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Il Gianduiotto: quel cioccolatino di 150 anni

di Claudio Toce

Un po' di storia

I primi passi:

Era il 1826, quando Pierre Paul Caffarel, "regio liquidatore" nato a Luserna San Giovanni nel 1783, decise di cambiare vita, acquistando una macchina in grado di produrre 700 libbre di cioccolato al giorno.

Era il 1865, quando, proprio da quella macchina, nacque il prototipo di tutti i Gianduiotti prossimi venturi, dopo l'adozione ufficiale di Giandoja durante il carnevale del 1865.

Il gianduiotto rappresenta una svolta per due motivi: il primo è che vede il matrimonio del cacao con la nocciola tonda gentile di Alba, il secondo è che il cioccolatino, cosa fino ad allora mai avvenuta, viene avvolto nella carta stagnola. Sulla sua forma a barchetta le discussioni sono ancora aperte, la tesi più accreditata (poco convincente però: la maschera portava il tricorno) è che ricordi quella del cappello di Gianduja.

Il merito di entrambe queste innovazioni di prodotto e di "packaging", come direbbero le odierne teorie industriali, è di una coppia affiatata di cioccolatieri: Michele Prochet e Ernesto Alberto Caffarel, che avevano intrecciato i loro destini nell'azienda Caffarel-Prochet.

Il primo, già nel 1852, aveva inventato la pasta gianduia e un cioccolatino che si chiamava givu (mozzicone), il secondo, erede di una dinastia di cioccolatieri di origine valdese, contribuì alla diffusione del prodotto non solo in Italia. Non bisogna dimenticare che in questa storia mette lo zampino anche Napoleone, perché il suo blocco alle importazioni di cacao dall'Inghilterra, a inizio secolo, aveva spinto i cioccolatieri piemontesi a sperimentare l'uso della nocciola in sostituzione di parte del cacao

Gianndoja o Giannduja, a dir si voglia, maschera torinese ma con origini astigiane, sopravvive ai tempi futuristici, alle derive millenariste, al magma multirazziale, Gianduja di Callianetto " Giòan d'ladoja, il barilotto di vino, la doja, nel dialetto astigiano".

Gianduja, una tavolozza arcimboldesca: il cappello nero, cravatta e calzoni verdi, mantello rosso alla pellegrina, abito di panno, tra il rosso e il nero, un'uniforme dal Settecento immutata, come il carattere di chi la indossa, tetragono, scolpito unna volta per tutte:" Giandoja l'àn fame/ Giandoja veui stè (cosi mi hanno fatto, così voglio rimanere).

Il tempo che scorre dopo le festività natalizie conduce con grande rapidità al Carnevale, celebre un tempo proprio a Torino, particolarmente per la sfilata dei carri allegorici, che investiva il centro di coriandoli, stelle filanti, per allungarsi in Via Po, sino all'attuale Piazza Vittorio Veneto.

Gianduja era stato in agguato ad aspettare l'arrivo del re e il sovrano se lo vide venire incontro in camicia. Lo guardò stupefatto, poi sbottò a ridere quando Gianduja gli disse: "Maestà, për l'Italia e për ti i l'hai dait tut, e i son pront a dé anche la camisa ch'am resta..." (Maestà, per l'Italia e per te, ho dato tutto, e sono pronto a dare anche la camicia che mi rimane).

Nel corso dell'anno non va in soffitta, non accade di afflosciarsi come una marionetta a cui chissà quale sortilegio ha rapito lo spirito, Gianduja resiste perché riflette l'animus di questa città, le sue bussole hanno radici solide, secolari.

Ritorniamo ai cioccolatini:

Uscivano da una catena di montaggio mossa dal mulino che, sul canale della Pellerina, serviva la prima sede torinese della ditta all'angolo tra via Balbis e via Carena, quando i torinesi gustavano la passeggiata serale, orecchiando lo sciabordio delle conche longitudinali, impegnate a impastare montagne di cioccolato.

Insomma, il Gianduiotto ha 150 anni ma proprio non li dimostra.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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