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Il “maestro” Napolitano e gli “allievi” magistrati

Lo scorso 21 luglio, alla riunione augurale con i magistrati ordinari in tirocinio, ricevuti in udienza al Quirinale, udienza divenuta ormai tradizione e considerata appuntamento particolarmente importante e dall’elevato valore simbolico, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha tenuto un discorso che ha sollevato non poche critiche e suscitato l’incredulità di molti. In realtà nel discorso si è trattato di suggerimenti, indicazioni, consigli ai futuri magistrati, in vista della loro prossima attività nelle funzioni di Pubblico Ministero – a seguito della deroga transitoria ai principi generali appena approvata – e, come dichiarato dallo stesso Presidente nel suo discorso, simili a quelli di altri interventi a partire dal 2007, raccolti in una pubblicazione consegnata ai magistrati ordinari in tirocinio.

Nella veste di Presidente della Repubblica e di Presidente del Consiglio Superiore, garante dei principi costituzionali dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, Napolitano ha consegnato una sorta di memorandum, serio e severo come richiede l’argomento, che sarà meglio analizzare nel dettaglio, prima di prestare orecchio ai commenti politici. Ciò che ha suscitato letture contrapposte da parte degli esponenti dei partiti, infatti, sono stati alcuni passaggi del discorso del Presidente che hanno chiamato in causa in particolare l’uso dello strumento intercettazioni, delle misure cautelari e la “spettacolarizzazione” dei processi in genere, proprio nel giorno successivo al voto su Papa e Tedesco nelle Aule parlamentari. A riguardo, usando le stesse parole di Napolitano, si noti il chiaro invito, rivolto ai magistrati, “a ispirare le proprie condotte a criteri di misura e riservatezza, a non cedere a fuorvianti “esposizioni mediatiche”, a non sentirsi investiti di “improprie ed esorbitanti missioni”, a non indulgere in atteggiamenti protagonistici e personalistici che possono mettere in discussione la imparzialità dei singoli, dell’ufficio giudiziario cui appartengono, della magistratura in generale”.

Come un “maestro” ai suoi “discepoli”, preoccupato dalla crisi di fiducia in atto verso la magistratura e dell’offuscamento, quindi, della sua immagine, il Presidente della Repubblica ha voluto tenere un discorso che puntasse all’affermazione e al riconoscimento del rispetto dei limiti che ogni ruolo ha e deve mantenere. Se è vero che spesso sulle pagine di TP abbiamo parlato di “democrazia assoluta” come falso sistema democratico che chiama libertà la furia liberticida di una maggioranza contingente e temporanea, non si capisce allora perché non leggere nelle parole di Napolitano quello stesso senso di garanzia che i limiti agli organi costituzionali nell’esercizio delle loro funzioni figurano. Nell’intento di tutelare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, il Presidente della Repubblica ha ricordato – e al massimo le critiche possono essere piuttosto quelle di un’eccesiva apprensione – la necessità di assicurare “l’imparzialità e l’immagine di imparzialità” su cui poggia la percezione che i cittadini hanno dei magistrati. In tal senso, ha richiamato i futuri PM all’adozione di condotte che non “creino indebita confusione di ruoli e fomentino l’ormai intollerabile, sterile scontro tra politica e magistratura”.

In particolare, il riferimento è stato a quei casi in cui un “magistrato si propone per incarichi politici nella sede in cui svolge la sua attività oppure quando esercita il diritto di critica pubblica senza tenere in pieno conto che la sua posizione accentua i doveri di correttezza espositiva, compostezza, riserbo e sobrietà”. Un cenno, questo, che evoca almeno un paio di casi di giudici scesi in politica – Nicastro nella giunta Vendola, Narducci in quella De Magistris –, ma che valeerga omnes, e che mostra di confermare e valutare positivamente gli orientamenti che il Consiglio Superiore e la sua Sezione disciplinare hanno recentemente espresso in proposito. Consapevole del difficile periodo che la magistratura sta vivendo, Napolitano continua il suo discorso suggerendo di “applicare scrupolosamente le norme e far uso sapiente ed equilibrato dei mezzi investigativi bilanciando le esigenze del procedimento con la piena tutela dei diritti costituzionalmente garantiti”. Si riferisce quindi in specie alle intercettazioni, “cui non sempre si fa ricorso – come invece insegna la Corte di Cassazione – solo nei casi di “assoluta indispensabilità” per le specifiche indagini e delle quali viene poi spesso divulgato il contenuto pur quando esso è privo di rilievo processuale, ma può essere lesivo della privatezza dell’indagato o, ancor più, di soggetti estranei al giudizio”. E aggiunge un invito “a usare il massimo scrupolo nella valutazione degli elementi necessari per decidere l’apertura di un procedimento e, a maggior ragione, la richiesta o l’applicazione di misure cautelari”.

