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di Federico Mascagni (sito) mercoledì 14 marzo 2012 - 4 commenti oknotizie
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In ricordo di Raffaele Ciriello

Dieci anni fa moriva Raffaele Ciriello, fotoreporter freelance che vendeva i suoi scatti coraggiosi al Corriere della Sera. Oppure: dieci anni fa moriva Raffaele Ciriello, medico chirurgo plastico con studio a Milano, dalla carriera assicurata, travolto dalla passione per il racconto fotografico.

Perché ricordare Ciriello? Solo perché colpito dal fuoco militare israeliano mentre testimoniava gli eventi di Ramallah? Direi che va ricordato anche perché apparteneva alla schiera dei freelance, dei giornalisti che si attrezzano autonomamente e partono per passione e per mestiere. Quelli che portano a casa i “pezzi” giornalistici e le immagini che comodamente leggiamo sui quotidiani.

“Era di Ginestra, un paesino lucano; la famiglia era orgogliosissima di quel giovane chirurgo”. Ci racconta la sua storia Amedeo Ricucci, già giornalista freelance nelle zone di guerra e ora reporter per la RAI. “Il padre era di umilissime origini e con grande sforzo si era emancipato dalla miseria costruendosi una carriera nell’amministrazione pubblica. Mostrava orgogliosamente il suo appartamento di Milano”.

Come ogni ragazzo Raffaele non viveva di soli studi e, dopo, di solo mestiere. Univa la passione per la fotografia a quella per il motociclismo, diventando reporter per la rivista “Motociclismo”. Seguire la Parigi-Dakar nel 1991 diventa fatale: colto, come tanti, dal “mal d’Africa” decide di interessarsi alla cronaca di quel continente lacerato. “Era con me in Somalia durante la guerra.” continua Ricucci. “Eravamo insieme a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin nel periodo in cui Ilaria morì. Raffaele aveva una borsona piena di duplicati di foto di soldati italiani, che aveva promesso di consegnare come ricordo. Mi colpì questo suo essere puntuale, di parola con tutti. Organizzò una piccola mostra delle foto e le regalò a tutti i soldati ritratti.”

Il ricordo di Ricucci si sposta sulla capacità di Ciriello di saper riconoscere il momento opportuno in cui agire. “Nello stesso viaggio in Somalia ci trovammo in un compound della Folgore dall’aspetto quantomeno aggressivo: tutti i soldati, con la bandana in testa e i coltelli personalizzati alla cinta, davano l’impressione di trovarsi dentro ad Apocalypse Now. Nel compound c’era un ospedale da campo e Raffaele interruppe la sua attività di fotografo per tornare ad essere chirurgo e dare una mano”.

Raffaele Ciriello ha girato i luoghi più pericolosi del mondo: Kosovo, Bosnia, Afghanistan, dove c’era bisogno di testimoniare una guerra lui era presente. Eppure era visto male dai colleghi proprio perché “freelance”, perché col suo dinamismo, e la sua clinica che lo aspettava sempre a Milano, andava a “rubare” il lavoro ai professionisti sul campo.

Ma cosa alimenta questa passione che mette a rischio quotidianamente la propria vita? “La prima volta lo fai per sentirti al centro degli avvenimenti” spiega Ricucci “la seconda è per narcisismo. La terza ti chiedi perché lo fai, visto che vivi in condizioni al meglio scomode al peggio rischiose. Poi scopri che è una adrenalina che si alimenta continuamente nel tuo corpo, che entra in circolo come una droga.” E da questa condizione nasce l’incoscienza:

Rispetto alla vicenda che è costata la vita a Raffaele avevamo già compiuto il nostro lavoro. Avevamo intervistato Arafat, la sera stessa avevamo l’aereo in partenza da Gerusalemme. Fu una uscita che non aggiungeva nulla giornalisticamente. Questo è la mia più grande amarezza.

Enzo Baldoni

Enzo Baldoni

Pensando a Ciriello viene in mente un altro freelance dimenticato, Enzo Baldoni, ucciso in Iraq. Un altro con una carriera notevole nell’ambito pubblicitario che decide all’improvviso di raccontare le zone di guerra. “Di lui non posso dire molto, non lo conoscevo di persona. In generale posso dire che questo mestiere è contraddittorio, perché non si può essere spericolati ma, come diceva Robert Capa, una foto non è bella se non è scattata abbastanza da vicino. La verità è che bisogna avere esperienza” suggerisce Ricucci. “Un collega in Libia rimase senza batterie del cellulare, senza connessioni per il pc, insomma, totalmente isolato. Si conquistò i galloni sul campo uscendo vivo da una situazione difficile, ma dal punto di vista giornalistico cosa aveva prodotto?”.

Ora il giornalismo si fa sempre di più con le immagini degli altri. Gli tsunami, le inondazioni, le rivolte di piazza vengono raccontate dai videofonini. Ne risente la qualità video ma questa è la vera attualità, il citizen journalism “Che va comunque verificato alla fonte” puntualizza giustamente Ricucci. Poi ci sono i casi dei giornalisti professionisti nati nel Paese in conflitto e che svolgono collaborazioni con i giornali esteri. “A loro va tutto il mio rispetto, perché sono gli altri dimenticati. Pochi giorni dopo la morte di Ciriello i Palestinesi linciarono tre soldati Israeliani, e un cameraman Palestinese riprese le immagini e fu costretto a scappare per non essere ucciso a sua volta. Con quelle immagini Gabriella Simoni di Canale 5 e Anna Migotto di Rete 4 vinsero il premio Ilaria Alpi. Una ingiustizia perpetrata anche da tutti quei quotidiani, come Repubblica, che non danno mai nessuna indicazione dei professionisti locali che hanno reso possibile il racconto delle vicende”.

Che il giorno in cui si commemora Raffaele Ciriello sia l’occasione per ricordare chi svolge un lavoro con passione, magari in condizioni economiche precarie, oppure quasi in anonimato. Ma pieno di soddisfazione per ciò che ha scelto di fare.

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di Federico Mascagni (sito) mercoledì 14 marzo 2012 - 4 commenti oknotizie
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