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Il referendum mette a rischio la Costituzione?

Qualcuno sostiene che il referendum che andremo a votare domenica 21 e lunedì 22 giugno metta a rischio il principio per cui una parte politica non può, da sola, cambiare la Costituzione. Vediamo se questo è vero…

Tra i vari argomenti di critica portati dai vari critici del referendum elettorale (in special modo dai partiti e dai comitati che sostengono l’astensione) ce n’è uno in particolare che merita particolare attenzione. L’argomento è il seguente: dal momento che, dovesse passare il referendum, il premio di maggioranza del 55% dei seggi andrebbe alla sola lista più votata, se questo premio spettasse al maggior partito di centrodestra quest’ultimo potrebbe facilmente accordarsi con gli altri soggetti di centrodestra presenti in Parlamento per approvare una eventuale riforma costituzionale con i due terzi dei parlamentari (il 66%), quindi senza dover passare per il referendum confermativo (che nel 2006 bocciò la riforma approvata a maggioranza semplice dal centrodestra).

 

La questione va affrontata con tutta la serietà possibile, visto che si tratta di un argomento che tocca dei punti fondamentali come la Costituzione e l’ordinamento dello Stato. Cerchiamo di capire se sia possibile il verificarsi di uno scenario del genere.

In primo luogo, bisogna sottolineare una cosa fondamentale: quando si parla di "dare alla lista più votata il 55% dei parlamentari" bisogna specificare che ci si riferisce esclusivamente alla Camera dei Deputati. Al Senato il premio del 55% dei seggi viene assegnato regione per regione: e se la lista più votata non prenderà il premio in tutte e 18 le regioni in cui può prenderlo, non avrà il 55% dei senatori; ma questo è, per usare un eufemismo, altamente improbabile, visto che le differenze sul comportamento di voto delle varie regioni sono ben note a chiunque si occupi di politica. Questo deve essere ben chiaro, dal momento che, particolare per nulla irrilevante, per approvare una modifica costituzionale senza dover passare per il referendum confermativo si ha bisogno dei due terzi non solo alla Camera, ma anche al Senato; è una conseguenza del bicameralismo perfetto.

Vediamo allora, a cominciare dalla Camera, se può verificarsi concretamente uno scenario del genere. Il 55% dei seggi va assegnato alla lista più votata, poniamo - senza far grosso sforzo d’immaginazione - il PDL; per raggiungere il fatidico 66% è necessario che, del restante 45% assegnato a tutte le altre liste, almeno l’11% sia assegnato ad altre forze abbastanza omogenee al PDL, ad esempio la Lega e l’UDC (entrambi parteciparono, insieme a Forza Italia ed AN, oggi PDL, all’approvazione della succitata riforma costituzionale varata nel 2005). Questo scenario è possibile solo se questi due partiti, soprattutto le Lega, prendessero insieme una percentuale considerevole, diciamo almeno il 15%. Questa situazione si è verificata alle europee appena trascorse, dove l’UDC ha preso oltre il 6% e la Lega più del 10%. Applicando i dati delle Europee 2009 al sistema di elezione per la Camera dei Deputati, modificato dal referendum, si otterrebbe la seguente situazione:

In questo scenario possiamo notare come, al di fuori del PDL, il voto alle scorse europee abbia subito una "tendenza al livellamento" delle altre forze rispetto al 2008, con l’aumento, in alcuni casi esponenziale, di Lega, UDC e Italia dei Valori. Notiamo anche come al PDL non basti accordarsi con la Lega per raggiungere il 66% dei voti, ma abbia bisogno anche dei voti dell’UDC, con cui raggiungerebbe il 68% (il totale dei seggi non fa 630 perché mancano alcune circoscrizioni estere in cui alle europee non si è votato, ndr).

Abbiamo dunque appurato che alla Camera il rischio che PDL, Lega e UDC (i componenti del vecchio centrodestra per intenderci) abbiano i numeri per cambiare la Costituzione, è concreto. Anche se per appurare ciò abbiamo dovuto simulare delle elezioni politiche basandoci sui dati di elezioni europee, più consoni, rispetto a quelli delle Politiche 2008, a simulare una situazione in cui questo rischio è oggettivo.

Passiamo al Senato. Sempre basandoci sui dati delle Europee 2009, otteniamo, a liste invariate, questa situazione:

Anche qui bisogna ricorrere ad una certa approssimazione, non solo per quanto riguarda le mancate circoscrizioni estere, ma soprattutto per il fatto che per il Senato votano effettivamente meno cittadini che per la Camera (possono infatti votare i cittadini dai 25 anni in su).

Che percentuale raggiungono i partiti che alla Camera abbiamo visto raggiungere il 68%, cioé PDL, Lega e UDC? 202 voti su 309, senza contare i senatori a vita; dunque, non raggiungono, seppur di pochissimo, il 66%, anche senza considerare i senatori a vita, di cui almeno 4 su 7 molto probabilmente voterebbero contro insieme al centrosinistra.

