Il racconto di Laura Cappon, giornalista italiana da mesi al Cairo: "I rivoluzionari sono delusi, non smonteranno il presidio. Attorno a me in questi giorni ho visto bambini feriti agli occhi e gente pietrificata dal gas"
“I ragazzi italiani sono stati liberati. Stanno bene, sono solo un po’ spaventati. Torneranno in Italia appena possibile”. Viaggiano anche così, tramite Facebook, le notizie che una giornalista bolognese, Laura Cappon, posta in diretta da alcuni mesi da piazza Tahrir, luogo della seconda ondata rivoluzionaria di giovani egiziani, che nei giorni scorsi ha dovuto registrare 41 morti e oltre mille feriti.
Pubblicista da aprile 2011 dopo 3 anni di esperienza nella cronaca bolognese (Radio Città del Capo e poi Unità), la Cappon si è trasferita al Cairo a settembre 2011 dopo aver conseguito la laurea in Lingue e culture dell'Asia e dell'Africa all'università di Bologna. Attualmente collabora con Radio Popolare e la Radio Svizzera Italiana e racconta per Radio 1 a “Prima di tutto” le notizie dal Cairo.
Nel giorno in cui l’Egitto comincia le elezioni e la lunga transizione verso la nuova democrazia – attesa non prima dell’estate 2012 – abbiamo raggiunto la giornalista al Cairo per capire che aria si respira e in che modo i rivoluzionari vivono queste prime ore di consultazione popolare alle urne.
Qual è stata l'origine di questi nuovi scontri in piazza Tahrir, con decine di morti e centinaia di feriti?
E’ stata una ripetizione della rivoluzione di gennaio: insofferenza verso la gestione del consiglio militare supremo nei 9 mesi di transizione. Molti gli episodi che hanno fatto crollare la fiducia dell'opinione pubblica verso il Mushir, il maresciallo Tantawi e il consiglio militare supremo. Alcuni fatti come l'attacco dell'ambasciata israeliana e il massacro dei coopti hanno chiaramente mostrato la volontà di creare una strategia della tensione in “salsa egiziana” per ritardare il passaggio del potere dai militari ai civili. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata il documento approvato dall'esercito riguardante le linee sopracostituzionali che darebbero indipendenza all'esercito anche dopo la formazione di un governo eletto dal popolo. Un gesto che ha fatto storcere il naso persino ai Fratelli Musulmani.
Sono ormai alcuni mesi che ti trovi in Egitto: avevi notato segnali che lasciassero presagire che il dopo-Mubarak potesse avere un'evoluzione del genere?
Sì, i segnali erano evidenti. I processi militari agli attivisti della rivoluzione - molti blogger sono stati arrestati (ricordiamo poche settimane fa Alaa Abdel Fattah) - e la libertà di pensiero e di informazione che continua a essere limitata erano indizi chiari. Insieme a questo, i vertici di molte istituzioni egiziane continuano a essere gli stessi del regime. In alcuni casi a cambiare sono state le cariche formali ma non le persone, che rimangono le medesime.
Le notizie che arrivano in Italia dal Cairo sono assai frammentarie. Vivendo la situazione in presa diretta che tipo di sviluppi ritieni possano concretizzarsi?
Nonostante le promesse fatte dal Mushir Tantawi, sul fatto che dopo le elezioni presidenziali (che termineranno solo nel giugno 2012) il primo di luglio ci sarà la tanto attesa transizione dei poteri dai militari ai civili, la situazione resta in stallo. La richiesta della piazza - che ormai paragona Tantawi a Mubarak – sono le dimissioni immediate del consiglio militare supremo. Gli scontri sono terminati, per il momento, ma la situazione rimane molto tesa. La piazza non mollerà, non lascerà Tantawi in carica. Dopo l'11 febbraio scorso infatti tutte le aspettative del popolo di Tahrir sono state deluse è il motivo per cui, se il Mushir non mollerà, è difficile immaginare la fine del presidio.
Forse scopriremo presto che si tratta principalmente di un conflitto generazionale... In ogni (...)
28/11 22:41 - Damiano Mazzotti