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Il canto del Caimano

La reazione di Silvio Berlusconi alla notizia della sentenza del tribunale di Milano che lo ha vistocondannato a 4 anni di reclusione ( di cui 3 condonati) per frode fiscale nell’ambito del processo riguardante i diritti tv di Mediaset è stata a dir poco grottesca.

Sabato scorso infatti l’ex premier ha convocato una conferenza stampa in una delle sue ville con accanto il più fedele dei suoi avvocati (nonché deputato) Nicolò Ghedini e si è lasciato andare ad uno sfogo, contro tutto e tutti. Contro la magistratura, contro le istituzioni italiane (in primis il presidente della Repubblica reo non si sa di quale colpa), contro la Costituzione ed anche contro il suo partito. Un delirio: un misto di rabbia, frustrazione ed impotenza che mai si era appalesato con tanta virulenza. In un ora e mezza di discorso, il Cavaliere ha esternato tutto ciò che uno statista ma anche un semplice politico non dovrebbe mai dire, lanciando accuse e recriminazioni senza un minimo di equilibrio, senza sondare il peso delle parole e delle reazioni che esse provocheranno (non solo sui giornali ma anche sui mercati).

Un uomo solo, un uomo disperato, un uomo al capolinea, il Berlusconi che a Lesmo lancia le sue invettive forsennate contro il destino cinico e baro che gli vuole male - di destino e non di complotto si deve parlare, visto che tutto ma proprio tutto gli si è rivoltato contro - esce dalla dimensione pubblica contingente ed entra nella sfera di un'epica tragica che rimarrà scolpita nella storia patria, come picco negativo mai raggiunto prima. Il magnate delle televisioni che per anni ha costruito le sue fortune sul conflitto d’interessi e che, oggi, affonda sotto il peso di quel cortocircuito da lui stesso creato, oggi non è più credibile.

Chi crede ancora alla favola delle toghe rosse e dei giudici sovversivi di Milano? Chi reputa Berlusconi ancora capace di farsi garante del rinnovamento e delle riforme? Chi pensa veramente che quel messia, che i miracoli li ha sempre annunciati e mai realizzati, possa davvero risorgere dalle proprie ceneri? Nessuno, solo qualche Santanché, qualche olgettina o qualche Brunetta ancora in giro, che stenta ad accettare l’evidenza.

Nonostante pochi giorni prima della sentenza del processo sui diritti tv Mediaset, il Cavaliere avesse annunciato la propria volontà di abbandonare la politica attiva promuovendo a dicembre le primarie del centrodestra, la conferenza stampa di villa Gernetto ha cercato di riportare le lancette della storia indietro di 18 anni e precisamente a quel 1994 in cui il notabile di Arcore compì la sua famosa discesa in campo. Ora però è tutto più difficile e tremendamente complicato. Lo tsunami politico provocato dalla parole del Capo, oltre ad abbattersi sul fragile governo guidato da Monti, colpirà soprattutto il Pdl in preda ad una profonda crisi d’indennità e spaccato dalle due leadership gemelle rappresentate da Alfano e dal suo ex mentore.

L’ex primo partito italiano in questo frangente si sta rilevando per quello che è: un movimento inesistente, prossimo all’implosione, incapace di dare una linea certa e sicura alla propria rotta politica. I dirigenti del Pdl hanno prima assecondato in tutto e per tutto le scelte scellerate di Berlusconi manifestando la propria incapacità ad assumere posizioni autonome ed ora che il Cavaliere gioca la sua ultima personalissima partita contro tutti i pilastri della nostra repubblica, i vari CicchittoQuagliariello, La RussaGasparri guardano lo spettacolo attoniti, increduli dinanzi l’abominio che hanno contribuito a creare. 

Il Popolo delle libertà sembra il popolo degli “indecisi”, perennemente in balia del proprio fondatore, dei suoi processi e delle sue intemperanze. Fino al prossimo predellino, fino alla prossima discesa in campo. Ma quanto potrà durare ancora il pianto disperato del Caimano ferito a morte? 

Questo articolo è stato pubblicato qui

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