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I Vietnamiti battono la Nike?

In Cina molti imprenditori Taiwanesi spariscono nel nulla dalla sera alla mattina, lasciando debiti e dipendenti per strada; due settimane dopo rispuntano in Vietnam per produrre lo stesso prodotto per lo stesso acquirente internazionale.

Il Vietnam da qualche anno ha una crescita economica costante dell’8%; da quando i comunisti al potere hanno abbracciato la startegia cinese, apertura al mercato in una cornice di immutato autoritarismo politico. Ma lo straordinario boom economico del paese ha anche un’altra ragione profonda. Con la costante, se pur lenta, crescita degli stipendi in Cina ed India; le multinazionali iniziano a spostare le proprie attività produttive da questi paesi verso altri paesi dell’area con salari più bassi.

La Nike produce ogni anno in Vietnam 75 milioni di calzature. O più o meno: a tutti gli effeti la NIke non produce assolutamente niente di materiale, visto che non possiede neanche uno stabilimento produttivo. La multinazionale è semplicemente un marchio, non possiede nient’ altro. Gli stabilimenti sono di terzi, negli ultimi anni spesso imprenditori Taiwanesi, con un contratto di fornitura esclusiva. In questo modo la Nike non ha alcuna responsabilità su ciò che avviene nelle fabbriche.

L’azienda, già al centro di numerose campagna di protesta e di boicottaggio, è stata tra le prime multinazionali a varare un codice etico e a pubblicare un "rapporto di responsabilità sociale" insieme con il proprio bilancio. (cioè ha promesso la massima trasparenza sulle condizioni di lavoro in vigore presso i propri subfornitori). Ma questo non ha impedito l’impiego di bambini nella cucitura dei palloni in alcune fabbriche in Pakistan.

Molti pensano che sia troppo comodo richiamarsi al rispetto delle leggi locali riguardanti il lavoro, in paesi in cui queste sono scarsissime; e scaricare sui manager locali qualsiasi eventuale mancanza. La Nike ha reagito proprio in questo modo anche nell’ultimo episodio di protesta che si è verificato in Vietnam, nel centro di produzione più grande dei dieci nel paese. Subito, l’incaricato dell’azienda ha sottolineato che il salario degli operai dello stabilimento è “superiore alla media degli operai vietnamiti" e che “tutti i fornitori della Nike sono tenuti a rispettare i nostri standard elevati riguardo alle condizioni di lavoro, nel rispetto delle leggi locali". In pratica: prendono già più della media di un popolo alla fame (con un reddito pro-capite al di sotto dei 700 dollari all’anno, fonte Ministero degli Esteri qui) e noi non centriamo niente se i fornitori non rispettano gli standard fissati. I 20.000 operai, soprattutto giovani operaie, sono scesi in sciopero contro una paga attuale che non raggiunge i 40 euro mensili (meno del prezzo di un solo paio di scarpe) a fronte di un’inflazione galoppante che tocca beni di prima necessità come il riso. Dopo due giorni, si è giunti ad un accordo per un aumento dei salari di 6 dollari, pari al 10% contro la richiesta del 20% da parte degli operai. Ma la situazione non si è calmata del tutto e una rissa ai cancelli, nel primo giorno di rientro, ha causato un ulteriore chiusura di tre giorni per motivi di sicurezza.

Ma gli aspetti interessanti della vicenda sono davvero tanti.

A cominciare dal fenomeno dell’ulteriore spostamento della produzione industriale da paesi che hanno raggiunto un livello di salari migliore, dopo lo sviluppo economico degli ultimi decenni, verso paesi di più recente apertura al mercato o comunque con livelli retributivi ancora più bassi. Incoraggiante è il processo di diffusione del benessere nei paesi a nuova industrializzazione che comincia a toccare, anche, le classi meno abbiente. Ma paurose le possibili conseguenze di questa scoperta. Stiamo andando verso un economia che si sposta di continuo alla ricerca di nuovi schiavi sottopagati, incurante dei costi sociali e dei possibili risvolti politici? Ci siamo già dentro fino al collo. Gli analisi cinesi da qualche tempo osservano allarmati il fenomeno. Alcune delle aree industriali si stanno svuotando e questo potrebbe annunciare gravi cambi di rotta economica per la Cina. I più attenti, però, fanno notare che si spostano le fabbriche a bassa specializzazione di manodopera, mentre iniziano ad arrivare, sempre di più, aziende ad alto tasso di conoscenza nella produzione. In pratica sembra probabile che in Cina si alzerà il livello tecnologico e qualitativo della produzione, mentre la produzione di prodotti a basso costo e qualifica emigrerà verso i vicini poveri.

