia e per tutto il resto del romanzo Zoe fa quello che ha sempre fatto: racconta le storie che le stanno attorno con la capacità inusuale di non rendere più drammatiche e crudeli di quello che sono, piuttosto non disdegna battute, annotazioni che strappano sorrisi ad alternarsi con altre durissime, affondi crudi d’una consapevolezza disarmante. È questa, a mio avviso, una delle caratteristiche portanti della narrazione, la capacità di alternare prese in giro con percezioni dure a mostrare quanto in realtà Zoe e gli altri personaggi principali non sono marionette ma assorbono luoghi, tempi e modi senza disdegnarne comprensioni, senza negarsi evidenze.
 
L’expofuturo, disse Mossàd, era costellato di criceti.
Dove vanno i denari, proliferano le occasioni per mostrarsi, esibirsi, far notare i propri talenti. Per questo l’expofuturo si sarebbe dimostrato presto un territorio di coltura ideale per i criceti. Mossàd trovava la cosa galvanizzante. Era dall’epoca delle nostre prime indagini che non lo vedevo così. E come ai tempi della gravidanza di Lupin, per lui e per noi tutti anche questa curiosa avventura si legava ad Agata. Allora l’indagine sui malati terminali soppressi a tradimento aveva coperto i nove mesi della sconclusionata, inattesa gravidanza di Lupin e si era conclusa con la nascita della piccoletta con i roller. E ora, con una simmetria ineludibile, Mossàd investigava sui criceti nel tentativo di fare i conti non con una nascita, ma con una morte: la mia. C’era un’aria definitiva in entrambe le occasioni, anche se esse erano, per ragioni ovvie, di natura completamente diversa. La passione che Mossàd metteva nell’impresa, tuttavia, era identica, e ugualmente intensa.
(pag.99-100)
 
 
Vallorani sfiora di frequente tematiche facilmente indigeste per la società italiana, tematiche come il fine vita, il ‘corridoio di transizione’ tra il vivere e il morire, la morte e le sue implicazioni pratiche (espianto degli organi, celebrazioni e riti) ma non cede all’estrema drammaticità, non affonda nella carne molle, piuttosto la sfiora, la espone, dà voce alle battute di Zoe in un’atmosfera che non da un’inquadratura cruda, onesta, sfuma e prosegue, non è lì, non nel dolore estremo, nella fatica feroce, nelle ingiustizie e le assurdità del vivere; non è nelle pieghe più fonde di queste cose che Vallorani intende soffermarsi oltre il necessario, oltre l’osservazione rispettosa, lucida ma anche semiseria, che si tende al sorriso, alla battuta divertente perché c’è le cose non hanno mai una sola faccia, una sola espressione a rappresentarle.
 
Un lungo sogno, insomma, questo romanzo ma anche una favola senza fascia d’utenza preferenziale. Il tratteggio d’una Milano che cambia al passo coi tempi contemporanei dominati dalle economie, il presenzialismo a tutto i costi, la popolarità guadagnata pestando, essendoci a ogni costo, ma anche la necessità di caricarsi di ruoli a proteggere fragilità. Una Milano che affida alcune sue parti al chirurgo estetico, una Milano che rivendica specificità, variabili e svela rifiuti a quelle omologazioni che invece il circo del vivere oggi richiederebbe, il prezzo per l’eternità.
 
Pubblicato dalla casa editrice Verdenero, un oggetto-libro gradevole con un’immagine in copertina delicata, sfumata (di Gipi) a un prezzo accessibile (euro quindici per 222 pagine complessive), acquistabile facilmente on line e reperibile nelle librerie.
 
 
 
Link
 
Scheda di Visto dal cielo nel sito di Einaudi.
Scheda di Lapponi e criceti nel sito di Verdenero.
Le pubblicazione di Nicoletta Vallorani su Ibs.

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