"Il leghismo, col suo micro-nazionalismo rancoroso, auspica un ritorno alle origini tribali, più che nazionali, dello stato: l’esatto contrario di quelle di cui, come italiani ed europei, avremmo bisogno"
Quando nella vita non si è combinato nulla, quando non si ha proprio niente altro di cui andar fieri, quando ci si sente fuscelli sballottati dal destino, non resta che aggrapparsi alla zattera della propria identità biologica e anagrafica; che dare valore ad elementi del tutto casuali della propria biografia quali sono il colore della propria pelle, il paese in cui si è nati e la propria genealogia.
Sono innanzitutto un'ammissione di sconfitta, della propria personale pochezza, qualunque forma di razzismo, un certo tipo di nazionalismo e l'esaltazione del proprio lignaggio. Modi diversi di ammettere la propria inadeguatezza; di assegnarsi, nella competizione che, specie nei tempi grami, pare sia la vita, dei vantaggi che gli altri non potranno mai colmare, per quanto duramente possano studiare e lavorare o per quanto possano essere, da ogni altro punto di vista, migliori di noi.
Movimenti nazionalisti, dagli accenti razzisti più o meno velati, sono oggi presenti in tutti o quasi i paesi del nostro continente; anche in quelli, come il Regno Unito dove il British National Party ha colto oltre il 6% dei voti alle ultime elezioni europee, in cui l’estrema destra, fino ad ora, non aveva mai avuto altro che consensi marginali.
L’Italia, dove oltre alla Lega vi sono numerosi movimenti d’estrema destra, non rappresenta quindi un caso isolato e non è neppure il paese dell’UE che sembra più vicino a ripetere i tragici errori degli anni 20 e 30 del secolo scorso: questo un triste primato spetta all’Ungheria del primo ministro Orban (il cui partito Fidesz controlla i 2/3 del Parlamento) che, oltre ad aver formalmente istituito la censura, ha appena approvato una costituzione che fa dell’etnia l’elemento fondante dello Stato, mentre il partito para-nazista Jobbik, con il 14,3% dei voti è diventato la terza forza politica del paese.
E’ la società europea, nel suo complesso, che si sta facendo sempre più chiusa; che ha sempre più paura di un futuro che, per la prima volta da cinque secoli, sente che non sarà, neppure di riflesso, suo. Un’incertezza che nasce dalla coscienza di avere esaurito il proprio compito storico e dalla mancanza di un vero progetto comune; l’unico che potrebbe consentire ai nostri mini-stati di sessanta milioni di abitanti di continuare ad avere voce in capitolo in un mondo destinato ad essere dominato da colossi federali e super-nazionali come gli Stati Uniti, la Cina, l’India o il Brasile.
E’ un Europa che sente di aver smesso di costruire il proprio destino da almeno un ventennio, prima ancora d’essere vittima della crisi finanziaria, quella che si sta rifugiando nei propri nazionalismi; quella che si sta rinserrando dentro confini tanto angusti quanto si rivelarono quelli delle signorie italiane proprio di fronte all’emergere degli stati nazionali.