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Guantanamo: compensato e cemento

Guantanamo sarà chiusa con il nuovo insediamento alla presidenza U.S.A.. Non verranno più commesse torture al suo interno, vietate sia dal Diritto Internazionale (Convenzione di Ginevra) che dalla stessa Costituzione Americana. A Guantanamo sono state commesse torture su persone innocenti (non che la colpevolezza giustifichi atrocità simili) e per queste ci sono delle responsabilità che nessuno mai dovrà scontare. La cosa non ci indigna, ci avrebbe sconvolto forse due giorni fa, quando ancora queste dovevano rimanere nascoste, ma adesso che vengono alla luce sembrano acqua passata, un errore da dimenticare. Torture che sono il simbolo di una nazione che si autoeleva alla maggiore potenza mondiale e che, incapace di contrastare un problema più grande di lei, qual’è il terrorismo, ha ricorso a queste modalità disumane di controllo, degne dei tagliatori di gole che lei stessa vorrebbe combattere. Non sono servite a niente, contro la politica del terrore esercitata sull’opinione pubblica, le ripetute denunce di Amnesty International, della Croce Rossa Internazionale, della stessa O.N.U., le quali tentavano di far venire a galla le condizioni in cui i detenuti erano costretti a vivere: dentro celle di due metri per due, un tetto in compensato e un pavimento di cemento, il fil di ferro come parete, una temperatura di 40° centigradi. Arrivano alla base di Guantanamo con gli occhi bendati e le orecchie tappate, una maschera che copre naso e bocca, vengono sottoposti ad un controllo di circa due ore in cui restano ranicchiati con mani e piedi legati. Gli viene tagliata la barba e rasata la testa. Ricevono tre pasti al giorno, almeno uno di questi caldo. Il dato più sconcertante è che su oltre 500 detenuti che il governo americano riterrebbe collegati ad attività terroristiche (800 nel 2002, quando Guantanamo fu aperta), solo per 10 di queste è stato formalizzato un capo d’accusa con conseguente rinvio a giudizio. Scrive Amnesty International nel "rapporto 2006":

"I Tribunali di revisione dello status di combattente (CSRT) istituiti dal governo nel 2004, hanno reso noto, nel marzo 2004, che il 93% dei 554 detenuti esaminati erano da considerarsi a tutti gli effetti "combattenti nemici". I detenuti non avevano un rappresentante legale e molti di loro hanno rinunciato a partecipare alle udienze dei CSRT, che potevano avvalersi di prove segrete e di testimonianze estorte sotto tortura. Nell’agosto 2005, un imprecisato numero di reclusi ha ripreso lo sciopero della fame già iniziato a giugno per protestare contro la perdurante mancanza di accesso a una corte indipendente e contro le dure condizioni di detenzione, che sarebbero state caratterizzate anche da violenze e pestaggi. Più di 200 detenuti (cifra contestata dal Dipartimento della Difesa) avrebbero partecipato almeno a una fase della protesta. Diversi detenuti hanno denunciato di essere stati vittime di aggressioni fisiche e verbali e venivano alimentati a forza: alcuni hanno riportato lesioni causate dall’inserimento brutale di cannule e tubi nel naso. Il governo ha negato qualsiasi maltrattamento. A fine anno lo sciopero della fame era ancora in corso. A novembre 2005 tre esperti in diritti umani delle Nazioni Unite hanno declinato l’offerta di visitare la base di Guantánamo presentata dal governo degli Stati Uniti, poiché quest’ultimo aveva posto restrizioni contrastanti con quanto normalmente stabilito dagli standard internazionali sulle ispezioni di questo tipo."

Non è servito a nulla nemmeno il documentario di denuncia, diretto nello stesso anno da Michael Winterbottom, "A Road to Guantanamo", che metteva in luce in modo drammatico il problema. I dati, unità in più, unità in meno, parlano chiaro. Tendiamo a giustificare queste barbarie perché convinti che la battaglia al terrorismo internazionale debba passare necessariamente per la dottrina del "pugno duro", professata dall’ex Presidente degli Stati Uniti e abbracciata a più riprese dai suoi colleghi europei. Un’ottica che parte dal principio che sia la vendetta, la ritorsione, a poter cambiare qualcosa, non il dialogo o la disponibilità ad esso. Giustifichiamo tali comportamenti come reazione contro un nemico che è tra di noi ma non vediamo, che vorremmo eliminare ma che continuerà ad esserci, segno della labilità dei confini nazionali nell’era della globalizzazione. Credo invece che il dialogo e l’informazione, quella corretta, possa essere utile a capire le vere ragioni per cui il terrorismo si muove e trovare quindi soluzioni alternative rispetto a quelle adottate fin ora, risultate controproducenti su tutti i livelli. L’informazione e il dialogo devono però partire dal basso, devono partire dall’opinione pubblica, che per liberarsi da schemi mentali predefiniti deve fare uno sforzo intellettuale superiore a quello richiesto per galleggiare su un’idea preconfezionata e distribuita, a basso costo, da chi vuole che questa fantomatica guerra continui, perchè contrario a chi minaccia la propria egemonia sul mondo.

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