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I Forconi e la rivoluzione sul modello Gandhi: la risposta di Beppe Severgnini

La rivoluzione pacifica dei Forconi potrebbe degenerare: in effetti gli scontri avvenuti all'università La Sapienza sono un campanello d'allarme. Occorre buon senso e la violenza deve essere bandita: il modello Gandhi poptrebbe rappresentare una forma di dissenso che eviterebbe certe controindicazioni. Beppe Severgnini dal Corriere della Sera commenta la mia idea, puntualizzando quanto la tradizione rivoluzionaria italiana (camicie nere) sia diversa da quella indiana (camicie bianche). Tuttavia, io credo che non si giusto rinunciare alla legittima protesta in virtù delle onnipresenti "teste calde", altrimenti queste diventano un comodo spauracchio da agitare ogni qual volta il popolo italiano esprime la propria sofferenza.

La politica italiana sembra non rendersi conto di quanto sta avvenendo attualmente nel nostro Paese. Il sistema stavolta rischia davvero grosso: la protesta iniziata il 9 dicembre non accenna a ridimensionarsi, anzi si trasforma. L’iniziativa veniva ricondotta solo al Movimento dei Forconi, ma in realtà essa si avvia a divenire una protesta collettiva: assorbendo linfa vitale da tutta rabbia repressa nei confronti della casta mista a quel senso di frustrazione patologico che sta logorando le speranze e i sogni degli Italiani.

Il sistema è convinto che basterà propinare un ricambio generazionale della classe politica per convincere il popolo di un radicale cambiamento di mentalità. Non è così semplice curare il male che affligge la nostra politica: non basta rinnovare, occorre epurare l’intero organismo. Inoltre i cittadini “creduloni” sono una razza in via d’estinzione; grazie a tutte le promesse vane che la casta politica ha devoluto gratuitamente e in maniera bipartisan nel coso degli anni.

Intanto la protesta potrebbe spostarsi verso la capitale nella settimana che precede il Natale; secondo quanto annunciato dal coordinamento. Tuttavia bisognerà fare in modo che il legittimo dissenso non degeneri, non dovrà esserci una marcia su Roma, ma una protesta pacifica e allo stesso tempo costante; in perfetto stile Gandhi, per meglio comprenderci. Occorrere far capire alla casta che i cittadini si sono destati dal lungo sonno. Solo attraverso la massiccia partecipazione popolare, potranno partire quei segnali inequivocabili che gli Italiani questa volta sono saturi quanto determinati.

La risposta di Beppe Severgnini dal Corriere della Sera

Occhio: Gandhi era indiano, e vestiva di bianco. Le camicie nere, invece, erano italiane. Anche quelle esprimevano rabbia e frustrazione. E sappiamo com’è andata a finire. Mi fermerei qui con i paragoni storici, perché l’Italia da allora ha fatto passi avanti (e non s’intravedono Mussolini all’orizzonte, per fortuna). Ma la protesta fine a se stessa – in mano a certi capipopolo, poi! – mi sembra pericolosa e inutile.
 
L’Italia, in questi giorni, è piena di gente che, pur preoccupata e delusa, lavora negli ospedali, nelle scuole, sui treni, nelle caserme. nelle fabbriche, negli uffici o a casa propria. Cerchiamo di conservare il senso delle proporzioni, Mr Vinci. Mettiamo gente capace al governo, locale e nazionale, e controlliamo quello che fa. E’ ben più utile che bloccare il traffico o minacciare i commercianti e costringerli ad abbassare le saracinesche.

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