Ma gli scenari che abbiamo considerato scontano il piccolo difetto di non essere realistici, non solo per il fatto di essere ricavati da risultati di elezioni europee (quantunque queste siano, tra tutte le tipologie di elezioni, le più "assimilabili" alle elezioni politiche); ma anche, e soprattutto, perché ignorano le conseguenze sul piano dell’offerta partitica che produrrebbe l’approvazione del referendum elettorale.

Abbiamo già considerato diversi scenari, considerando questa variabile, quando abbiamo applicato il guzzettum alle Politiche 2008; consideriamo ora il caso, oggettivamente più probabile, in cui invece di andare separati il Partito Democratico e Italia dei Valori formano una lista unica, e riconsideriamo i risultati sommando "brutalmente" i voti ottenuti da questi due partiti alle europee.

Per la Camera dei Deputati, non cambierebbe nulla perché PD + IDV non supererebbero comunque il risultato del PDL (34,1% contro 35,3%).

Per il Senato, invece, cambierebbe molto perché in diverse regioni il premio di maggioranza andrebbe al "Partito democratico dei valori" (come abbiamo definito, con sprezzo del pericolo, questa ipotetica fusione), facendo sì che si ottenga questo scenario:

In questo caso vediamo come non solo il PDL non abbia la maggioranza, ma sia ben lontano dal raggiungere il 66% dei seggi, anche contando sull’appoggio di Lega e UDC. 

 ***

Possiamo dunque concludere che, se venisse approvato il referendum elettorale (e la legge non subisca alcuna successiva modifica), il rischio di una maggioranza costituzionale di un solo orientamento sia scongiurato? No, non possiamo. Ma possiamo certamente asserire che la modifica referendaria della legge elettorale non espone automaticamente il Paese ad un rischio simile, e che questo rischio deriva invece da altri fattori, in primo luogo le scelte dei partiti su come rispondere alla nuova legge elettorale, ma soprattutto il rapporto di forza tra le varie liste che è in mano alle scelte degli elettori.

Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.186) 19 giugno 2009 14:15

    E allora per favore evittiamo di farlo passare questo referendum. Poi se preferite un sistema che si avvicini verso il bipartitismo, bè andateci pure e votate si.

    Io sono per il sistema proprorzionale, specialmente in Italia dove il PD e PDL sono semplicemente partiti complementari. Voi siete per l’alternativa, io per l’alternanza. Che è ben diverso...

    • Di Termometro Politico (---.---.---.110) 19 giugno 2009 14:21
      Termometro Politico

       Voi chi, caro anonimo? Hai letto almeno l’articolo prima di scrivere il commento? Potresti specificare cosa intendi per "alternativa" e per "alternanza"?

      Grazie.

    • Di Ocram (---.---.---.197) 20 giugno 2009 13:34

      L’alternanza è la divisione del potere tra due grandi partiti; in Europa i Popolari e i Socialisti, negli USA Democratici e Repubblicani, in UK Conservatori e Laburisti.
      L’alternativa è la ripartizione del potere tra diversi pensieri politici, in funzione della loro presenza tra l’elettorato: comunista, democristiano, liberale, socialista, cattolico, radicale, ecc.
      Credo che la frase dell’anonimo intendesse che sia preferibile il secondo modello politico, ed onestamente concordo.

  • Di morias (---.---.---.80) 19 giugno 2009 15:18
    morias

    L’attacco alla Costituzione repubblicana è gia stato sventato una volta dal referendum confermativo che ha impedito alla Lega di approvare un testo costituzionale addirittura incomprensibile al comune cittadino.

    I numeri a tuo dire non ci sono per apportare modifiche evitando il referendum confermativo, ma la tua analisi si basa su dati non reali, tenendo in considerazione gli alti livelli di astensione alle elezioni europee.

    Qui si tratta di una questione di principio e la domanda da porre agli elettori, a mio avviso, è questa: volete voi essere governati per cinque anni da una compagine di partito che rappresenta la minoranza nel paese?
    Perchè di questo si tratta.
    Inoltre in un Parlamento in cui gia ora non c’è alcuna forma di dialettica a causa del ricorso sconsiderato alla fiducia, in cui l’opposizione, anche per sua colpa, è stretta in un angolo in cui essa stessa si è fatta spingere, cosa accadrebbe con un sistema bipartitico?

    Il pericolo non è solo quello di eventuali attacchi alla Costituzione, ma viene dall’approvazione delle stesse leggi ordinarie: non è necessario modificare la Carta Costituzionale per mettere il paese nelle mani di pochissimi "eletti", per annichilire l’ordinamento giudiziario, per ridurre al silenzio la stampa, per impedire il libero pensiero in internet, per svilire gli organi di controllo.

    Questo di fatto gia sta accadendo, figuriamoci con un solo uomo al timone.

