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Immigrazione, accoglienza e cooperazione | Villaggio di San Giuliano di Puglia: quale destino?

Candidiamo il villaggio di San Giuliano di Puglia (Campobasso) quale sede europea formativa in materia di cooperazione internazionale.
 

Anche se a rilento, in modo completamente miope e disarticolato rispetto al tessuto sociale retrostante, procedono, per ora solo da un punto di vista amministrativo, i lavori per l’adeguamento della struttura, sita in provincia di Campobasso, nata per dare congruo riparo alle centinaia di sfollati, resi tali dal sisma del 2002, capace di ospitare circa 1000 persone, quale Centro di Accoglienza massivo.

Conscio della perfettibilità dell’idea, preso atto del fatto che l’Italia, sin qui non è riuscita rendere il problema migratorio un problema europeo e continuiamo, malamente, a sbrigarcela da soli, consentendo ed agevolando illeciti arricchimenti a favore di poche cricche circoscritte.

Essendo il fenomeno migratorio non certo provvisorio ma destinato a durare nel tempo, il nostro intento deve essere quello, anche mettendo da parte quella che sarebbe la nostra personale maggiore o minore inclinazione a farci carico del problema, di coniugare, nel miglior modo possibile l’accoglienza che, entro certi limiti, già stiamo praticando in modo miope e fine a se stesso, con la salvaguardia dei nostri già depressi territori, provando a collegarci una visione di più ampio respiro.

Vista la orografia e la demografia del territorio nel quale ricade la struttura, completamente isolato e composta da micro realtà prive anche dei servizi essenziali, l’unica accoglienza attualmente possibile è quella normativamente definita di secondo tipo (SPRAR), ovvero destinata a soggetti rispetto ai quali, lo Stato italiano, già abbia accertato il diritto ad essere accolti ed integrati.

L’unica accoglienza che ci possiamo permettere, se non vogliamo comprometterne la già precaria stabilità socio - economica di questo nostro territorio, col rischio, tutt’altro che residuale, di scatenare una probabile lotta tra poveri, dovrà essere necessariamente proporzionale agli abitanti già residenti e praticata non nel villaggio, laddove, stante i modelli attuali, incentrati esclusivamente sull’ammassamento a scopo di lucro più che sul reinserimento umanitario, ci si limiterebbe a ghettizzare esseri umani, contravvenendo tutta la normativa sia nazionale che internazionale in materia di diritti umani, bensì all’interno dei vari paesi.

Non può esistere e non ha senso accogliere senza integrare.

Quasi come conseguenza naturale della situazione che verrebbe a crearsi, fisiologico sarebbe poi candidare e destinare il villaggio, muovendoci ovviamente di concerto con le istituzioni centrali sin qui latitanti, ma che spesso ho sentito definire la struttura provvisoria di San Giuliano come un patrimonio da non disperdere, passando dalle astratte parole ai fatti concreti, non a moderno ghetto bensì, a Sede europea formativa per la cooperazione internazionale, in modo da vincolarne le istituzioni ad una presenza non solo finanziaria ma anche gestionale.

Valendosi dello straordinario contributo che a quel punto potrebbe essere fornito dalle persone di varia origine ospitate, comprendendone a fondo le le necessità, quello diventerebbe il luogo ideale da quale far partire, formando in loco gli esperti internazionali in materia e quindi attraendo qui in zona professionalità ed investimenti di un certo livello, idee e progetti volti a migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei territori di origine andando a colmarne quella che sin qui è stata la principale lacuna nonché tra le cause di tale esodo biblico, rispetto al quale, forse per la prima volta, in modo sensato, si cercherebbe di porre un freno, aprendo un alternativa.

In quel caso potremmo dire di aver fatto vera accoglienza valorizzando nel modo giusto il territorio.

Antonio Martino

Santa Croce di Magliano - Campobasso

 

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