Fra le letture sotto l’ombrellone del vostro reporter il saggio Nino Bixio a Bronte di Benedetto Radice, studioso di storia patria e cittadino del comune etneo di cinque anni all’epoca dell’intervento del generale. Il libro non è in commercio: fa parte di quei testi antichi attentamente custoditi dalla Biblioteca Regionale di Messina e tenuti a disposizione di quanti ne siano interessati (anche al Sud qualcosa funziona). La sua lettura può servire per un’analisi con approccio storico del contesto sociale, culturale ed economico del Meridione e in effetti il testo del professore Radice è una vera e propria miniera di fatti, di situazioni, di accadimenti, di annotazione sul contesto di Bronte durante la campagna militare di Giuseppe Garibaldi contro il Regno Borbonico delle due Sicilie, contesto da cui è poi possibile passare a quello attuale dopo centocinquanta anni di storia nazionale, valutandone l’evoluzione.
All’epoca dello sbarco dei Mille la situazione politica a Bronte non era affatto semplice. Una prima divisione era fra liberali e borbonici, ossia fra quanti parteggiavano per la novità rivoluzionaria introdotta nell’isola da Garibaldi e, perciò, avevano costituito un Comitato rivoluzionario (fra di essi anche un sacerdote, docente nel locale convitto di Capizzi, tal Antonio Zappia Biuso), e quanti, invece, erano ancora sudditi fedeli della dinastia borbonica (fra di essi i reggitori del municipio ed il clero). I borbonici non erano particolarmente motivati e, salvo qualcuno come tal notaio Cannata, erano pronti a passare sul carro del vincitore, con le dovute cautele per il caso di eventuale ripristino della dinastia borbonica. Il notaio Cannata sarebbe stato la prima vittima dell’eccidio di Bronte.
Questa era la divisione politica, diciamo, sulla questione nazionale. Riguardo, invece, la politica locale, esistevano due fazioni, quella dei ducali e quella dei comunisti. I primi erano asserviti politicamente a quella particolare realtà economica costituita dalla Ducea di Nelson, un vasto possedimento di Bronte donato dai Borboni all’ammiraglio inglese, oggi museo e sito storico-culturale unico nel suo genere, di cui si consiglia vivamente una visita al turista in Sicilia. I secondi, invece, parteggiavano semplicemente per il comune di Bronte come una sorta di lista civica. Infine la plebe dei contadini, dei carbonai, dei pastori e così via, che viveva di agricoltura e di pastorizia e che non aveva molta fiducia nella politica, diciamo così, ufficiale. Si aspettava tanto, forse troppo, da Garibaldi: più che un liberatore dalla tirannide borbonica, lo voleva un liberatore dalla miseria e dalla fatica dei campi. Si aspettava che fosse tolta la tassa sul macinato, che fosse fatta la divisione al popolo del demanio comunale (cosa peraltro già disposta dal Borbone e mai attuata dai reggitori, anche per non ledere gli interessi di parecchi che di quelle terre vulcaniche si erano appropriati), il riparo di torti ed abusi subiti nella restaurazione borbonica del 1849, financo il recupero per la collettività della Ducea.