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Grande Fratello: peggio che la decadenza

Un'insonnia, e cerco distrattamente qualcosa di divertente alla televisione. Vedo ragazzi pantofolai su dei divani, altri su dei letti. Voce stanche. Sguardi inespressivi. Cosa dicono? Boh! Sembra un collegamento immenso di stanze, piene di sofa al punto che pare essere un negozio. Ma, allora, cosa facciano tutti questi ragazzi sfaccendati?

"Il grande fratello"! Ah ... è la famosa trasmissione che sta raccogliendo un mucchio di spettatori! Guardiamo un po' (troppo) per capire il motivo! Perché ci sarà una spiegazione al fatto che tanti preferiscono guardare questo show piuttosto che la trasmissione degli Angela, padre e figlio (che per fortuna non possono lamentarsi del loro successo).

Ma prima, cos'è questo "Grande fratello"? Una luce si fa quando scopro che è ispirato al romanzo "1984" di George Orwell, in realtà Eric Arthur Blair, opinionista, autore di libri straordinari. Lui può solo avere regalato un'ispirazione interessante agli inventori dello spettacolo. Bisogna essere di brutta volontà per dare alla sua opera una trasfigurazione mediocra. Quindi sono spinta ad osservare.

Vedo... ma cosa esattamente? Cosa fanno tutti in questo "negozio di arredamento"? Niente, sarebbe possibile? Si, non fanno niente.

Sono forse sanzionati? Sono obbligati a rimanere là, completamente disoccupati. Ma, in questo caso, non mi sembra una sanzione intelligente. Non sembrano essere molto felici di esserci. La spiegazione di una sanzione sarebbe valida? Vero che, ogni tanto, c'è n'è una che grida una frase in inglese di una canzone. Sempre la stessa. La capisce? Questo urlo, regolare, ossessivo, fa pensare a quelli, disperati, che si sentono in alcune case di riposo. Puntualmente, anche, ne vedo due di qua, due di là, che, incrocciandosi, si prendono l'uno l'altro, freneticamente, tra le braccia.

In un altro spazio, pieno di letti (un altro negozio?), ce ne sono quattro crollati su un letto. L'uno ha la testa su una coscia di un altro, un altro ha i piedi sulle gambe del quarto. Parlano tra i loro denti, il viso preoccupato. Ad un momento, uno che prima era disteso su un altro letto, si alza bruscamente e fa alcuni gesti a destinazione degli altri. Anche lui ripete, ripete ancora. Sembra che le parole ed i movimenti devono essere rifatti diverse volte. Non si sa perché.

Qualcosa succede perché, lentamente, tutti vanno verso lo stesso punto. La cena è pronta. Si siedono intorno ad una tavola. La loro attitudine traduce una stanchezza. Infatti quasi tutti fanno fatica ad alzare i gommiti per portare la forchetta fino alla bocca. Almeno usano la forchetta! Sono seria! Io ho conosciuto un medico che rifiutava di usarla. Ma non era un esempio di educazione.

Dunque, e per farle breve, ci sono delle persone che accettano di richiudersi in uno spazio, spiati nel poco che fanno, mangiare, dormire, lavarsi, forse accoppiarsi, insomma rispondere a bisogni primari, da telecamere che trasmettono alla televisione questo immancabile reportage. Tutto questo in un Paese che mette in avanti la privacy come una bandiera.

Quando si sa che Orwell ha scritto i suoi romanzi, in particolare "1984", per allarmare con una fantascienza totalitaria, c'è da chiedersi se questi partecipanti si fanno domande sullo scopo della loro esperienza, sull'uso della cosa.

Farà soldi la produzione. Sicuramente. 

Ma questa lunga e spaventosa messa in scena non avrebbe un altro obiettivo?

FRançoise Beck

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