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  Home page > Tribuna Libera > Il posto fisso? Non mi piace! Ma la flessibilità va pagata
di Vincenzo Arma (sito) giovedì 15 marzo 2012 - 0 commento oknotizie
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Il posto fisso? Non mi piace! Ma la flessibilità va pagata

 Sono d’accordo con Monti. Il posto fisso non mi è mai piaciuto. Ho sempre preferito fare esperienze diverse, almeno in età giovanile. Nella mia vita ho fatto di tutto: dal lavapiatti e il manovale nei soggiorni nel Regno Unito, all’Ufficiale di Complemento nell’Esercito Italiano. 

Senza dimenticare la comparsa, nella celebre Aida di Franco Zeffirelli, l’intervistatore telefonico, l’autista, il portiere notturno di albergo, l’analista della comunicazione tv. Accumulate tutte queste esperienze, le ho messe al servizio del giornalismo, sempre da precario, senza trascurare collaborazioni come addetto stampa e istruttore giovanile sportivo.

PRECARIO A VITA - Un decrescendo rossiniano, economicamente parlando. Il mio unico contratto regolare l’ho avuto nel 1995, proprio con l’esercito. Busta paga che poteva arrivare sino a due milioni al mese. E in più straordinari pagati, ferie e malattia. Inutile dire che non ho mai più ricevuto una remunerazione del genere con un singolo lavoro. Da allora, solo precariato, culminato trionfalmente nella disoccupazione. Anche perché a un certo punto, vista l’esperienza accumulata, ho preferito dire no a quelle poche proposte vessatorie e professionalmente degradanti che mi sono arrivate. 

Nonostante le mie esperienze diversificate, non sempre positive, non sono contrario alla flessibilità in sé. E non vedo nel ritorno al posto fisso per tutti la soluzione della questione. Il problema, a mio avviso, è un altro. Riguarda il prezzo del lavoro flessibile e la quantità di lavoro disponibile. Senza dimenticare la serietà di chi le aziende le gestisce e la loro capacità, spesso scarsa, di investire sulle persone e di conseguenza sul futuro della loro impresa.

IL PREZZO DEL "FLESSIBILE" - Il lavoro flessibile andrebbe pagato bene, come o meglio del lavoro dipendente.  Non mi paghi le ferie, non mi paghi la malattia, non mi dai una liquidazione a fine rapporto. A te azienda, io precario, lavoratore flessibile, ti costo decisamente meno di un lavoratore dipendente. Questo enorme risparmio andrebbe adeguatamente compensato. E in più se pensi che il mio lavoro meriti la tua attenzione, mi fai una proposta allettante perché io leghi la mia professionalità alla tua azienda. Cosi il lavoro flessibile viene usato per lo sviluppo e non per lo sfruttamento. Ma qui entriamo nel mondo dei sogni, almeno per quanto riguarda gli ultimi anni e la maggior parte delle imprese italiane. 

PIU' LAVORO PER TUTTI - Il secondo problema è la quantità di lavoro disponibile. Il lavoro flessibile, altrimenti detto precario, funziona se c’è una disponibilità di posti di lavoro per lo meno decente. Inutile dire che in Italia siamo in una situazione critica, non a caso, abbiamo la percentuale di disoccupazione giovanile più alta d’Europa. Il che vuol dire che negli ultimi anni, merito sempre di lor signori che ci hanno governato e che ci raccontavano che noi stavamo meglio degli altri paesi, non si è creato nessun nuovo posto di lavoro e non si è dato spazio alle nuove leve. Aumentando la quantità di lavoro, flessibile e no, il lavoratore potrebbe avere la possibilità di scegliere. “Se questo lavoro non mi piace, ne scelgo un altro, che mi piace di più ed è meglio retribuito”. Negli Stati Uniti questa scelta esiste, da noi, è una chimera e tutto il potere contrattuale è nelle mani dell’azienda, che giocano costantemente al ribasso. 

IN QUALE DIREZIONE ? - Con più offerte di lavoro, aumenterebbe anche il potere di contrattazione del lavoratore e la sua voglia di “mobilità”. Di cambiare lavoro o addirittura città. Come già detto, se poi l’azienda lo vuole tenere, gli fa un’offerta adeguata per legarlo a sé. Un contratto a tempo determinato o indeterminato. Sarebbe una vera rivoluzione, visto che da noi si premiano più i raccomandati che le persone capaci, ma potrebbe davvero dare una spinta decisiva al progresso e allo sviluppo del nostro paese. E credo che sia più utile puntare nella direzione dell'aumento dell'offerta di lavoro, del prezzo del lavoro flessibile e del miglioramento della sua qualità, che arroccarsi nella strenua difesa del posto fisso. 

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