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In Italia i cinesi possono evadere le tasse?

Giuseppina Virgili è un ex imprenditrice del settore tessile, nel 2009 ha iniziato uno sciopero della fame e della sete nel Duomo di Firenze perché non riusciva più a portare avanti la sua attività artigianale. Si è fidata delle istituzioni, e si fida tuttora, anche se non ha ricevuto alcun tipo di aiuto, tant’è vero che oggi la sua impresa è chiusa e vive grazie al padre ottantenne. La sua testimonianza è nell’ebook Imprenditori suicidi.

 

Ho iniziato la mia attività a metà degli anni Ottanta, vengo da una famiglia di operai, quindi ho avviato da sola perché volevo creare qualcosa di mio nel settore della moda, avendo fatto studi appropriati. Ho fatto parecchia gavetta, svolgevo un lavoro sartoriale di nicchia, un prodotto al 100 percento italiano, e forse questo è stato uno degli handicap. È andato tutto bene fino al 2007/08. Quando i clienti hanno iniziato a non pagare. Di conseguenza anche io ho cominciato a portare ritardi nei miei pagamenti alle banche, ai fornitori ecc. Ormai si cominciava a parlare di crisi, venivano messi in atto vari provvedimenti: tutti inutili. Le varie associazioni che fungono da garanti per i prestiti non sono sufficienti, perché l’ultima decisione spetta alla banca, e se questa deve rischiare anche solo il 20 percento, non accetta: vuole garanzie per il 100 percento. A me servivano trentamila euro per il campionario e non mi sono mai stati erogati nonostante le garanzie, questo è stato l’epilogo nonostante tutte le iniziative proclamate come soluzioni dai vari governanti. Quante volte ho sentito: «Ci sono soldi per…», «Abbiamo trovato le risorse per…». Falso, i finanziamenti non ci sono per chi è in difficoltà. (…) Innanzitutto non siamo degli evasori come ci vogliono dipingere[1]. La pressione fiscale per noi è oltre il 70 percento, non facciamo scatole cinesi o altri “giochini”, dichiariamo tutto e se non paghiamo è perché siamo in difficoltà. Abbiamo voglia di lavorare, di metterci in discussione e trovare soluzioni per uno Stato che sta andando verso la fine. Come associazione abbiamo scritto una lettera a Monti, non abbiamo avuto nessuna risposta, ci stiamo muovendo con le istituzioni regionali non solo per lavorare insieme, ma per smuovere anche le coscienze sociali che non si rendono conto di quello che stiamo soffrendo. 

Noi siamo i terremotati dell’economia e gli esodati delle nostre imprese, perché noi piccoli non abbiamo diritto a nessun ammortizzatore sociale, mettiamo tutto in gioco nell’azienda, quando la perdiamo non abbiamo più nulla con cui tirare avanti, vivere il quotidiano. La maggior parte di noi ha cinquant’anni, a quest’età il mondo del lavoro non ci vuole ed è difficile ricollocarsi. Sono anni che mando curricula: o sono troppo vecchia o sono troppo specializzata. Il nostro welfare sono i nostri genitori, per altri sono i figli; non credo che questo sia dignitoso per persone che hanno lavorato una vita. Oggi riesco a vivere con la pensione di settecento euro di mio padre ottantenne, il quale non riesce a godersi la sua vecchiaia perché è preoccupato per me e sua nipote. Il dramma è che spesso dietro al fallimento dell’azienda arriva quello delle famiglie che si sgretolano. La manifattura cinese ha dato il colpo di grazia alla mia attività e a quella di altri colleghi. 

Tutti parlano di delocalizzazione, di come portare la produzione all’estero, invece noi ce la siamo ritrovata dentro casa. Ci siamo ritrovati dei concorrenti che lavorano senza regole e mettono sul mercato dei prodotti, seppur scadenti, a prezzi irrisori. I sindacati non hanno mai fatto nulla, quando mi è stato possibile confrontarmi con loro ho detto: «Parlate tanto di tutela dell’operaio, ma non tutelate il suo datore di lavoro che non è lo sfruttatore, il padrone nelle piccole imprese. Per noi i dipendenti sono un patrimonio, conosciamo il loro nome e cognome, le loro storie, sono amici. Molti di noi quando non riescono a tirare avanti l’azienda e sanno di avere in mano la vita di tante altre persone che si sono fidate, sentono di tradirli».

