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Il posto fisso è noiso quando è una scelta e non quando è una necessità

"Il posto fisso è noioso" ha detto il professore Monti nel programma di Matrix del 1/2/2012.

Su di un piano più consono al temine usato, il posto fisso è la conquista di un sogno, un progetto di vita, la costruzione di una famiglia. E tutto ciò non è banale o degno di essere sbeffeggiato.

Certamente la frase è frutto di una valutazione economica che, considerata in sé, non costituisce l’esaltazione del precariato, ma uno stimolo ai giovani a ricercare ed accettare un lavoro ovunque venga offerto senza condizionamenti di patria o familiari, a creare impresa, a costruirsi un lavoro autonomo.

Ma le capacità si esprimono nella realtà economica in cui vivono, e con riguardo alle possibilità concrete che esse hanno di realizzarsi. In una società con molti posti di lavoro, i giovani scelgono se annoiarsi con il posto fisso, oppure divertirsi con un altro posto fisso o a tempo determinato.

In una società con pochi posti di lavoro, i giovani non scelgono, non hanno possibilità di scelta, hanno solo bisogno di un lavoro, uno qualsiasi, basta che sia lavoro e comunque meglio un noioso posto fisso, che un divertente posto precario. Su questo piano il posto fisso è noioso, quando è una scelta, e non una necessità.

Ma attualmente non c’è scelta, perché non ci sono posti di lavoro. La disoccupazione viaggia intorno all’8,9%,quella giovanile è al 30%. Non c’è scelta tra vari lavori fissi perché se si perde un posto, non ce ne è subito un altro disponibile. C’è scelta tra lavoro fisso e lavoro precario, perché se si perde un posto fisso si può trovare con fatica un lavoro precario.

Ma questa è l’esaltazione della precarietà. E per i giovani che vogliono creare impresa o costruirsi un lavoro autonomo, non c’è scelta tra lavoro fisso e autonomo perché manca l’accesso al credito, la semplificazione burocratica, manca una politica industriale in cui tale lavoro si colloca.

Allo stato attuale non c’è la politica industriale del nostro Paese, né è dato conoscere su quale base si vuole costruirla. Certamente la costruzione di una politica industriale non può prescindere dal contesto economico in cui si colloca. Viviamo in una economia globale e allora da qui bisogna partire per costruire una politica industriale, per costruire posti di lavoro.

La globalizzazione ha allargato al mondo intero il perimetro competitivo, quindi mercati più ampi e concorrenza più agguerrita, dove sopravvivono solo le imprese più forti. Ciò significa due cose: la prima, l’impresa quando compete non può far leva solo su uno o due fattori competitivi, ma su tutti i fattori competitivi che devono essere ottimizzati; la seconda è che l’impresa non può andare da sola sul mercato, ma come parte di una squadra composta da istituzioni, imprese e lavoratori, raccordata e coordinata dallo Stato.

Prima di esaltare la mobilità tra lavori, la flessibilità in uscita come strumento di crescita, lo Stato intervenga sulla scuola, le infrastrutture informatiche ecc, perché il problema che abbiamo oggi, non è licenziare ma costruire posti di lavoro stabili inerenti cioè ad un’impresa capace di stare nel mercato globale.

Per questo la fertilità aziendale, non può significare la nascita comunque e dovunque di nuove imprese. Il problema che abbiamo oggi è la nascita di nuove aziende in settori competitivi e la chiusura di quelle operanti in settori non competitivi. Il tutto in un quadro politica industriale basata su una nuova suddivisione internazionale del lavoro, che comporta il disimpegno dai settori in cui non abbiamo un margine competitivo e la concentrazione di risorse e impegno in settori in cui abbiamo margine competitivo.

Si tratta in sostanza di orientare la nascita di nuove aziende nei comparti dove siamo vincenti, di sviluppare la competitività dove possiamo vincere e di accompagnare la chiusure di quelle operanti in settori dove siamo perdenti. Su questa base diventa limitativo e fuorviante far riferimento alle capcità dei giovani di trovarsi o costruiirsi un lavoro, prima che alle responsabilità dello Stato.

 

Commenti all'articolo

  • Di radi33 (---.---.---.6) 4 febbraio 2012 00:29

    Disamina ineccepibile. E’ la fotografia della realtà dei fatti da almeno due decenni in Italia, con il sindacato in posizione sempre più marginale, esclusi i grandi ed inutili proclami e la contemporanea tendenza alla crescita di raccomandati a tutti i livelli, con le relative conseguenze negative sul piano della convivenza sociale e della fiducia per il mercato del lavoro.
    Oltre a questo vi è da aggiungere un punto sempre ignorato: l’obiettivo di vita del singolo cittadino.Per delinearlo occorre un comune o almeno condiviso fine. Il lavoro è uno degli aspetti della vita dell’uomo e non può essere il suo unico fine. Ma nel nostro contesto sociale, imposto dall’economia ed ora dalla grande finanza internazionale, esso assume un rilievo primario, ineludibile, per chi non possa vivere di rendita dalla nascita. 
    Ecco che il posto di lavoro diviene non l’ambito nel quale applicare le proprie capacità, accrescerle e fornire in tal modo un contributo attivo anche al benessere generale, visto che l’uomo è un essere sociale, ma una situazione indotta, dalla quale trarre, forzatamente, per tutta la vita il proprio sostentamento. Solo pochi fortunati possono ottenere una situazione lavorativa che consenta una conduzione di vita commisurata alle spese derivanti dal modello imposto. E questo modello prevede continue stimolazioni all’incremento dei propri costi di vita, innescando una spirale di guadagno/spesa, pressochè inesauribile, ma divenuta fondamento della nostra economia.
    Elementi fondamentali della vita dell’uomo, quali: la procreazione, la proprietà della capanna, divengono in tal modo elementi produttori di costi e di speculazioni (gli immobili), ai quali si debbono necessariamente aggiungere i costi per la sopravvivenza biologica e quelli indotti dal sistema dei servizi nel quale viviamo. Per ultimo, ma non per questo, trascurabile, va contemplato anche il costo relativo al lavoro, che oggi implica trasferte quotidiane dalla propria residenza al luogo di lavoro ed altri innumerevoli connessi.
    E’ evidente e banale che in una situazione oggettiva ove non sia possibile scegliere di programmare altrimenti la propria vita, pena l’annichilimento e l’elarginazione sociale, l’individuo ed il giovane in particolare, tenti di orientarsi verso la situazione lavorativa che gli possa consentire una minima tutela a garanzia delle varie temperie sopra in minima parte citate. Ciò tuttavia, non corrisponde che minimamente ai reali desideri di realizzazione personale, creando sovente stati di frustrazione, di insofferenza al lavoro svolto, che sfociano in comportamenti disfunzionali all’armonia sociale ed allo sviluppo economico del Paese.
    Qui prodet da tanto sfascio? L’egoismo e la bramosia di guadagno di pochi, verso i quali molti, troppi, pagano tributo, venendo ora anche additati come lavativi e fannulloni, mentre sono i modesti, silenziosi ed operosi fautori dell’illecito benessere di cotanti cialtroni d’infima specie, ammantati da un’egida di onestà e benedetti dal signore, ai quali è affidato il governo della nazione, mediante leggi elettorali burlesche per una democrazia ed un uso "disinvoltamente fraudolento" delle troppe leggi in essa vigenti. 

     

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