Altrettanto interessanti sono gli effetti della campagna globale anti-Nike. La multinazionale è stata costretta ad assumere atteggiamenti cmq un minimo più chiari, ma non si è andati oltre questo. Aldilà di politiche nuove di comunicazione col mondo esterno, ha continuato a perseguire la sua strategia di delocalizzazione priva di qualsiasi responsabilità. L’opinione pubblica globale ha perso o è stata ingannata. All’inizio delle proteste, la multinazionale non poteva che reagire in qualche modo. Per un’azienda che basa tutto sul Brand una simile pubblicità negativa poteva essere fatale. Ma gli astuti manager della Nike, così geniali nella curare la loro creatura, hanno ben capito che si trattava semplicemente di fare un lifting all’immagine aziendale (Corporate image, ovvero l’immediata fotografia mentale dell’azienda posseduta dai consumatori e dal mercato) e di essere più attenti ai propri segreti. La nuova strategia è chiara: fingersi più attenti ai temi sociali ed ambientali, continuare tutto come prima, ma farlo meglio, più nascosto e, quando proprio non si può più nascondere, scaricare le colpe e fare qualche piccola concessione per poi sparire appena i media se ne dimenticano.

Le multinazionali oggi, con l’ingresso nei mercati mondiali di moltissimi paesi, hanno una gamma di scelta infinita e un potere ricattatorio più grande che mai. In Cina molti imprenditori Taiwanesi spariscono nel nulla dalla sera alla mattina, lasciando debiti e dipendenti per strada; due settimane dopo rispuntano in Vietnam per produrre lo stesso prodotto per lo stesso acquirente internazionale.

Una nuova arma di ricatto per i potenti, un piccolo fallimento per l’opinione pubblica mondiale e sofferenze per i malcapitati schiavi. Ma ci sono anche segnali positivi nella vicenda. La nascita di rivendicazioni sindacali nelle fabbriche del terzo mondo e i loro primi risultati. La maggiore attenzione che cmq, per quanto scarsa, la Nike mette ai temi sociali.

Un azienda basata su un asset immateriale e relazionale come è il brand è costretta ad andare incontro ai desideri dell’opinione pubblica molto più di un azienda che basa il suo successo su ad es. un brevetto vincente ed unico. L’evoluzione economica e del marketing che porta ad una maggiore importanza della Corporate image ha, si, aspetti di presa in giro; ma offre, anche, una straordinaria occasione per il consumatore di premiare o punire i comportamenti di una multinazionale. Questo, però, richiede la presa di consapevolezza di, almeno, buona parte dei consumatori e un impegno costante nel tempo e profondo; altrimenti si risolve con qualche cambiamento di superficie che presto verrà abbandonato quando il clamore mediatico si sarà spento.

C’è da considerare, però, un’altra questione fondamentale. Le multinazionali sono potenti e hanno fior di professionisti impegnati nella disinformazione e nella protezione della Corporate image. Gli attivisti, per quanto grazie alle reti possono coordinarsi molto più efficientemente, restano in una posizione di debolezza profonda di fronte ai giganti e riescono difficilmente ad imporre i loro temi ed ad influire sul Brand così ben difeso. E anche quando ci riescono di solito la festa dura poco. Le armate di pubblicitari si scatenano e la memoria umana è notoriamente corta.

Rinunciare al desiderio animale di possedere la scarpina fatata che ci renderà famosi, liberi e bestialmente sensuali?

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