    • Di Termometro Politico (---.---.---.110) 19 giugno 2009 15:46
      Termometro Politico

      Abbiamo preferito utilizzare i dati delle Europee appena trascorse perché ci siamo sforzati di simulare uno scenario in cui il rischio di cui si parla è più concreto, grazie ad alcuni fattori: 1) la percentuale di molto inferiore al 50% del partito di maggioranza relativa; 2) la quota consistente di voti andati a forze esterne al partito di maggioranza relativa ma appartenenti alla stessa macro-area politica (centrodestra) che superano gli sbarramenti; e quindi 3) la mancata rappresentazione, nell’opposizione, di una consistente percentuale di forze politiche esterne all’area politica in questo caso maggioritaria; 4) la scarsa affluenza alle Europee rispetto alle Politiche dello scorso anno, peraltro, ha penalizzato i maggiori partiti (come dimostrato qui http://www.termometropolitico.it/in...). 
      Abbiamo peccato di poco realismo per "venire incontro" a chi paventa il rischio di cui sopra. Utilizzando i dati delle Politiche 2008, come abbiamo già fatto, questo rischio non si pone affatto.

      Quanto al voler essere governati da una minoranza, segnaliamo a morias (e a tutti) che siamo GIA’ governati da una minoranza: per l’esattezza il 47%, il 38% degli aventi diritto, preso dalla coalizione di Berlusconi l’anno scorso. Quindi questo è un falso problema (basta guardare come funziona qualsiasi democrazia maggioritaria, del resto).

      Se si fa frequente ricorso alla fiducia (in modo anzi smodato) è per ricompattare la maggioranza che sostiene il governo; e di questo strumento ci sarebbe meno bisogno se la maggioranza fosse omogenea e non una coalizione di partiti.

      Infine, proprio perché gli attacchi (sostanziali, non formali, almeno per ora) alla Costituzione si stanno attuando già oggi, cosa cambierebbe con un partito solo al governo invece di due? Forse che la Lega Nord ha rappresentato un argine alle peggiori leggi varate finora dal governo? O forse non ne è stata, in molti casi, l’ispiratrice e la maggiore sostenitrice? (ronde, respingimenti indiscriminati di clandestini, provvedimenti contro i rom, solo per citarne tre)

      Nessuno fa mai queste domande, purtroppo. Le risposte sarebbero interessanti.

    • Di morias (---.---.---.80) 19 giugno 2009 15:57

      Il ricorso alla fiducia non serve per ricompattare la compagine di governo, ma per annullare il dialogo.

      E’ senz’altro vero che anche l’esecutivo attuale non corrisponda alla maggioranza del paese e che la Lega non è per niente una forza di bilanciamento rispetto alla politica del Cavaliere, ma ti voglio ricordare che Berlusconi ha governato gia per cinque anni compiuti, dal 2001 al 2006, e che sta governando oggi senza grossi problemi di maggioranza, quindi questo della governabilità è un falso problema e riguarda solo l’incapacità del centrosinistra.

  • Di (---.---.---.0) 20 giugno 2009 02:11

    Alternanza è far credere che ci siano due schieramenti diversi, quindi che si alternano. Un po’ come gli USA.

    Alternativa vuol dire che c’è pluralismo e partiti che hanno diverse visioni della società. Con questo referendum si sancisce la fine di quest’ultima.

    Boicottiamolo questo referendum. Per il bene della democrazia, quella più verosimile...

    • Di Termometro Politico (---.---.---.131) 20 giugno 2009 09:19
      Termometro Politico

      Scusa tu hai detto " Voi siete per l’alternativa, io per l’alternanza". A parte che ancora non si è capito chi sarebbe "voi" e su quali basi affermi una cosa del genere, prendiamo atto che tu sei per due schieramenti "fintamente diversi" che si alternano al potere. Bene. Sia chiaro però che il principio dell’alternanza è un principio cardine in tutte le democrazie, in cui almeno due partiti alternativi e con programmi differenti si alternao al governo. Se pensi che il referendum cancelli il pluralismo vuol dire che non sei informato sul referendum stesso, che lascia le soglie di sbarramento invariate per tutti i partiti che non prendono il premio. Il pluralismo e la rappresentanza devono essere garantite entro il Parlamento, non entro la maggioranza governativa. Questa è una concezione tutta italiana che deriva da 50 anni di proporzionale, governi pluripartitici e una alternativa perennemente all’opposizione. C’è chi è nostalgico di quel periodo e chi no.

  • Di Ocram (---.---.---.65) 20 giugno 2009 13:51

    L’anonimo è per l’alternativa, ovvero che la politica debba mediare tra più interessi divergenti.
    Ciò non avviene con il bipartitismo, dove due sono gli interessi che si contrappongono, solitamente l’interesse dei lavoratori e quello degli industriali.
    E’ un modello diffuso dall’ottocentesco che rispondeva ai cambiamenti imposti dalla rivoluzione industriale. Mi pare inadatto alla complessità della società odierna, sarebbe stato auspicabile negli anni ’60 ma si sa come è andata a finire.

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