I sindacati non capiscono che siamo sulla stessa barca: i cinesi hanno portato via il lavoro all’imprenditore e di conseguenza al dipendente. Mi hanno risposto sempre che è un problema nazionale, che loro non possono fare nulla, fenomeno difficile da smantellare. Alle sette di sera a Prato si può vedere una città che comincia a lavorare, insegne tutte cinesi, dove lavorano, mangiano, vivono, non sembra di essere nel cuore della Toscana. Sono andata a fare un giro in queste fabbriche, mi sono spacciata per un buyer. C’è da dire che loro sono molto scettici, quando sono riuscita a convincerli mi hanno proposto maglie che vendevano a un euro e cinquanta centesimi, cappotti a otto euro, pantaloni a cinque, tutto con la targhetta Made in Italy. Questi prezzi non sono possibili, per noi che lavoriamo in Italia e rispettiamo le regole. Ho chiesto: «Mi fate la fattura?». Mi hanno risposto: «Come vuole». Allora ho domandato: «Se invece non la voglio, mi fate uno sconto?» Hanno ribattuto: «No, per noi è uguale».

O noi siamo meno bravi e non riusciamo a lavorare correttamente o c’è qualcosa che non funziona. Infatti le loro attività hanno durata di un anno, poi cambiano nominativo perché in Italia se chiudi entro dodici mesi non sei soggetto a controlli. Loro conoscono le nostre leggi, meglio di noi. Ogni tanto la Guardia di Finanza fa qualche blitz, ma è solo fumo negli occhi. Io non ce l’ho con i cinesi, loro fanno quello che noi gli permettiamo di fare. Sicuramente fanno comodo ai poteri forti: le grandi firme si avvalgono della loro manodopera, le banche hanno il loro guadagno perché sono gli unici a portare soldi[2]L’anno scorso la Banca d’Italia aveva calcolato che solo nel 2011 attraverso i transfer money erano andati in Cina oltre 500 milioni di euro. Volendo ci sarebbero molte cose da fare, chissà perché non vengono fatte? Queste sono le situazioni da smantellare, dobbiamo ritrovare il nostro orgoglio di essere italiani. Siamo qui che cerchiamo di fare le cose corrette,creiamo ricchezza e dobbiamo essere mortificati da un sistema che non ci rende giustizia; stiamo perdendo la nostra identità come Nazione.”


[1] La Guardia di Finanza ha diffuso i dati sull’evasione 2012: 2192 evasori totali scoperti sui primi quattro mesi dell’anno, 853 denunciati per non aver presentato la dichiarazione, 530 per occultamento o distruzione della contabilità. I settori (percentuale sul totale) 25 percento commercio all’ingrosso e al dettaglio, 22 percento costruzioni edili, 11 percento attività manifatturiere, 5,7 percento attività professionali, scientifiche e tecniche, 5,5 percento alloggio e ristorazione.


[2] Dal 2006 al 2010, conferma la Guardia di Finanza, sono stati trasferiti illecitamente in Cina 4,5 miliardi di euro. Un valore vicino a quello della Finanziaria 2011. http://www.ilsole24ore.it

 

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Commenti all'articolo

  • Di Damiano Mazzotti (---.---.---.95) 29 dicembre 2012 10:01
    Damiano Mazzotti

    Queste cose si sapevano già dal 2001... Ma ai grossi imprenditori i cinesi da sfruttare fanno comodo e ai politici interressa solo sgranocchiare le pannocchie italiane finchè ci sono.

    E sui burocrati e sui dirigenti pubblici italiani è meglio stendere un velo pietoso. Quelli ci tocca tenerceli finchè campano. In Italia i dirigenti al potere non si riesce nemmeno a mandarli in pensione in un’età accettabile.

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