Dunque, evidentemente, il Presidente della Repubblica ha usato parole forti e cariche di significato, anche politico: in maniera altrettanto chiara, però, ha sottolineato come “il rispetto di questi elementari principi e la capacità di calare le proprie decisioni nella realtà del Paese – facendosi carico delle ansie quotidiane e delle aspettative della collettività – possono impedire o almeno attenuare attriti e polemiche in grado di lasciare strascichi velenosi e di appesantire le contrapposizioni tra politica e giustizia”. Il giorno seguente, nel rispondere alla “dietrologia” di alcuni, lo stesso Napolitano ha ribadito, durante la cerimonia del Ventaglio, che tutto ciò ha voluto essere un richiamo “a comportamenti che non offuschino la credibilità e il prestigio dei magistrati e non indeboliscano l’efficacia dei loro interventi a tutela della legalità” e, non mai un monito alla magistratura che, mettendo sullo stesso piano chi commette i reati e chi li combatte, si sarebbe potuto iscrivere in una lettura della situazione che descrivesse piuttosto una “guerra fra bande” (cit. Di Pietro). Nella stessa occasione, parlando dei temi della giustizia, su cui era stato interpellato dal Presidente dell’Associazione stampa parlamentare Pierluca Terzulli, il Presidente Napolitano ha quindi citato una frase del Presidente dell’Associazione nazionale magistrati che ha esortato i magistrati ad essere “inappuntabili e professionali”: “anche così – ha chiosato – si vanificano attacchi inammissibili alla magistratura e si disinnesca un fuorviante conflitto tra politica e magistratura”.

Del discorso tenuto alla riunione augurale con i magistrati ordinari in tirocinio, si sono quindi valutati solo certi aspetti: pochi, se non inesistenti, i commenti e le riflessioni su quella parte del discorso di Napolitano che forse, poiché ripetuta per l’ennesima volta, non ha più di tanto scandalizzato né preoccupato gli esponenti politici. Il Presidente della Repubblica ha, infatti, ancora una volta, posto l’accento sulle “gravi inadeguatezze normative e strutturali” del nostro sistema di giustizia, “rispetto alle quali hanno tardato e tardano risposte di riforma, da concepire peraltro con organicità, con equilibrio e con volontà di ampia condivisione”. Egli è dunque tornato a denunciare “il funzionamento gravemente insufficiente del “sistema giustizia” e la crisi di fiducia che esso determina nel cittadino destinato, come titolare di bisogni e di diritti, a farvi ricorso”, e ha incoraggiare “uno sforzo ulteriore per una migliore organizzazione dei servizi, un’adeguata, coerente e sistematica semplificazione dei procedimenti, un’ampia diffusione di quelle tecnologie informatiche”. Su tutti questi argomenti, il Presidente Napolitano chiaramente auspica che “permanga vigile l’attenzione del legislatore”, di modo che si possano “affrontare senza fatali ulteriori incertezze, lentezze e false partenze, le strozzature che dal lato del sistema giustizia maggiormente pesano sullo sviluppo complessivo del paese”.

Da ultimo, parlando della funzione di fondamentale interesse nazionale di cui è portatrice la magistratura, con l’obbligo di intervenire di fronte a “ogni singolo, concreto caso in cui si manifestino sindromi di violenza, forme vecchie e nuove di corruzione, abusi di potere e attività truffaldine, che oggi dominano la cronaca quotidiana”, pare che il Presidente abbia voluto esprimere l’augurio per cui si miri “tutti assieme” ad “un recupero di funzionalità, e insieme di razionale e limpido profilo, del sistema”, piuttosto che uno sgarbato monito alla magistratura per il suo operare. In sintesi, si è forse trattato di un’interpretazione distorta del richiamo ai “discepoli”, prossimi a farsi garanti in prima persona dell’autonomia e dell’indipendenza del ruolo di magistrato e, oggi come oggi, facile bersaglio di uno strabico conflitto politico, al “dover essere inappuntabili e professionali nel perseguire i reati […] tanto più ci sono fatti gravi che coinvolgono il Palazzo”.

di Francesca Petrini

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