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di Luca Mirarchi venerdì 13 marzo 2009 - 7 commenti oknotizie
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Gran Torino: Dirty Harry non abita più qui

Cos’hanno in comune Gran Torino di Clint Eastwood, in uscita oggi nelle sale, e Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin, del 1947? In apparenza i due attori/registi non potrebbero essere più lontani, sia nella dimensione temporale che nel registro espressivo. Eppure questi due film paradossalmente li avvicinano. Nel 1947 il pubblico faticò a comprendere Monsieur Verdoux, divenuto omicida seriale di vedove agiate per poter mantenere la famiglia dopo il crack del ’29. Soprattutto grande fu lo choc nel vedere l’ex Charlot – stralunato eroe degli umili e degli oppressi ai tempi del cinema muto – tramutarsi in un freddo assassino di anziane (seppur non troppo amabili) signore per bene.

Dopo l’arringa finale contro i crimini dell’umanità (cosa sono, al confronto, gli omicidi di un singolo disperato individuo?), che precede l’esecuzione della pena capitale, Verdoux si avvia all’ultima fermata del proprio destino. La macchina da presa lo riprende di spalle mentre si allontana, la stanchezza rende la camminata incerta, e per un attimo, pare quasi di rivedere l’ombra di Charlot. Il fondatore dei Cahiers du cinéma, André Bazin, scriverà che Chaplin, in quell’inquadratura, aveva filmato in diretta la morte di Charlot.
 
Clint Eastwood attore, divenne un’icona del grande schermo in due fasi: negli anni ’60, impersonando lo straniero senza nome nella “Trilogia del dollaro” di Sergio Leone, nella decade successiva, vestendo i panni di Dirty Harry, il giustiziere metropolitano della serie sull’Ispettore Callaghan, diretta da Don Siegel. Alla fine di: Ispettore Callaghan – il caso Scorpio è tuo (1971), il protagonista getta via il distintivo della polizia: non c’è posto nelle istituzioni per l’eroe solitario, a prevalere è la legge del singolo. Nelle ultime scene di Gran Torino (2009), un Eastwood chiaramente invecchiato – in un’interpretazione che potrebbe essere l’ultima di una celebrata carriera – continua invece a stringere in mano la sua medaglia dell’esercito, anche se in quest’occasione, il simbolo è macchiato di sangue.

La violenza, uno dei topos ricorrenti del suo cinema, non manca nemmeno in questo film, ma stavolta si concentra nella seconda parte, dopo un primo tempo nel quale Eastwood aveva messo in evidenza insospettate doti d’attore brillante. Per questo l’impatto della progressione finale è ancora più forte: la visione della vita rappresentata nel film è a tutto tondo, non è un western né thriller, è la nostra vita nella società occidentale di tutti i giorni. E poi in questo caso, come sempre più spesso negli ultimi 30 anni, Eastwood è anche regista e produttore della pellicola. Lo sguardo è ben più complesso e approfondito rispetto a quello fisso e mono-espressivo del suo personaggio nei film di Siegel e Leone (per altro, si tratta di ottime pellicole di genere, godibili ancora oggi): dietro la macchina da presa si trova adesso un vecchio cowboy americano quasi ottantenne, sostenitore repubblicano da sempre, che si prende il lusso di affrontare i maggiori problemi sociali contemporanei, e lo fa con una larghezza di vedute, una schiettezza e una padronanza narrativa, che di rado si trovano nei film d’essai dei registi più giovani.

Se nel pluripremiato Million dollar baby (2004), il tema trattato era quello della box femminile e soprattutto dell’eutanasia, in Gran Torino si parla di integrazione razziale, rapporto generazionale tra vecchi e giovani, e delle diverse forme di famiglia. Walt Kowalski, evidente l’origine polacca, (il nome ci rimanda anche al Kowalski di Un tram che si chiama desiderio di Elia Kazan, 1952, interpretato da Marlon Brando, altro celebre archetipo di virilità cinematografica), è un eroe della Guerra di Corea in pensione, vive nei sobborghi di una città del Midwest, adora la sua Gran Torino Ford del ’72, e si ritrova come vicini di casa proprio una comunità di coreani immigrati. Wolt Kowalski è un lupo solitario, ed è anche un razzista convinto. Un uomo che viene da un’altra epoca, però capace di aprirsi al nuovo. Un uomo che, superate le diffidenze e i pregiudizi radicati, saprà trovare alla fine, nei giovani vicini orientali, quasi dei figli adottivi, con i quali instaurare quel rapporto che era invece mancato con i figli naturali – come già in Million dollar baby, la famiglia ufficiale è presentata in termini negativi e caricaturali.

In questa fase di avvicinamento reciproco, è ammirevole l’equilibrio narrativo tenuto dal regista/interprete: se da un lato il carisma e la presenza scenica impediscono a Kowalski d’essere mai davvero antipatico, dall’altro, col procedere del film, l’attore si presta a situazioni di riuscita comicità e lascia intravedere il proprio vissuto interiore senza sconfinare nella retorica. L’Eastwood regista, poi, ribadisce ancora una volta quanto una solida sceneggiatura, e un’ammirevole economia espressiva dei mezzi impiegati (non c’è alcuna inquadratura ad effetto, la fotografia è appena desaturata, il set è limitato ad una strada e poco altro), siano più che sufficienti per coinvolgere lo spettatore.
 

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Cinema

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